Alla fine dell’Ottocento, Jules Ferry affidò
alla scuola francese il compito di formare le “virtù
repubblicane”, fondamento della nazione. Un legame,
quello tra scuola e repubblica, ancora vivo ai nostri
giorni, dati l’interesse e la passione con cui i
cittadini francesi discutono di scuola. Basta vedere quanto
sta accadendo con la proposta di legge sulla laicità.
Un legame che, però, ha iniziato a logorarsi soprattutto
con quell’ampio numero di giovani cittadini e cittadine
che, grazie alla democrazia e ai valori repubblicani,
sono entrati nella scuola, ma non sono riusciti ad ottenere
vantaggi per la propria vita personale e sociale. Come
fare a mantenere in vita i principi della scuola repubblicana
e salvaguardare la libertà e la laicità
della scuola francese? François Dubet, professore
di sociologia ed uno dei maggiori specialisti di scuola
in Francia, non ha dubbi: bisogna cambiare la scuola.
Nella sua analisi Dubet parte dalla considerazione di
una peculiarità specifica della scuola francese:
un’istituzione separata che ha una funzione d’istruzione,
di trasmissione dei saperi, di una morale comune, mentre
l’educazione, i comportamenti privati più
vicini alla formazione della personalità sono demandati
alla famiglia e alle istituzioni private. Distinzione
che si manifesta nel modello pedagogico francese e repubblicano,
per il quale la scuola s’indirizza unicamente a
degli allievi e non a dei bambini o a degli adolescenti.
Una scuola concepita come il luogo in cui le diverse intelligenze
dialogano al di fuori della società, dei suoi particolarismi,
delle sue emozioni e dei suoi interessi. Un modello che
non mette in discussione le gerarchie sociali, ma permette
ai migliori di avere una possibilità di riuscire
Il problema è che tale modello della grande cultura
e dell’educazione repubblicana è ormai paralizzato
dal fenomeno della scuola di massa e dalla crescita continua
dei diplomi. Un fenomeno che ha portato dentro la scuola
la selezione che prima era di tipo sociale, esterna alla
scuola. Il fatto che un tempo la scuola repubblicana garantisse
a tutti la scolarizzazione primaria, ma solo ai meritevoli,
tra i figli del proletariato, il proseguimento agli studi,
era un fatto accettato, che garantiva della serietà
degli studi e del riconoscimento del merito. Ma con la
scuola di massa, una scuola molto più ugualitaria
e democratica di un tempo, la produzione delle disuguaglianze
viene realizzata anche attraverso la scuola, attraverso
una selezione che, con le ripetenze ma anche tramite l’orientamento
agli studi successivi, riproduce e riflette, di fatto,
le disuguaglianze sociali. Questo fenomeno provoca negli
insegnanti un incomprimibile senso di nostalgia di una
scuola non più realizzabile e negli allievi, contemporaneamente
integrati ed esclusi, un sempre maggior senso di frustrazione.
Un secondo aspetto critico è dato dall’apertura
dentro la scuola di logiche di mercato, strettamente connesse
con l’apertura del sistema scolastico a tutti e
non più riducibili alla sola opposizione tra pubblico
e privato. All’interno del sistema pubblico esiste,
infatti, un mercato scolastico, una gerarchia tra istituti
e opzioni formative in cui gli individui meglio informati,
con genitori con un buon livello culturale, si muovono
agevolmente. E gli insegnanti, in quanto genitori, sono
tra i grandi beneficiari di questo mercato che a loro
volta perpetuano.
Di fronte a questi fenomeni, che rischiano di screditare
agli occhi dei molti il valore di uguaglianza della scuola,
quali le priorità di cambiamento? François
Dubet individua alcune priorità. Innanzitutto,
la scuola deve mantenere la propria finalità di
far crescere i ragazzi per farli accedere alla Ragione,
all’universale. Sarebbe un controsenso se la scuola
dovesse aderire al mondo. Ma d’altro lato non è
più possibile ignorare la richiesta anche di una
spendibilità pratica dei titoli di studio e di
un loro adattamento al mondo del lavoro e dell’economia.
Dal momento, infatti, che si crea una scuola di massa
che distribuisce molti diplomi, la richiesta della loro
spendibilità, una volta garantita sempre e comunque,
non può essere ignorata. La scuola odierna deve,
quindi, essere in grado di coniugare la cultura della
critica, della soggettività, della ragione e della
conoscenza del mondo, con una cultura dell’apprendimento
come pura utilità pratica.
Un secondo aspetto è quella della formazione dei
docenti, per molto tempo basata solo sulle competenze
disciplinari, dando per scontato che la trasmissione dei
saperi sarebbe avvenuta. Nella scuola di massa ciò
non è più sufficiente, e gli insegnanti,
oltre ad essere preparati nella propria disciplina d’insegnamento,
devono essere capaci di condivisione e di interessarsi
ai ragazzi. Occorre una formazione sempre più vicina
alla pratica quotidiana, nella consapevolezza che quello
dell’insegnante è un mestiere che deve essere
appreso, in cui bisogna saper abbandonare il proprio sapere
per incontrare quello degli allievi.
Un ultimo aspetto concerne la politica e la sua capacità
di fare proposte di riforma in cui si ravvedano chiaramente
le finalità. Negli ultimi anni, di fronte ai processi
di cambiamento, gli insegnanti si sono spesso comportati
come dei conservatori, soprattutto per la sensazione di
sapere quello che perdevano, ma di non capire dove si
andasse a parare. Questo perché le riforme finora
accumulate non sono state capaci di ridefinire la vocazione
della scuola. Un’incapacità che ha fatto
sorgere antiche nostalgie verso una scuola d’élite.
Se la politica non sarà in grado di ridefinire
quale scuola si vuole e di conseguenza quale società,
il rischio è quello di perdere l’idea di
scuola come investimento per il domani. Se questo rapporto
non viene, infatti, più percepito in modo chiaro,
è inutile immaginare che una pedagogia miracolosa
possa permettere di riconciliare gli attuali allievi con
la scuola.