Alberto Alberti

Egidio Lucchini, Giocattoli e bambini dall’antichità al 2000,
Casa editrice R. Carabba, 2003
pp.340 + X, € 31,00.
 


Parto dalle raccomandazioni che di solito si fanno alla fine: lettori, procuratevi subito questo libro; non solo insegnanti e genitori, ma anche chi non ha un contatto diretto con bambini. Curate non solo di “leggerlo” e “studiarlo”, com’è giusto ed essenziale, ma anche di “possederlo” nel senso più pieno e materiale del termine: tenerlo fra le mani, sfogliarlo, osservarlo.
Perché – e qui comincio a motivare il mio consiglio - si tratta di un oggetto bello a vedersi e a maneggiarsi, in carta patinata, bella copertina, graficamente gradevole, con un centinaio di illustrazioni a colori e quasi altrettante in bianco e nero. Un godimento dei sensi: vista, tatto, ma anche gusto estetico. E poi perché presenta per la prima volta in Italia “un quadro sistematico e aggiornato sulla storia e sul ruolo dei giocattoli non soltanto antichi e d’epoca, ma anche moderni e sofisticati”. Infine - e soprattutto - perché vi sono ragioni più sostanziali e sottili, che vanno cioè oltre il piano sensoriale ed estetico, - e perfino oltre la mappa dei contenuti, - e investono i processi mentali, i ragionamenti, le riflessioni profonde.
Seguendo un itinerario che va dalla periferia al cuore del discorso e dall’oggetto libro al pensiero elaborato, mi piace iniziare dal singolare effetto di lettura che mi suscitano opere come questa. Per un verso, mi fanno sorgere una insopprimibile urgenza di sfogliarle subito e leggerle velocemente da cima a fondo, in un fiato, magari a grandi linee, per cogliere il senso complessivo del discorso, ma anche per il piacere di andare scoprendo, - nelle illustrazioni rare e preziose e nei testi essenziali e densi di significati – una “storia” di oggetti che è anche storia sociale e di costume, affascinante nel suo svolgimento e nei suoi risvolti di civiltà.
Ma per un altro verso, queste opere mi inducono a indugiare sulle singole pagine, sui singoli paragrafi, su una didascalia o un concetto, una curiosità, una notazione particolare, tanto è pregnante, puntuale, ricco di informazioni il messaggio.
Mi soffermo a lungo sulle splendide pagine a colori, ora cercando di memorizzare la singola immagine, ora, piuttosto, sollecitato in ciò dall’architettura del volume, cercando di comporre un ordinamento o un sistema. Insomma un’attività mentale che è memoria e ricerca, ma anche costruzione di ordine, sistematica.
Mi aiuta in ciò un ricorrente titoletto, “La storia illustrata dei giocattoli”, che segna i 5 raggruppamenti in cui sono disposte le 100 figure (ordinate in 12 serie, dall’antichità alla fantascienza, non dimenticando l’Africa che unisce sincronicamente quello che altrove è diacronico: l’antico e il moderno). È una carrellata che consente di apprezzare la qualità della ricerca iconica fatta da Lucchini circa le cure, le tecniche e le scelte “artistiche” riversate sul giocattolo nei vari secoli e nelle diverse culture. Dall’antica romana Crepereia Triphaena, alla Mamma con bambina dell’800 francese, dagli automi e figure in movimento agli strumenti musicali e ai suonatori, dai soldatini di piombo che animano una galera del 700 alla signora in portantina dell’800, dalle bambole dei Sioux e degli esquimesi, a quelle dello Zaire, dai giocattoli di legno grezzo (in Africa, per esempio) ai superjet giapponesi e ai dischi volanti, è un catalogo capace di soddisfare il desiderio di chi vuole una panoramica complessiva e sintetica, che tuttavia non tralascia di mettere in luce le caratteristiche proprie di ciascuna epoca e di ciascuna area culturale (per esempio, mediante le variazioni quantitative delle immagini e la sottolineatura dei diversi materiali usati, e soprattutto con l’aiuto di didascalie scientificamente nitide ed essenziali).
Su questa stessa direzione di lettura mi sospinge il “percorso delle immagini in bianco e nero”, anch’esso svolto per tutte le pagine del volume, con le figure inserite nel testo secondo un ordine inizialmente cronologico (“i primi balocchi”, a cominciare dalla trottola a forma di cono del Museo nazionale di Atene, o “il medioevo dei giocattoli”), e poi, quasi subito, tematico (“abiti e accessori per le bambole di lusso”, “maschi e femmine”, “i giochi popolari di una volta”, “pace e guerra sulle ruote”, “scarti e fantasia”...).
Sono così condotto a modificare il pensiero. Il libro, per così dire, mi ha catturato attraverso gli occhi (con la bellezza delle immagini) e ora, con la parte testuale, mi costringe a ripiegare su un pensiero più duro. Con l’avvertenza che il passaggio dalla “storia” al “tema” non è un semplice accorgimento espositivo.
Il fatto è che la “storia” del giocattolo non è lineare, non ha uno svolgimento uniforme secondo una direzione e uno sviluppo semplici. In primo luogo non è lineare in se stessa, in relazione alla “cosa” giocattolo: gli oggetti permangono per millenni quasi invariati nei loro tratti essenziali (la bambola, la trottola) e solo la loro congiunzione con elementi speciali - strutturali o ornamentali (i materiali di costruzione, i colori, le acconciature, i vestiti...) - di volta in volta diversi consente di identificare una cultura, una nazione, un secolo, ovvero una “storia”. Oppure si dà il caso che gli oggetti nascano, diremmo, per inseminazione eterologa, per effetto cioè di influenze esterne alla storia del giocattolo (penso all’invasione della TV, al disco volante, ai videogiochi, e non solo). C’è poi il fatto che solo gli oggetti di valore sono conservati e fanno storia (la “congiura del silenzio” tocca la storia delle classi subalterne anche per i giocattoli dei bambini).
In secondo luogo – ma, direi, soprattutto - non è lineare perché il giocattolo non è una “cosa” in sé formata e conclusa. È piuttosto l’indicatore di una funzione, o più esattamente il materializzarsi di una funzione umana: l’istanza del gioco. Che è, sì, originaria, innata, ma si modula in base a scelte e condizionamenti culturali, storici e ambientali.
La “storia” del giocattolo si intreccia perciò con varie “storie” (che il libro definisce “parallele”, evidentemente non in senso strettamente matematico): l’evoluzione dell’idea di infanzia, la storia del costume, la differenza di genere, i diritti dei bambini, la civiltà dei consumi e delle comunicazioni di massa, la tecnologia, ecc.
In questa ricerca complessa e a tutto campo sta il valore scientifico del volume, che interessa lo studioso, il ricercatore universitario, l’insegnante in cerca di approfondimenti culturali. E si manifesta così pienamente sia lo spessore intellettuale dell’operazione fatta da Egidio Lucchini (che da una vita si occupa di infanzia e processi formativi, ha scritto in proposito libri di grande valore, ha svolto attività tecnico-ispettive per vent’anni, conosce i bambini e i loro problemi come pochi altri in Italia), sia la felice scelta espositiva capace di comporre in una sintesi chiara ed efficace una massa enorme di contributi teorici e di riflessioni critiche, di sofisticate indagini e accattivanti apparati iconici.
La ricca bibliografia, l’accurata citazione delle fonti, l’utilizzazione di brani d’autore estremamente appropriati, l’attenzione agli sviluppi più recenti della materia e, per finire, il repertorio di curiosità e di puntualizzazioni contenuto nel “dizionario” sui giocattoli “di ieri e di oggi”, sono elementi non secondari che fanno di un’opera esteticamente bella uno strumento culturale di alto profilo.

 

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