Maddalena Menza

Franco Frabboni, Il laboratorio
Laterza, 2004. Bari
pp. 170 - Euro 18,00

 


Un libro appassionante e appassionato, scritto con uno stile incisivo e inconfondibile dove le parole diventano immagini: figure chiare e distinte davanti agli occhi del lettore; che si riesce a far luce e ad arricchire il dibattito non solo intorno ad uno dei temi su cui si gioca la scommessa della scuola del futuro, il laboratorio, ma soprattutto “si accendono i riflettori su un doppio schermo - come direbbe l’autore - dell’educazione: la formazione e la scuola.
La scommessa per quanti credono in una società più giusta è affidata ad un massiccio investimento nella formazione continua per tutte le età.
“Soltanto un pianeta che disponesse di un ricco ‘salvadanaio’ per la formazione sarebbe in grado di combattere e debellare le tre antiche e rovinose malattie: a) l’analfabetismo ancora drammaticamente diffuso nei continenti poveri della Terra, b) la dispersione intellettuale da addebitare a una cultura diffusa, tendenzialmente mass-mediale che tramuta il telespettatore in un avventore di un luna-park strizza-cervelli, c) la cittadinanza passiva, da mettere a cornice dell’ombra lunga di governi plebiscitari e peronisti, che stanno smantellando e svuotando antiche democrazie parlamentari in regimi populisti tele-guidati dalle suadenti voci dei mezzi-busti televisivi”.
La nuova scuola dovrebbe essere un guardiano armato (culturalmente parlando, s’intende) a difesa delle sue non-negoziabili identità: a) il pensiero plurale, b) la vita di relazione, c) la fabbrica di nuovi valori”.
È un libro in cui l’autore assume una posizione intelligente di apertura ma anche di critica costruttiva nei confronti dei nuovi alfabeti multimediali.
Pur considerando la nuova riforma (legge n. 53 del 2003) sostanzialmente una “contro-riforma”, una legge regressiva e astorica che si alimenta, senza speranza, alla fonte della discontinuità alla quale sembra volere dissetarsi con i soli alfabeti del rifiuto (del no) nei confronti dei precedenti provvedimenti di innovazione-ammodernamento del nostro sistema scolastico, Frabboni non vuole dare spazio alle polemiche (e ce ne sarebbero) ma mette a fuoco (con chiarezza esemplare) uno dei pochi fili di continuità con il passato e dei pochi meriti dell’attuale riforma che “ha finalmente dato voce e veste ufficiale ai laboratori”.
“E’ in questo nuovo spazio didattico, finora poco praticato, che si sperimentano le interrelazioni tra saperi tradizionali e saperi interdisciplinari, si valorizza la sfera emotiva/affettiva dell’allievo, per lo più rimossa e censurata; si porta a compimento la sua piena maturazione stimolandolo a scoprire e soprattutto imparare ad imparare; ha un luogo formativo di piena integrazione anche il soggetto disabile”.
Sostiene giustamente l’autore che “lo scopo formativo del laboratorio non può essere l’istruzione materiale (il quanto e il cosa ‘sapere’: gli alfabeti primari, le discipline di base) che va cucinata in classe, ma l’istruzione formale (il come e il perché ‘sapere’: la capacità di impostare con chiarezza logica i problemi cognitivi, le strategie di scoperta e di metodo, le pratiche operative di applicazione della conoscenza”. Una funzione determinante in una società come la nostra quasi completamente asservita al Moloch dell’economia e del mercato.
Un libro che ha il coraggio di rilanciare l’utopia pedagogica del dare di più a chi ha di meno, di qualità dell’istruzione e soprattutto di una scuola che educhi al pensiero plurale e che sia antidoto all’omologazione e massificazione del futuro cittadino già schiacciato dal peso insopportabile di essere solitario consumatore o antidoto al “monopensiero che simboleggia una macchina della mente fuori-uso, sprovvista di qualsiasi filtro critico da contrapporre all’omologazione-uniformizzazione della cultura mass-mediale”.
Uno strumento indispensabile per tutti quegli insegnanti (e non sono pochi) che non hanno rinunciato a praticare uno dei mestieri impossibili di freudiana memoria (gli altri sono giudicare e curare) che si rivela sempre di più una sfida improba, ma che oggi più che mai deve essere condito da cultura e competenza (indispensabile nella nuova scuola dei laboratori) e da una massiccia dose di entusiasmo e che emerge, al di là dei tanti luoghi comuni sull’insegnante demotivato e passivo, anche dalle ricerche presenti nel libro, perché sono gli stessi docenti che chiedono maggiore visibilità del loro lavoro, corsi di aggiornamento non più preconfezionati ed eterodiretti in cui sentirsi partecipi e non comparse e chiedono, anzi esigono, di poter condividere esperienze e confrontarsi con gli altri per essere sottratti a una condizione quotidiana di solitudine e di isolamento e per sentirsi “architetti e non manovali”

Maddalena Menza

 

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