Lettera a una maestra

Giorgio Bini, Lettera a una maestra.
Tecniche didattiche per fare scuola
Casa Editrice Valore Scuola, Roma 2001
 

Finalmente un libro di buon senso sulla scuola di oggi e di domani, senza griglie efficientiste in bella mostra e con tanti spunti di lettura e di riflessione! Ma prima di parlarne direttamente, qualche riflessione in margine. 
Da quando leggo di scuola alcune firme ricorrono con costanza. Tra queste, quella di Giorgio Bini occupa un posto tutto suo. Dalla "vecchia" Pedagogia attivistica in Italia (Editori Riuniti, Roma 1971) alla Guida alla biblioteca del maestro (Editori Riuniti, Roma 1984) a questa Lettera, passando per gli innumerevoli saggi in volumi collettanei e articoli nelle maggiori riviste scolastiche e pedagogiche (sull'educazione sessuale, sui nodi della didattica, sulla laicità, sulla politica scolastica, sul tempo scuola ecc.), gli scritti polemici e critici su protagonisti, mode e temperie del mondo della scuola e dell'educazione (Da Don Milani a Orbilius, Dedalo, Bari 1979), per non parlare delle rubriche ("Elementare Watson") delle recensioni-saggi ("l'indice"), i suoi contributi all'analisi delle varie fasi attraversate dalla vita scolastica italiana hanno accompagnato molti insegnanti nel difficile passaggio dalla prima alla seconda o terza Repubblica, ponendosi sempre come una sorta di imprevisto chiarimento di grovigli politico-educativo-didattici difficili da dipanare perché difficili da definire. Ma soprattutto mettendo in moto la mente del lettore. Cosa difficile assai, in verità, trattandosi di lettori affatto particolari come sono gli insegnanti-lettori, il nerbo di quella che un tempo si definiva la scuola militante; e perciò più preziosa.
Ecco. Se si dovessero indicare le caratteristiche generali dei libri di Bini, metterei questa al primo posto: si tratta di contributi che mettono in moto le menti degli altri, che aprono piste, che indicano direzioni di ricerca, ma anche solchi di pensiero, punti di riferimento con i quali orientarsi per continuare in proprio.
Ma oltre a questo tratto, ne indicherei altri due o tre, che del resto contribuiscono potentemente a definire il primo. 
Innanzitutto la ricchezza bibliografica. Non si tratta di bibliografie accademiche, quegli ampi repertori che tendono a raccogliere tutta la letteratura su un certo argomento, tanto preziosa quanto spesso inattingibile al lettore-insegnante (che è un lettore speciale, insisto, molto pratico, interessato e curioso, generalmente con poco tempo per condurre in proprio studi fuer ewig, ma molto interessato all'utilizzabilità dei risultati delle ricerche altrui ai problemi didattici quotidiani). Si tratta piuttosto di straordinari, aggiornati, efficaci percorsi di lettura, fruibilissimi da insegnanti in formazione e da insegnanti in servizio, di repertori antieruditi per autodefinizione, di squarci di bibliografie ragionate monotematiche che si aprono improvvisi in una nota in margine al testo e ti portano per un paio di pagine in corpo minore a riscoprire titoli dimenticati, richiamati con puntigliosa precisione, accanto alle novità che ti erano sfuggite o ai titoli che già avevi in mente, e che ricevono una luce nuova dall'accostamento. Impareggiabile. Fosse solo per questo, già bisognerebbe ringraziare Giorgio Bini per il suo costante lavorìo di raccolta, di schedatura, di vaglio critico della pubblicistica e degli studi su tutto quanto concerne scuola e educazione, e mettere da parte accuratamente le fotocopie delle sue specialissime note bibliografiche. 
Ma non c'è solo questo. Nella sua scrittura ci sono almeno altri due tratti, del resto fortemente intrecciati, che meritano di essere sottolineati. Un marcato, ostentato antiaccademismo, non cattivo, ma graffiante, mascherato - o svelato - dai toni divertenti e divertiti del modesto autodidatta, che Bini ovviamente non è, una specie di minimalismo leggero anche quando si affrontano temi seri, che è una cifra stilistica tipica del nostro, particolarmente suggestiva in tempi di esaltazione di ipercompetenze, spesso fine a se stesse, come quelli che stiamo vivendo (ed è gradito ricordare qui le gustose "Noterelle di un incompetente" su Riforma della scuola degli anni '80). 
E soprattutto, l'ironia, merce rara in generale, rarissima in chi si occupa di scuola: una chiave, un tono di scrittura di fondamentale importanza per mettere in moto la mente altrui, tanto quanto una certa sicumera accademica serve solo a sviluppare forme di pensiero convergente e imitativo. Un'ironia che è un dono, ovviamente, ma che contraddistingue, in genere, chi sui banchi di scuola, con bambini in fase di esplorazione curiosa del mondo, c'è stato davvero, da chi quegli stessi bambini li conosce solo teoricamente. Gli esempi, tra gli insegnanti, non mancherebbero; tra i pedagogisti è certo più difficile trovarne.
Ma veniamo a questa ultima, gradita sorpresa. Finalmente un libro di buon senso sulla scuola, si diceva. Fin dal titolo, fin dalle prime pagine, infatti, si presenta come un libro amichevole, un "libro di benvenuto", come l'A. dice in apertura, rivolto, quasi dedicato, a una maestra neovincitrice di concorso, che ha appena messo piede "in una classe a tempo pieno o, più probabilmente, in due classi coi moduli o persino. in tre classi" (p.6). Ma anche a un direttore/direttrice capace di considerarsi "più che un manager.un organizzatore del lavoro didattico".E la chiave di scrittura è subito palese: si tratta di un testo "non (molto) polemico", ma chiaramente schierato: in tempi di rinnovamento profondo della scuola, in particolare della scuola elementare, il richiamo alla "maestra", alla concretezza di un "fare scuola" quotidiano, di un corpo a corpo tra alunno e insegnante, tra bambino e adulto, che mantiene dei tratti caratteristici tutti suoi pur nel mutamento profondo dei linguaggi, del retroterra, delle "cose", per dirla platonicamente e pasolinianamente, suona come un richiamo potente a una dimensione che rischia di sfuggire, messa in ombra dal "competentismo" imperante: la dimensione dell'alunno, del bambino, del soggetto che apprende. 
Lo dice esplicitamente l'A., dichiarando il punto di vista che vuole assumere nella Lettera: "la posizione migliore è quella di chi si mette dalla parte del bambino e della bambina?... e soprattutto del suo diritto ad apprendimenti rigorosi e ben fondati. Dalla parte di chi altro ci si dovrebbe mettere?" (p.10). Senza di lui/lei la scuola non ha senso, diventa un mostro che si autoalimenta delle proprie manie e delle proprie fobie, delle proprie presunte, efficacissime efficienze, delle straordinarie competenze dei propri operatori che... non hanno più uno scopo. 
Ma non si tratta - attenzione - di un libro che guarda al passato, di un nostalgico richiamo alla scuola di altri tempi (e quale, poi? quella dei programmi Ermini? quella della maestra-mamma? quella della riforma incompiuta?). Basterebbe scorrere, appunto, le ampie note, che arricchiscono il testo raccogliendo gran parte della bibliografia più recente su cui si regge - si è retto! - l'impianto della riforma dei cicli e dei curricoli della scuola di base, per rendersi conto che Bini si trova ancora una volta nel solco del movimento riformatore più genuino. E nemmeno si tratta del rimpianto della scuola di don Milani, pure potentemente richiamata già dal titolo e rievocata nelle prime righe dell'introduzione: esperienza per tanti versi fondamentale, ma irripetibile (e del resto Bini è un attento critico dell'opera del priore di Barbiana). No, nessuna nostalgia.
Piuttosto si tratta di una rilettura critica, volta, ancora, a mettere in moto le menti dei nuovi insegnanti e dei nuovi dirigenti, perché sappiano interpretare correttamente, tradurre in linguaggio attuale nodi educativi e didattici antichi. Ed ecco i capitoli e i paragrafi dedicati alla lettura, alla scrittura, al "tema", alla grammatica, alla tavola pitagorica, alla creatività, all'autonomia; e soprattutto ecco i capitoli (quello introduttivo e quello conclusivo) dedicati proprio alla figura e alle competenze dell'insegnante, oggi così radicalmente in crisi e in via di ridefinizione e trasformazione, al punto che si parla di estinzione del ruolo - e comunque di estinzione ormai avvenuta si deve parlare, e ne parla così Bini, a proposito della figura maschile dell'insegnante, soprattutto ai livelli dell'istruzione primaria. Non di cose superate ci parla, insomma, Bini, ma della scuola e dell'educazione di oggi e di domani. Parla di "buon senso", Bini, e con "buon senso" di scuola e di insegnamento, dunque, ma col buon senso che non ha nulla a che vedere col senso comune di cui traboccano quotidiani e mass media ogni volta che la scuola viene alla ribalta, in genere per motivi poco esaltanti. 
Valga come esempio del tono e dei contenuti del libro quanto si legge a pag.46. "Probabilmente anche la tua direttrice non mancherà di spiegarti che la tua scuola deve gareggiare con le altre per offrire sempre migliori soddisfazioni ai clienti (può sembrare strano, ma è proprio questo il linguaggio che usano i predicatori dell'autonomia scolastica. e gli organizzatori dei corsi che tutti i capi di istituto. hanno dovuto frequentare per diventare dirigenti scolastici). Forse le scuole - conclude - si metteranno davvero a farsi concorrenza, come se fossero botteghe. Sta di fatto che qualunque persona di buon senso. dovrebbe ricordarsi che a scuola si va per imparare.". Appunto. E grazie per avercelo ricordato.

Paolo Cardoni
 

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