La
difficoltà di comunicare vicino
Dario
Missaglia Segretario Generale Federazione Formazione-Ricerca
Cgil
Un
momento di riflessione,
tra il fragore delle bombe e delle chiacchiere, promosso
dalla Cgil.
Il mondo globale e la vita quotidiana
Lascio
alla curiosità e alla motivazione di ciascuno il piacere
di poter vivere i pensieri e le emozioni che le "Lezioni
di pace" hanno offerto ai presenti, in occasione dell'incontro
che si è svolto in Cgil il 25 marzo scorso. L'Archivio audiovisivo
del movimento operaio e democratico si appresta a produrre
la cassetta e i testi, fornendo a un pubblico vasto una
insolita opportunità. Insolita perché nei fragori e nelle
tragedie della guerra, non è facile strappare un momento
di riflessione. Non è una difficoltà di tempo; la difficoltà
si annida insidiosa nella nostra testa. Perché le cronache
incessanti dal fronte, la frenetica campagna che vede mobilitate
milioni di persone insieme alla Cgil, ai movimenti, a tantissimi
lavoratori e cittadini, creano una dimensione comunicativa
certamente forte, intensa, ma del tutto particolare. Si
tratta certo di esperienze formative, come ha detto Lidia
Ravera, perché la piazza educa contro l'individualismo (ci
sentiamo uno fra tanti) e contrasta anche, più o meno efficacemente,
la tentazione dell'esibizione individuale, del protagonismo
forsennato cui induce pericolosamente, e senza troppe distinzioni
di schieramento, la politica-spettacolo.
I giovani, la globalità e il senso della realtà
Ma chi ha osservato più da vicino le migliaia di giovani
che segnano le manifestazioni di questi giorni, avrà colto
un aspetto controverso. Sorprende questa diffusa e inedita
consapevolezza dell'assurdità della guerra come strumento
per la soluzione dei conflitti; ed essa è certo figlia di
una globalizzazione che mai come oggi ha reso esplicito
al mondo l'intollerabile ingiustizia, sociale ed economica,
che segna lo sviluppo del mondo e le sue conseguenze tragiche.
Tutto ciò giustamente colpisce.
Ma sorprende ancor di più vedere come, mentre sia esplosa
questa capacità di comunicare con " il lontano",
essa conviva con una estrema difficoltà a comunicare con
" il vicino".
Questi ragazzi sono maggiormente in grado di discutere sulla
guerra piuttosto che comunicare tra di loro, di costruire
complicità, relazioni significative. Non parliamo poi della
difficoltà a parlare con gli adulti, con i loro stessi genitori.
Nelle generazioni senza confini si globalizza anche la passività,
un'istruzione debole e distante dalla realtà.
Il mondo insomma si fa sempre più trasversale ma le identità
si spezzano, cercano nuovi riferimenti.
È forse la più inquietante delle contraddizioni prodotte
dalla globalizzazione.
In questa comunicazione tutta protesa al "lontano"
c'è il rischio di un punto di vista riduttivo dei fenomeni
osservati. Perché, da "lontano", è più facile
guardare la guerra anziché capirla, è più facile vedere
le bombe e non le persone vittime delle bombe.
E allora serve andare in profondità, sforzarsi di comunicare
anche con "il vicino", sapendo che non abbiamo
più modelli da "esportare", da trasmettere, ma
che la ricerca è tutta di fronte a noi e non può non partire
dalla vita, dalle storie delle persone che ci troviamo di
fronte.
E il sapere delle persone non può essere avulso dalle loro
emozioni, dalla dimensione immaginaria e narrativa, dal
loro legame con la comunità territoriale.
Se la politica comprendesse questa realtà. forse meno drammatica
potrebbe essere la frattura, davvero pericolosa, che essa
accusa oggi nei confronti della società.
Pertanto, come ha detto Gugliemo Epifani in una riflessione
intensa e per nulla celebrativa delle iniziative in atto,
al sindacato non può bastare l'etica della convinzione ma
serve l'etica della responsabilità. Serve cioè un'idea del
futuro che vada oltre l'idea della pace come "assenza
di guerra" (che è l'obiettivo immediato che occorre
perseguire) per misurarsi sulle domande implicite e nascoste
che l'impegno di questi giorni esige: la crisi della legalità
internazionale distrutta dall'idea stessa di guerra preventiva,
l'incognita di un conflitto di civiltà, la necessaria riforma
degli organismi internazionali per assicurare le regole
di un nuovo equilibrio mondiale. Aiutare insomma i giovani
a guardare e comprendere il vicino e non solo il lontano,
a penetrare la complessità sociale che ci circonda e non
tollera semplificazioni.
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