Un libro appassionante e appassionato, scritto con uno
stile incisivo e inconfondibile dove le parole diventano
immagini: figure chiare e distinte davanti agli occhi
del lettore; che si riesce a far luce e ad arricchire
il dibattito non solo intorno ad uno dei temi su cui si
gioca la scommessa della scuola del futuro, il laboratorio,
ma soprattutto “si accendono i riflettori su un
doppio schermo - come direbbe l’autore - dell’educazione:
la formazione e la scuola.
La scommessa per quanti credono in una società
più giusta è affidata ad un massiccio investimento
nella formazione continua per tutte le età.
“Soltanto un pianeta che disponesse di un ricco
‘salvadanaio’ per la formazione sarebbe in
grado di combattere e debellare le tre antiche e rovinose
malattie: a) l’analfabetismo ancora drammaticamente
diffuso nei continenti poveri della Terra, b) la dispersione
intellettuale da addebitare a una cultura diffusa, tendenzialmente
mass-mediale che tramuta il telespettatore in un avventore
di un luna-park strizza-cervelli, c) la cittadinanza passiva,
da mettere a cornice dell’ombra lunga di governi
plebiscitari e peronisti, che stanno smantellando e svuotando
antiche democrazie parlamentari in regimi populisti tele-guidati
dalle suadenti voci dei mezzi-busti televisivi”.
La nuova scuola dovrebbe essere un guardiano armato (culturalmente
parlando, s’intende) a difesa delle sue non-negoziabili
identità: a) il pensiero plurale, b) la vita di
relazione, c) la fabbrica di nuovi valori”.
È un libro in cui l’autore assume una posizione
intelligente di apertura ma anche di critica costruttiva
nei confronti dei nuovi alfabeti multimediali.
Pur considerando la nuova riforma (legge n. 53 del 2003)
sostanzialmente una “contro-riforma”, una
legge regressiva e astorica che si alimenta, senza speranza,
alla fonte della discontinuità alla quale sembra
volere dissetarsi con i soli alfabeti del rifiuto (del
no) nei confronti dei precedenti provvedimenti di innovazione-ammodernamento
del nostro sistema scolastico, Frabboni non vuole dare
spazio alle polemiche (e ce ne sarebbero) ma mette a fuoco
(con chiarezza esemplare) uno dei pochi fili di continuità
con il passato e dei pochi meriti dell’attuale riforma
che “ha finalmente dato voce e veste ufficiale ai
laboratori”.
“E’ in questo nuovo spazio didattico, finora
poco praticato, che si sperimentano le interrelazioni
tra saperi tradizionali e saperi interdisciplinari, si
valorizza la sfera emotiva/affettiva dell’allievo,
per lo più rimossa e censurata; si porta a compimento
la sua piena maturazione stimolandolo a scoprire e soprattutto
imparare ad imparare; ha un luogo formativo di piena integrazione
anche il soggetto disabile”.
Sostiene giustamente l’autore che “lo scopo
formativo del laboratorio non può essere l’istruzione
materiale (il quanto e il cosa ‘sapere’: gli
alfabeti primari, le discipline di base) che va cucinata
in classe, ma l’istruzione formale (il come e il
perché ‘sapere’: la capacità
di impostare con chiarezza logica i problemi cognitivi,
le strategie di scoperta e di metodo, le pratiche operative
di applicazione della conoscenza”. Una funzione
determinante in una società come la nostra quasi
completamente asservita al Moloch dell’economia
e del mercato.
Un libro che ha il coraggio di rilanciare l’utopia
pedagogica del dare di più a chi ha di meno, di
qualità dell’istruzione e soprattutto di
una scuola che educhi al pensiero plurale e che sia antidoto
all’omologazione e massificazione del futuro cittadino
già schiacciato dal peso insopportabile di essere
solitario consumatore o antidoto al “monopensiero
che simboleggia una macchina della mente fuori-uso, sprovvista
di qualsiasi filtro critico da contrapporre all’omologazione-uniformizzazione
della cultura mass-mediale”.
Uno strumento indispensabile per tutti quegli insegnanti
(e non sono pochi) che non hanno rinunciato a praticare
uno dei mestieri impossibili di freudiana memoria (gli
altri sono giudicare e curare) che si rivela sempre di
più una sfida improba, ma che oggi più che
mai deve essere condito da cultura e competenza (indispensabile
nella nuova scuola dei laboratori) e da una massiccia
dose di entusiasmo e che emerge, al di là dei tanti
luoghi comuni sull’insegnante demotivato e passivo,
anche dalle ricerche presenti nel libro, perché
sono gli stessi docenti che chiedono maggiore visibilità
del loro lavoro, corsi di aggiornamento non più
preconfezionati ed eterodiretti in cui sentirsi partecipi
e non comparse e chiedono, anzi esigono, di poter condividere
esperienze e confrontarsi con gli altri per essere sottratti
a una condizione quotidiana di solitudine e di isolamento
e per sentirsi “architetti e non manovali”
Maddalena
Menza