La
questione di tutti i sud
Nicola
Tranfaglia
La
formazione culturale e politica del grande scrittore-pittore-medico
che si batté contro il fascismo.
La maturazione politica rappresentata da «Cristo
si è fermato ad Eboli»
che gli diede fama mondiale
Per
capire il posto che Carlo Levi occupa nella storia della
questione meridionale e del meridionalismo democratico,
è necessario ricordare, sia pure in maniera sintetica, quale
sia stata la sua formazione culturale, prima ancora che
politica, nella Torino dei primi anni del Novecento, quell'autentico
laboratorio culturale e politico in cui emersero tra la
guerra e il dopoguerra le grandi personalità di Piero Gobetti
e di Antonio Gramsci.
Formazione e giovinezza
Tra i due, il liberale rivoluzionario e il comunista, Carlo
Levi scelse il primo ma, come il suo maestro, non restò
sordo a istanze e esigenze che venivano, attraverso l'Ordine
Nuovo, da quella classe operaia che costituiva la classe
più interessante dell'ex capitale subalpina negli anni Venti,
caratterizzati dallo sviluppo impetuoso dell'industria meccanica
e automobilistica.
Puntarono, insomma, su Piero Gobetti come un riferimento,
Levi e i suoi più giovani amici, senza perdere di vista
la classe operaia e con un pregiudizio, naturalmente sfavorevole,
nei confronti di quella borghesia - sia agraria che urbana
- che secondo i giudizi di Gobetti, come di Gramsci, avevano
ceduto al fascismo, pensando di poterlo usare contro il
pericolo della rivoluzione bolscevica e poi abbandonarlo
e ritornare al potere.
"Dovremo diventare una generazione di storici" scrisse,
proprio Gobetti, di fronte a quella marcia verso il potere
del movimento fascista che fu di fatto una controrivoluzione
preventiva rispetto a una rivoluzione proletaria che non
ci fu.
In un articolo apparso nei mesi che precedono il delitto
Matteotti, nella primavera del 1924, sulla Rivoluzione liberale
e dedicato ai "Torinesi di Carlo Felice", possiamo verificare
il giudizio nettamente negativo di Carlo Levi nei confronti
di quei borghesi che difendono in ogni caso la situazione
esistente della società anche quando è contraria alla giustizia
come alla libertà.
O ancora nel ritratto, sempre apparso sulla rivista di Gobetti,
che riguarda la figura dell'ex presidente del consiglio
e leader della destra liberale Antonio Salandra: qui Levi
critica con forza non soltanto il ruolo di aiuto ai fascisti
svolto da Salandra ma anche la sua mentalità conservatrice,
l'assenza di qualsiasi interesse per le masse popolari e
per i contadini.
Ma è soprattutto negli articoli che scrive successivamente
nel primo (e ultimo) numero del giornale clandestino "Voci
di officina" che esce nel 1930 e nei "Quaderni di G. e L."
pubblicati a Parigi da Carlo Rosselli che il giovane medico-pittore
torinese espone le sue idee di fondo sulla politica e sul
futuro dell'Italia e dell'Europa.
In termini sintetici possiamo dire che Carlo Levi insiste,
da una parte, sulla centralità di un metodo liberale rivoluzionario
contro la dittatura fascista e, dall'altra parte, sulla
necessità di ripartire dai valori fondamentali che si sono
affermati con le grandi rivoluzioni del Settecento.
C'è in Carlo Levi la speranza della possibilità di un rinnovamento
profondo della politica e dei partiti, la scelta per un
movimento come quello di Giustizia e Libertà che esordisce
invitando tutti ad archiviare le tessere dei partiti e intende
costruire qualcosa di innovativo e di rivoluzionario come
la strada unica per battere l'oppressione fascista.
Tra il 1939 e il 1940, durante la fase ambigua della sospensione
della guerra, prima della grande avanzata nazista in Occidente,
Carlo Levi scrive un saggio di grande impegno e originalità
intitolato Paura della libertà pubblicato da Einaudi nel
1945 e ristampato l'anno scorso negli "Scritti politici"
a cura di David Bidussa, sempre editi da Einaudi, che a
me pare decisivo per capire la maturazione politica del
torinese e gli scritti del periodo successivo tra cui è
centrale il romanzo-saggio Cristo si è fermato ad Eboli
uscito nello stesso anno e destinato a un grande e duraturo
successo tra i lettori di tutto il mondo.
In Paura della libertà Levi, influenzato più ancora che
da Ortega e Battaille, dai grandi autori della psicoanalisi
Freud e Jung, interpreta l'oppressione totalitaria degli
anni Trenta e Quaranta come l'espressione di pulsioni costanti
o ricorrenti delle comunità umane, che nascono non soltanto
dal passato dell'uomo ma anche della contrapposizione tra
il senso sacro della politica e la tendenza umana a una
visione più volgare della società.
Lui cerca di interpretare le origini di queste pulsioni
e scrive pagine di grande lucidità sulle difficoltà mai
superate degli esseri umani di uscire dalla fase primitiva
e animale e di affrontare la sfida della libertà interna
nel senso più ampio dell'espressione.
Libertà come autonomia, come rischio, come capacità di affrontare
quel che non si conosce e che, forse in parte, non si può
conoscere.
Cristo e il suo significato
Con questa formazione culturale, con questi interrogativi
di fondo, Carlo Levi scrive di getto tra Roma e Firenze,
nel 1943-1944 il romanzo che è anche saggio e memoriale
sugli anni di confino in Lucania destinato a dargli una
fama mondiale come scrittore, lui che aveva cominciato e
continuerà a dedicarsi alla pittura, oltre che alla scrittura.
Dal punto di vista storico, che è quello che sto seguendo,
il Cristo segna una profonda rottura nella tradizione saggistica
e letteraria sul Mezzogiorno e non soltanto, o particolarmente,
perché non è scritto da un meridionale. Soprattutto perché
guarda alla società contadina del Mezzogiorno, e della Basilicata
in specie, con occhi nuovi da più di un punto di vista.
Con occhi di pittore che guarda i volti, il paesaggio, le
figure, con una straordinaria fedeltà e immediatezza. Con
occhi di intellettuale che guarda qualcosa che non immaginava
potesse esistere nell'Italia del Novecento.
Occhi che assomigliano a quelli di un antropologo particolarmente
partecipe e appassionato.
Ma anche occhi di politico nel senso più nobile della parola,
cioè di quei politici che credono alla possibilità del cambiamento
attraverso la lotta democratica.
Il Cristo è un classico nella misura in cui utilizzando
le parole e la letteratura riesce a comunicare ai lettori,
anche quelli non particolarmente agguerriti, nello stesso
tempo il lamento e la necessità di riscatto della società
contadina meridionale.
Non a caso è lui a identificare nei saggi di Rocco Scotellaro
l'opera che meglio va avanti sulla strada indicata dal suo
romanzo.
Egli ha un'altra intuizione che svilupperà in opere successive
dedicate al Mezzogiorno come Le parole sono pietre ed è
quella di vedere, prima di altri scrittori, il conflitto
destinato ad estendersi e ad esplodere negli ultimi decenni
del secolo tra i paesi sviluppati e quelli del sottosviluppo,
tra il Nord e i tanti Sud del mondo.
Questo è uno, ma non il solo, dei motivi di attualità dell'opera
di Carlo Levi, ed è sorprendente che la sua opera completa
non sia riproposta ai lettori e molti suoi libri siano addirittura
da tempo esauriti. Levi ha capito con grande chiarezza il
valore emblematico della questione meridionale e anche negli
ultimi anni della sua vita la vedrà sempre di più come il
simbolo di una questione destinata a rimanere tale nell'era
della globalizzazione economica e culturale.
Relazione tenuta il 29 novembre '02 a Potenza al Convegno
di Proteo «Il Cristo di Eboli tra realismo e leggenda».
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