La guerra senza «se» e senza «ma»
David Baldini

Non sempre ragione e sentimento si compenetrano.
Preferiamo sbagliare per eccesso di zelo per la pace,
piuttosto che per distorta fascinazione per la guerra

Molte tesi, anzi moltissime, si potrebbero legittimamente sostenere a proposito del rapporto tra cuore e cervello, sentimento e ragione, ma di sicuro non è concesso di sostenere che la relazione tra queste due sfere, così intrinsecamente umane, debba di necessità risultare conflittuale, anzi antagonistica. Un noto rivoluzionario "di professione" osservava che anche nelle situazioni più estreme occorre tener sempre conto sia della ragione che del sentimento, e avere "mente fredda e cuore caldo". Non sempre, nel corso della storia, tale compenetrazione di opposti è risultata possibile, o felice. Il fatto è che, quando due radicalità vengono a confronto, il livello della mediazione si complica, rendendo obbligatoria la scelta. E tuttavia, difficoltà "oggettive" a parte, non riusciamo ancora a giustificare il dibattito tra i sostenitori della necessità che la politica operi al di fuori di ogni condizionamento (non è essa, per definizione, l'arte del possibile?) e i propugnatori dell'esigenza di una pace assoluta, da perseguire senza "se" e senza "ma".
La contrapposizione, tutta giocata sulla polemica spicciola, sembra quasi prescindere dalle ragioni di sostanza. E così, mentre gli algidi e zelanti cultori della fredda ragione si misuravano con i passionali sostenitori della pace, veniva messa in ombra la vera ragione dello scandalo di oggi, il contesto all'interno del quale quella contrapposizione va ricondotta: la cosiddetta "guerra preventiva". Non è vero infatti che, mentre gli Usa venivano individuando nell'Iraq il loro obiettivo, nel contempo elaboravano l'aberrante concezione della guerra a tutti i costi, e dunque anch'essa senza "se" e senza "ma"? La radicalità, nel nostro caso, è duplice: è propria tanto della pace quanto della guerra.
Se questo è l'assunto, allora la questione da dirimere non è tanto dover scegliere tra utopia e realismo, cuore e cervello, quanto piuttosto ricercare soluzioni politiche e diplomatiche che tengano conto di entrambe le sfere, in quanto l'una è l'interfaccia dell'altra. Il fatto è che, volenti o nolenti, siamo tutti figli di Machiavelli, realistico sanzionatore dell'insanabile divorzio tra politica e morale.
Se così è, ci permettiamo di rivolgere ai politici una provocazione: e se il pretesto per una ricomposizione ci fosse offerto proprio dall'attuale situazione bellica, che vede, da una parte, la ragion politica (propugnata dalla superpotenza per eccellenza, gli Usa, o, come alcuni amano dire, l'impero), e dall'altra la passione civile (la cui bandiera è inalberata da milioni di esseri umani che stanno protestando in molte piazze del mondo), entrambe meritevoli di eguale considerazione? Insomma, non è forse la guerra, così come è stata configurata (senza "se" e senza "ma") ad essere oggetto di scandalo? Per quanto ci riguarda, privi del classico punto fermo (quello vanamente invocato da Archimede), dovendo scegliere, ci limitiamo a dire quanto segue. Preferiamo sbagliare - insieme ai tanti milioni di pacifisti, credenti e non credenti, che hanno fatto sentire il loro grido di protesta - per eccesso di zelo per la pace, piuttosto che per distorta fascinazione per la guerra. E d'altra parte quale altra chance ci rimane se è vero che, nell'èra della postmodernità, appare definitivamente tramontato il principio di von Clausewitz della guerra come "continuazione della politica con altri mezzi"?
Con l'arsenale nucleare e batteriologico a disposizione degli eserciti regolari o dei gruppi organizzati di terroristi che operano a livello internazionale, non di "continuazione della politica" si tratterebbe, quanto piuttosto di "fine" della politica e, con essa, forse, della stessa umanità.
Come si vede, la prospettiva non è proprio incoraggiante.

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