Finalmente un libro di buon senso sulla scuola di oggi e
di domani, senza griglie efficientiste in bella mostra e
con tanti spunti di lettura e di riflessione! Ma prima di
parlarne direttamente, qualche riflessione in margine.
Da quando leggo di scuola alcune firme ricorrono con costanza.
Tra queste, quella di Giorgio Bini occupa un posto tutto
suo. Dalla "vecchia" Pedagogia attivistica in Italia (Editori
Riuniti, Roma 1971) alla Guida alla biblioteca del maestro
(Editori Riuniti, Roma 1984) a questa Lettera, passando
per gli innumerevoli saggi in volumi collettanei e articoli
nelle maggiori riviste scolastiche e pedagogiche (sull'educazione
sessuale, sui nodi della didattica, sulla laicità, sulla
politica scolastica, sul tempo scuola ecc.), gli scritti
polemici e critici su protagonisti, mode e temperie del
mondo della scuola e dell'educazione (Da Don Milani a Orbilius,
Dedalo, Bari 1979), per non parlare delle rubriche ("Elementare
Watson") delle recensioni-saggi ("l'indice"), i suoi contributi
all'analisi delle varie fasi attraversate dalla vita scolastica
italiana hanno accompagnato molti insegnanti nel difficile
passaggio dalla prima alla seconda o terza Repubblica, ponendosi
sempre come una sorta di imprevisto chiarimento di grovigli
politico-educativo-didattici difficili da dipanare perché
difficili da definire. Ma soprattutto mettendo in moto la
mente del lettore. Cosa difficile assai, in verità, trattandosi
di lettori affatto particolari come sono gli insegnanti-lettori,
il nerbo di quella che un tempo si definiva la scuola militante;
e perciò più preziosa.
Ecco. Se si dovessero indicare le caratteristiche generali
dei libri di Bini, metterei questa al primo posto: si tratta
di contributi che mettono in moto le menti degli altri,
che aprono piste, che indicano direzioni di ricerca, ma
anche solchi di pensiero, punti di riferimento con i quali
orientarsi per continuare in proprio.
Ma oltre a questo tratto, ne indicherei altri due o tre,
che del resto contribuiscono potentemente a definire il
primo.
Innanzitutto la ricchezza bibliografica. Non si tratta di
bibliografie accademiche, quegli ampi repertori che tendono
a raccogliere tutta la letteratura su un certo argomento,
tanto preziosa quanto spesso inattingibile al lettore-insegnante
(che è un lettore speciale, insisto, molto pratico, interessato
e curioso, generalmente con poco tempo per condurre in proprio
studi fuer ewig, ma molto interessato all'utilizzabilità
dei risultati delle ricerche altrui ai problemi didattici
quotidiani). Si tratta piuttosto di straordinari, aggiornati,
efficaci percorsi di lettura, fruibilissimi da insegnanti
in formazione e da insegnanti in servizio, di repertori
antieruditi per autodefinizione, di squarci di bibliografie
ragionate monotematiche che si aprono improvvisi in una
nota in margine al testo e ti portano per un paio di pagine
in corpo minore a riscoprire titoli dimenticati, richiamati
con puntigliosa precisione, accanto alle novità che ti erano
sfuggite o ai titoli che già avevi in mente, e che ricevono
una luce nuova dall'accostamento. Impareggiabile. Fosse
solo per questo, già bisognerebbe ringraziare Giorgio Bini
per il suo costante lavorìo di raccolta, di schedatura,
di vaglio critico della pubblicistica e degli studi su tutto
quanto concerne scuola e educazione, e mettere da parte
accuratamente le fotocopie delle sue specialissime note
bibliografiche.
Ma non c'è solo questo. Nella sua scrittura ci sono almeno
altri due tratti, del resto fortemente intrecciati, che
meritano di essere sottolineati. Un marcato, ostentato antiaccademismo,
non cattivo, ma graffiante, mascherato - o svelato - dai
toni divertenti e divertiti del modesto autodidatta, che
Bini ovviamente non è, una specie di minimalismo leggero
anche quando si affrontano temi seri, che è una cifra stilistica
tipica del nostro, particolarmente suggestiva in tempi di
esaltazione di ipercompetenze, spesso fine a se stesse,
come quelli che stiamo vivendo (ed è gradito ricordare qui
le gustose "Noterelle di un incompetente" su Riforma della
scuola degli anni '80).
E soprattutto, l'ironia, merce rara in generale, rarissima
in chi si occupa di scuola: una chiave, un tono di scrittura
di fondamentale importanza per mettere in moto la mente
altrui, tanto quanto una certa sicumera accademica serve
solo a sviluppare forme di pensiero convergente e imitativo.
Un'ironia che è un dono, ovviamente, ma che contraddistingue,
in genere, chi sui banchi di scuola, con bambini in fase
di esplorazione curiosa del mondo, c'è stato davvero, da
chi quegli stessi bambini li conosce solo teoricamente.
Gli esempi, tra gli insegnanti, non mancherebbero; tra i
pedagogisti è certo più difficile trovarne.
Ma veniamo a questa ultima, gradita sorpresa. Finalmente
un libro di buon senso sulla scuola, si diceva. Fin dal
titolo, fin dalle prime pagine, infatti, si presenta come
un libro amichevole, un "libro di benvenuto", come l'A.
dice in apertura, rivolto, quasi dedicato, a una maestra
neovincitrice di concorso, che ha appena messo piede "in
una classe a tempo pieno o, più probabilmente, in due classi
coi moduli o persino. in tre classi" (p.6). Ma anche a un
direttore/direttrice capace di considerarsi "più che un
manager.un organizzatore del lavoro didattico".E la chiave
di scrittura è subito palese: si tratta di un testo "non
(molto) polemico", ma chiaramente schierato: in tempi di
rinnovamento profondo della scuola, in particolare della
scuola elementare, il richiamo alla "maestra", alla concretezza
di un "fare scuola" quotidiano, di un corpo a corpo tra
alunno e insegnante, tra bambino e adulto, che mantiene
dei tratti caratteristici tutti suoi pur nel mutamento profondo
dei linguaggi, del retroterra, delle "cose", per dirla platonicamente
e pasolinianamente, suona come un richiamo potente a una
dimensione che rischia di sfuggire, messa in ombra dal "competentismo"
imperante: la dimensione dell'alunno, del bambino, del soggetto
che apprende.
Lo dice esplicitamente l'A., dichiarando il punto di vista
che vuole assumere nella Lettera: "la posizione migliore
è quella di chi si mette dalla parte del bambino e della
bambina?... e soprattutto del suo diritto ad apprendimenti
rigorosi e ben fondati. Dalla parte di chi altro ci si dovrebbe
mettere?" (p.10). Senza di lui/lei la scuola non ha senso,
diventa un mostro che si autoalimenta delle proprie manie
e delle proprie fobie, delle proprie presunte, efficacissime
efficienze, delle straordinarie competenze dei propri operatori
che... non hanno più uno scopo.
Ma non si tratta - attenzione - di un libro che guarda al
passato, di un nostalgico richiamo alla scuola di altri
tempi (e quale, poi? quella dei programmi Ermini? quella
della maestra-mamma? quella della riforma incompiuta?).
Basterebbe scorrere, appunto, le ampie note, che arricchiscono
il testo raccogliendo gran parte della bibliografia più
recente su cui si regge - si è retto! - l'impianto della
riforma dei cicli e dei curricoli della scuola di base,
per rendersi conto che Bini si trova ancora una volta nel
solco del movimento riformatore più genuino. E nemmeno si
tratta del rimpianto della scuola di don Milani, pure potentemente
richiamata già dal titolo e rievocata nelle prime righe
dell'introduzione: esperienza per tanti versi fondamentale,
ma irripetibile (e del resto Bini è un attento critico dell'opera
del priore di Barbiana). No, nessuna nostalgia.
Piuttosto si tratta di una rilettura critica, volta, ancora,
a mettere in moto le menti dei nuovi insegnanti e dei nuovi
dirigenti, perché sappiano interpretare correttamente, tradurre
in linguaggio attuale nodi educativi e didattici antichi.
Ed ecco i capitoli e i paragrafi dedicati alla lettura,
alla scrittura, al "tema", alla grammatica, alla tavola
pitagorica, alla creatività, all'autonomia; e soprattutto
ecco i capitoli (quello introduttivo e quello conclusivo)
dedicati proprio alla figura e alle competenze dell'insegnante,
oggi così radicalmente in crisi e in via di ridefinizione
e trasformazione, al punto che si parla di estinzione del
ruolo - e comunque di estinzione ormai avvenuta si deve
parlare, e ne parla così Bini, a proposito della figura
maschile dell'insegnante, soprattutto ai livelli dell'istruzione
primaria. Non di cose superate ci parla, insomma, Bini,
ma della scuola e dell'educazione di oggi e di domani. Parla
di "buon senso", Bini, e con "buon senso" di scuola e di
insegnamento, dunque, ma col buon senso che non ha nulla
a che vedere col senso comune di cui traboccano quotidiani
e mass media ogni volta che la scuola viene alla ribalta,
in genere per motivi poco esaltanti.
Valga come esempio del tono e dei contenuti del libro quanto
si legge a pag.46. "Probabilmente anche la tua direttrice
non mancherà di spiegarti che la tua scuola deve gareggiare
con le altre per offrire sempre migliori soddisfazioni ai
clienti (può sembrare strano, ma è proprio questo il linguaggio
che usano i predicatori dell'autonomia scolastica. e gli
organizzatori dei corsi che tutti i capi di istituto. hanno
dovuto frequentare per diventare dirigenti scolastici).
Forse le scuole - conclude - si metteranno davvero a farsi
concorrenza, come se fossero botteghe. Sta di fatto che
qualunque persona di buon senso. dovrebbe ricordarsi che
a scuola si va per imparare.". Appunto. E grazie per avercelo
ricordato.
Paolo Cardoni |
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