Parto dalle raccomandazioni che di solito si fanno alla
fine: lettori, procuratevi subito questo libro; non solo
insegnanti e genitori, ma anche chi non ha un contatto
diretto con bambini. Curate non solo di “leggerlo”
e “studiarlo”, com’è giusto ed
essenziale, ma anche di “possederlo” nel senso
più pieno e materiale del termine: tenerlo fra
le mani, sfogliarlo, osservarlo.
Perché – e qui comincio a motivare il mio
consiglio - si tratta di un oggetto bello a vedersi e
a maneggiarsi, in carta patinata, bella copertina, graficamente
gradevole, con un centinaio di illustrazioni a colori
e quasi altrettante in bianco e nero. Un godimento dei
sensi: vista, tatto, ma anche gusto estetico. E poi perché
presenta per la prima volta in Italia “un quadro
sistematico e aggiornato sulla storia e sul ruolo dei
giocattoli non soltanto antichi e d’epoca, ma anche
moderni e sofisticati”. Infine - e soprattutto -
perché vi sono ragioni più sostanziali e
sottili, che vanno cioè oltre il piano sensoriale
ed estetico, - e perfino oltre la mappa dei contenuti,
- e investono i processi mentali, i ragionamenti, le riflessioni
profonde.
Seguendo un itinerario che va dalla periferia al cuore
del discorso e dall’oggetto libro al pensiero elaborato,
mi piace iniziare dal singolare effetto di lettura che
mi suscitano opere come questa. Per un verso, mi fanno
sorgere una insopprimibile urgenza di sfogliarle subito
e leggerle velocemente da cima a fondo, in un fiato, magari
a grandi linee, per cogliere il senso complessivo del
discorso, ma anche per il piacere di andare scoprendo,
- nelle illustrazioni rare e preziose e nei testi essenziali
e densi di significati – una “storia”
di oggetti che è anche storia sociale e di costume,
affascinante nel suo svolgimento e nei suoi risvolti di
civiltà.
Ma per un altro verso, queste opere mi inducono a indugiare
sulle singole pagine, sui singoli paragrafi, su una didascalia
o un concetto, una curiosità, una notazione particolare,
tanto è pregnante, puntuale, ricco di informazioni
il messaggio.
Mi soffermo a lungo sulle splendide pagine a colori, ora
cercando di memorizzare la singola immagine, ora, piuttosto,
sollecitato in ciò dall’architettura del
volume, cercando di comporre un ordinamento o un sistema.
Insomma un’attività mentale che è
memoria e ricerca, ma anche costruzione di ordine, sistematica.
Mi aiuta in ciò un ricorrente titoletto, “La
storia illustrata dei giocattoli”, che segna i 5
raggruppamenti in cui sono disposte le 100 figure (ordinate
in 12 serie, dall’antichità alla fantascienza,
non dimenticando l’Africa che unisce sincronicamente
quello che altrove è diacronico: l’antico
e il moderno). È una carrellata che consente di
apprezzare la qualità della ricerca iconica fatta
da Lucchini circa le cure, le tecniche e le scelte “artistiche”
riversate sul giocattolo nei vari secoli e nelle diverse
culture. Dall’antica romana Crepereia Triphaena,
alla Mamma con bambina dell’800 francese, dagli
automi e figure in movimento agli strumenti musicali e
ai suonatori, dai soldatini di piombo che animano una
galera del 700 alla signora in portantina dell’800,
dalle bambole dei Sioux e degli esquimesi, a quelle dello
Zaire, dai giocattoli di legno grezzo (in Africa, per
esempio) ai superjet giapponesi e ai dischi volanti, è
un catalogo capace di soddisfare il desiderio di chi vuole
una panoramica complessiva e sintetica, che tuttavia non
tralascia di mettere in luce le caratteristiche proprie
di ciascuna epoca e di ciascuna area culturale (per esempio,
mediante le variazioni quantitative delle immagini e la
sottolineatura dei diversi materiali usati, e soprattutto
con l’aiuto di didascalie scientificamente nitide
ed essenziali).
Su questa stessa direzione di lettura mi sospinge il “percorso
delle immagini in bianco e nero”, anch’esso
svolto per tutte le pagine del volume, con le figure inserite
nel testo secondo un ordine inizialmente cronologico (“i
primi balocchi”, a cominciare dalla trottola a forma
di cono del Museo nazionale di Atene, o “il medioevo
dei giocattoli”), e poi, quasi subito, tematico
(“abiti e accessori per le bambole di lusso”,
“maschi e femmine”, “i giochi popolari
di una volta”, “pace e guerra sulle ruote”,
“scarti e fantasia”...).
Sono così condotto a modificare il pensiero. Il
libro, per così dire, mi ha catturato attraverso
gli occhi (con la bellezza delle immagini) e ora, con
la parte testuale, mi costringe a ripiegare su un pensiero
più duro. Con l’avvertenza che il passaggio
dalla “storia” al “tema” non è
un semplice accorgimento espositivo.
Il fatto è che la “storia” del giocattolo
non è lineare, non ha uno svolgimento uniforme
secondo una direzione e uno sviluppo semplici. In primo
luogo non è lineare in se stessa, in relazione
alla “cosa” giocattolo: gli oggetti permangono
per millenni quasi invariati nei loro tratti essenziali
(la bambola, la trottola) e solo la loro congiunzione
con elementi speciali - strutturali o ornamentali (i materiali
di costruzione, i colori, le acconciature, i vestiti...)
- di volta in volta diversi consente di identificare una
cultura, una nazione, un secolo, ovvero una “storia”.
Oppure si dà il caso che gli oggetti nascano, diremmo,
per inseminazione eterologa, per effetto cioè di
influenze esterne alla storia del giocattolo (penso all’invasione
della TV, al disco volante, ai videogiochi, e non solo).
C’è poi il fatto che solo gli oggetti di
valore sono conservati e fanno storia (la “congiura
del silenzio” tocca la storia delle classi subalterne
anche per i giocattoli dei bambini).
In secondo luogo – ma, direi, soprattutto - non
è lineare perché il giocattolo non è
una “cosa” in sé formata e conclusa.
È piuttosto l’indicatore di una funzione,
o più esattamente il materializzarsi di una funzione
umana: l’istanza del gioco. Che è, sì,
originaria, innata, ma si modula in base a scelte e condizionamenti
culturali, storici e ambientali.
La “storia” del giocattolo si intreccia perciò
con varie “storie” (che il libro definisce
“parallele”, evidentemente non in senso strettamente
matematico): l’evoluzione dell’idea di infanzia,
la storia del costume, la differenza di genere, i diritti
dei bambini, la civiltà dei consumi e delle comunicazioni
di massa, la tecnologia, ecc.
In questa ricerca complessa e a tutto campo sta il valore
scientifico del volume, che interessa lo studioso, il
ricercatore universitario, l’insegnante in cerca
di approfondimenti culturali. E si manifesta così
pienamente sia lo spessore intellettuale dell’operazione
fatta da Egidio Lucchini (che da una vita si occupa di
infanzia e processi formativi, ha scritto in proposito
libri di grande valore, ha svolto attività tecnico-ispettive
per vent’anni, conosce i bambini e i loro problemi
come pochi altri in Italia), sia la felice scelta espositiva
capace di comporre in una sintesi chiara ed efficace una
massa enorme di contributi teorici e di riflessioni critiche,
di sofisticate indagini e accattivanti apparati iconici.
La ricca bibliografia, l’accurata citazione delle
fonti, l’utilizzazione di brani d’autore estremamente
appropriati, l’attenzione agli sviluppi più
recenti della materia e, per finire, il repertorio di
curiosità e di puntualizzazioni contenuto nel “dizionario”
sui giocattoli “di ieri e di oggi”, sono elementi
non secondari che fanno di un’opera esteticamente
bella uno strumento culturale di alto profilo.