Gabriella Giorgetti

François Dubet, Perché cambiare la scuola?
casa editrice Libriliberi
pp 96, € 12,20

 


Alla fine dell’Ottocento, Jules Ferry affidò alla scuola francese il compito di formare le “virtù repubblicane”, fondamento della nazione. Un legame, quello tra scuola e repubblica, ancora vivo ai nostri giorni, dati l’interesse e la passione con cui i cittadini francesi discutono di scuola. Basta vedere quanto sta accadendo con la proposta di legge sulla laicità. Un legame che, però, ha iniziato a logorarsi soprattutto con quell’ampio numero di giovani cittadini e cittadine che, grazie alla democrazia e ai valori repubblicani, sono entrati nella scuola, ma non sono riusciti ad ottenere vantaggi per la propria vita personale e sociale. Come fare a mantenere in vita i principi della scuola repubblicana e salvaguardare la libertà e la laicità della scuola francese? François Dubet, professore di sociologia ed uno dei maggiori specialisti di scuola in Francia, non ha dubbi: bisogna cambiare la scuola.
Nella sua analisi Dubet parte dalla considerazione di una peculiarità specifica della scuola francese: un’istituzione separata che ha una funzione d’istruzione, di trasmissione dei saperi, di una morale comune, mentre l’educazione, i comportamenti privati più vicini alla formazione della personalità sono demandati alla famiglia e alle istituzioni private. Distinzione che si manifesta nel modello pedagogico francese e repubblicano, per il quale la scuola s’indirizza unicamente a degli allievi e non a dei bambini o a degli adolescenti. Una scuola concepita come il luogo in cui le diverse intelligenze dialogano al di fuori della società, dei suoi particolarismi, delle sue emozioni e dei suoi interessi. Un modello che non mette in discussione le gerarchie sociali, ma permette ai migliori di avere una possibilità di riuscire
Il problema è che tale modello della grande cultura e dell’educazione repubblicana è ormai paralizzato dal fenomeno della scuola di massa e dalla crescita continua dei diplomi. Un fenomeno che ha portato dentro la scuola la selezione che prima era di tipo sociale, esterna alla scuola. Il fatto che un tempo la scuola repubblicana garantisse a tutti la scolarizzazione primaria, ma solo ai meritevoli, tra i figli del proletariato, il proseguimento agli studi, era un fatto accettato, che garantiva della serietà degli studi e del riconoscimento del merito. Ma con la scuola di massa, una scuola molto più ugualitaria e democratica di un tempo, la produzione delle disuguaglianze viene realizzata anche attraverso la scuola, attraverso una selezione che, con le ripetenze ma anche tramite l’orientamento agli studi successivi, riproduce e riflette, di fatto, le disuguaglianze sociali. Questo fenomeno provoca negli insegnanti un incomprimibile senso di nostalgia di una scuola non più realizzabile e negli allievi, contemporaneamente integrati ed esclusi, un sempre maggior senso di frustrazione.
Un secondo aspetto critico è dato dall’apertura dentro la scuola di logiche di mercato, strettamente connesse con l’apertura del sistema scolastico a tutti e non più riducibili alla sola opposizione tra pubblico e privato. All’interno del sistema pubblico esiste, infatti, un mercato scolastico, una gerarchia tra istituti e opzioni formative in cui gli individui meglio informati, con genitori con un buon livello culturale, si muovono agevolmente. E gli insegnanti, in quanto genitori, sono tra i grandi beneficiari di questo mercato che a loro volta perpetuano.
Di fronte a questi fenomeni, che rischiano di screditare agli occhi dei molti il valore di uguaglianza della scuola, quali le priorità di cambiamento? François Dubet individua alcune priorità. Innanzitutto, la scuola deve mantenere la propria finalità di far crescere i ragazzi per farli accedere alla Ragione, all’universale. Sarebbe un controsenso se la scuola dovesse aderire al mondo. Ma d’altro lato non è più possibile ignorare la richiesta anche di una spendibilità pratica dei titoli di studio e di un loro adattamento al mondo del lavoro e dell’economia. Dal momento, infatti, che si crea una scuola di massa che distribuisce molti diplomi, la richiesta della loro spendibilità, una volta garantita sempre e comunque, non può essere ignorata. La scuola odierna deve, quindi, essere in grado di coniugare la cultura della critica, della soggettività, della ragione e della conoscenza del mondo, con una cultura dell’apprendimento come pura utilità pratica.
Un secondo aspetto è quella della formazione dei docenti, per molto tempo basata solo sulle competenze disciplinari, dando per scontato che la trasmissione dei saperi sarebbe avvenuta. Nella scuola di massa ciò non è più sufficiente, e gli insegnanti, oltre ad essere preparati nella propria disciplina d’insegnamento, devono essere capaci di condivisione e di interessarsi ai ragazzi. Occorre una formazione sempre più vicina alla pratica quotidiana, nella consapevolezza che quello dell’insegnante è un mestiere che deve essere appreso, in cui bisogna saper abbandonare il proprio sapere per incontrare quello degli allievi.
Un ultimo aspetto concerne la politica e la sua capacità di fare proposte di riforma in cui si ravvedano chiaramente le finalità. Negli ultimi anni, di fronte ai processi di cambiamento, gli insegnanti si sono spesso comportati come dei conservatori, soprattutto per la sensazione di sapere quello che perdevano, ma di non capire dove si andasse a parare. Questo perché le riforme finora accumulate non sono state capaci di ridefinire la vocazione della scuola. Un’incapacità che ha fatto sorgere antiche nostalgie verso una scuola d’élite. Se la politica non sarà in grado di ridefinire quale scuola si vuole e di conseguenza quale società, il rischio è quello di perdere l’idea di scuola come investimento per il domani. Se questo rapporto non viene, infatti, più percepito in modo chiaro, è inutile immaginare che una pedagogia miracolosa possa permettere di riconciliare gli attuali allievi con la scuola.

 

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