Giorgio Panizzi

Luigi Calcerano
Meminisse iuvabit
Una storia del 23 a.C., DCCXXI ab Urbe condita

Valore Scuola, 2005
pp. 324, euro 10,50

 

Forsan et haec olim meminisse iuvabit/ Virgilio, Eneide, Libro I, v. 203: Forse un giorno sara bello ricordare anche questo.

Un giallo raccontato in prima persona da un personaggio d'eccezione: Quinto Orazio Flacco.
L'inizio intricato e complicato per Ie scene e i numerosi personaggi avvince il lettore comune e, penso, il lettore di libri gialli. Non si tratta di rocambolesche ricostruzioni ma di un ambiente quale Roma del 23 a.C.: caotica a modo suo ma difficile ed infida, come sono infide Ie congiure che s'intrecciano per sostenere o contrastare il potere di allora e, infine, per sopravvivere alle vendette e agli agguati.
Presa confidenza con I'ambiente il lettore s'introduce con Orazio - narratore d'eccezione e formidabile investigatore e rilevatore - nella Roma com'era vissuta allora. Non è la descrizione di Roma ma la sequela di atti, i percorsi cittadini e I'accesso nelle case, i luoghi del lavoro intellettuale, gli archivi e Ie biblioteche. Ie taverne malfamate, Ie dimore patrizie, i pasti luculliani o frugali, la descrizione dei cibi e dei sapori, la disposizione degli ambienti, il traffico, il commercio e il valore del denaro, i viaggi i pedinamenti e gli agguati, tradimenti e delitti, Ie diverse etnie, la commistione di patrizi, plebei, schiavi, sicari e liberti, la vita libertina, gli amori.
La ricerca del tesoro, che ai tempi di Pompeo era stato portato a Roma - e che potrebbe permettere la soprawivenza dell'amico congiurato -, consente di indagare sulla persona di Cicerone, attraverso il suo epistolario, rilevandone una demistificazione dimostrata dalle sue trame per ulteriori congiure e dall'utilizzo di ricchezze che avrebbero dovuto servire per gestire con sicurezza il potere. La parafrasi del verso di Virgilio - Eneide, Libro I, v. 203: Forsan et haec olim meminisse iuvabit - viene resa con "Forse un giorno sara bello e utile ricordare alcune di quelle cose" (pag. 220) rende molto sullo scetticismo di Orazio verso i modi della Res Pubblica. Ed e per questo che Orazio si affranca dal potere di Augusto e all'assenso cortigiano preferisce il ritorno ai suoi studi, attorniato dai suoi schiavi filosofi e saggi, dalla sua schiava che stima e da cui e stimato ed amato. Lui figlio di liberto, poeta, uomo piccolo e un po' grasso tuttavia intenso nell'intelletto, affascinato dalla vita e affiascinante nelle sue vicende.

 

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