Una
redistribuzione iniqua e regressiva
Fabrizio
Dacrema
L'effetto
combinato della legge finanziaria e della nuova Irpef.
Il vantaggio più consistente ai redditi alti
La
legge finanziaria 2003 anticipa la riforma fiscale contenuta
nella legge delega, approvata dal Parlamento il 26 marzo
scorso, introducendone il primo modulo, relativo alla riduzione
del prelievo fiscale sui redditi medio-bassi.
L'operazione è realizzata, come spiegato dall'elaborazione
di Vittorino Delli Cicchi, attraverso una rimodulazione
delle aliquote e una modifica degli scaglioni1, la sostituzione
quasi integrale delle attuali detrazioni2 per redditi da
lavoro e per i pensionati con un sistema di deduzioni3 decrescenti
rispetto al reddito.
Gli aumenti medi netti mensili per i lavoratori della scuola
si aggirano intorno ai 22 euro.
Con una mano si da'con due si toglie
Il governo ha sbandierato questa riduzione fiscale, vero
ed unico piatto forte del "Patto per l'Italia", come più
la più grande riduzione fiscale da decenni. Le cose non
stanno così. Il governo Amato aveva ridotto le imposte per
circa 5 miliardi di euro nel 2000 e 8,5 nel 2001.
I 5,5 miliardi di euro stanziati per la riduzione dell'Irpef
sui redditi fino a 25.000 euro annui corrispondono alle
riduzioni di aliquota previste per il 2003 dalla finanziaria
Amato (circa 2,5 miliardi) e dalla dovuta restituzione del
drenaggio fiscale di 3,5 miliardi per 2001 e 2002.
In sostanza viene dato quanto era già dovuto. Non solo,
se si pensa al taglio del 2% nei trasferimenti ai comuni
(meno asili nido, assistenza sociale, servizi educativi,
assistenza domiciliare, disabili, assistenza a famiglie
disagiate) si comprende come i costi sociali ed economici
(secondo i calcoli della Cgil si aggirano attorno a 300
euro al mese), che graveranno soprattutto sui ceti medio-bassi,
siano di gran lunga superiori ai benefici contenuti previsti
dalla riduzione fiscale.
La delega fiscale contro la progressività fiscale
La finanziaria 2003 anticipa per i redditi meno abbienti
la riduzione del prelievo fiscale prevista dalla delega
sul fisco, provvedimento centrale per l'attuazione del programma
del governo Berlusconi. Il Patto per l'Italia definisce
la riforma fiscale proposta dal governo come un "elemento
propulsivo di sviluppo". In realtà, modalità e conseguenze
di questa manovra strutturale sono finalizzate, al di là
dei vantaggi immediati, all'obiettivo politico complessivo
di una redistribuzione del reddito iniqua e regressiva.
La controriforma fiscale prevede una drastica semplificazione
del sistema delle aliquote, che verrebbero ridotte in tutto
a due: 23% e 33%. La prima aliquota si applica ad un unico
enorme scaglione di reddito che arriva fino a 100.000 euro.
Se si considera che nel primo scaglione, sottoposto all'aliquota
del 23%, ricade il 99% dei contribuenti, si comprende che
siamo sostanzialmente di fronte ad una aliquota unica, in
contrasto con il principio della progressività fiscale prevista
dalla Costituzione, che stabilisce che l'imposta effettivamente
pagata cresca più del reddito. Il principio di progressività
viene poi solo parzialmente recuperato da un sistema di
deduzioni decrescenti all'aumentare di imponibile e differenziati
per tipologia di redditi.
L'iniquità distributiva
Il costo previsto della controriforma fiscale, di cui si
prevede l'andata a regime nel 2006, è di 22 miliardi di
euro.
Una cifra enorme, che si prevede di distribuire prioritariamente
a favore dei ceti medio-alti. I numeri parlano chiaro: la
prima parte di sgravi fiscali (5.500 miliardi di euro),
distribuita con la finanziaria 2003 ai redditi medio-bassi,
rappresenta la fetta più piccola di una torta la cui porzione
principale è destinata ai contribuenti più ricchi.
Infatti, gli effetti redistributivi si concentreranno prevalentemente
sugli ultimi due scaglioni di contribuenti tra i 31.000
e i 40.500 euro oppure oltre i 45.000.
Per la grande maggioranza delle famiglie l'incremento del
reddito disponibile non sarà molto elevato, del 2% circa,
mentre per l'1% delle famiglie più ricche il risparmio sarà
di 13 milioni di euro ogni 100 milioni di reddito.
In buona sostanza con la modesta riduzione del fisco per
i redditi medio-bassi prevista dalla finanziaria di quest'anno
si cerca di creare consenso su una distribuzione a favore
del 20% contribuenti più ricchi della parte più consistente
del beneficio della riduzione Irpef.
Robin Hood alla rovescia
Di conseguenza gli operai avranno un beneficio medio di
328 euro l'anno e gli impiegati di 663, gli imprenditori
ne avranno uno di 2.400 e i professionisti di 3.000.
La controriforma Tremonti non dà invece nulla ai poveri,
perché i soggetti con reddito inferiore al minimo imponibile,
i cosiddetti incapienti, non avranno alcun miglioramento.
Risulta sempre più evidente dalle scelte del governo che
il fortunato slogan elettorale di Berlusconi, "meno tasse
per tutti", deve essere corretto in meno tasse soprattutto
per i più ricchi.
La redistribuzione del reddito verso contribuenti più ricchi
- che troverà il punto più alto nella controriforma fiscale,
peraltro, iniziata con l'abolizione tassa di successione
(già eliminata dall'Ulivo per redditi medio-bassi) - è proseguita
con una sanatoria per i capitali esportati illegalmente
all'estero, e continua con il condono fiscale. Quest'ultimo
è destinato a rivelarsi un micidiale incentivo all'evasione
fiscale, visto che induce a pensare che evadere conviene,
visto che con il condono si pagherà meno della metà dell'imposta
dovuta.
Meno servizi pubblici
Inoltre, la prevista riduzione del prelievo fiscale di così
vaste proporzioni, oltre a diminuire la pressione fiscale
soprattutto per i ricchi, è destinata a determinare una
riduzione delle entrate incompatibile con il mantenimento
del sistema pubblico di welfare universalistico.
Un abbattimento complessivo della tassazione, come quello
previsto dalla delega fiscale è incompatibile con l'entità
del nostro debito pubblico in relazione ai parametri europei
ed è destinato a impoverire e dequalificare il sistema dei
servizi pubblici, rendendolo residuale, rivolto solo ai
più poveri. Le conseguenze sono evidenti: non più, appunto,
uno stato sociale universalistico volto a garantire i diritti
civili e sociali sanciti dalla Costituzione, ma uno stato
sociale minimo, in cui l'intervento pubblico è sempre più
ridotto a favore di sistemi assicurativi privati.
Note
1. In via transitoria rimangono 5 aliquote, ma vengono rimodulate
in vista della riduzione dei prossimi anni.
Vecchia irpef
Aliquota del 18% si applica ai redditi fino a 10.329 euro
24%
15.493
32
30.987
39
69.721
45
oltre
Nuova Irpef
Aliquota del 23% si applica ai redditi fino a 15.000 euro
29
29.000
31
32.600
39
70.000
45
oltre
2. Le detrazioni sono somme che vanno sottratte all'imposta
lorda dovuta in base al reddito percepito. Possono essere
fisse (carichi familiari e per produzione del reddito) oppure
possono scattare per certe tipologie di spesa (sanitaria,
universitaria, istruzione, interessi sui mutui, premi versati
per polizze previdenziali) che il contribuente ha sostenuto.
La finanziaria 2003 elimina la detrazione da lavoro dipendente,
mentre le detrazioni per carichi familiari e per oneri diversi
per ora rimangono per poi essere trasformate in deduzioni
con la riforma a regime.
3. Le deduzioni permettono di ridurre direttamente alla
base imponibile. Il nuovo sistema delle deduzioni determina
una fascia iniziale esente da tassazione (No tax area),
diversificata per tipologie di reddito:
- i lavoratori dipendenti fino a reddito imponibile di 7.500
euro;
- i pensionati fino a un reddito di 7.000 euro;
- i lavoratori autonomi fino a un reddito di 4.500 euro.
Oltre a queste soglie la deduzione risulta decrescente linearmente
rispetto al reddito, per annullarsi a 30.500 euro per i
lavoratori autonomi, a 33.000 per i pensionati e a 33.500
per i lavoratori dipendenti.
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