Un tuffo nel passato
Paolo Cardoni

Una proposta che non nasce dal confronto.
Un'operazione furbesca che chiude
alla scuola media prospettive di riforma.
Un utile excursus storico

 

Forse mai la definizione di programmi scolastici fu più rapida e meno contrastata (almeno in apparenza) di quella messa in atto dal governo di centro-destra. Si potrà anche dire che in passato si eccedeva in discussioni e in mediazioni di tipo proporzionalistico. Ma certo è che il confronto tra esperti di diversa matrice culturale o scuola di pensiero e tra politici di diversa ispirazione (ma anche tra esperti e politici) ha prodotto risultati di un certo peso nella storia della scuola italiana della prima repubblica. Si potrà criticare l'eccesso di mediazione, ma non si potrà negare che fosse frutto di confronto a suo modo leale e, soprattutto, che tale confronto venisse portato avanti nella piena consapevolezza che si stava discutendo di qualcosa che nel bene e nel male riguardava tutti i cittadini, e non solo una maggioranza di essi.
Dai programmi dell'85 ai programmi Brocca al Progetto '92, per non dire dei lavori della più recente Commissione dei saggi, raramente o mai si è affrontato il problema della scuola in termini esclusivamente di maggioranza. E questo dovrebbe valere tanto più per gli aspetti squisitamente culturali, su cui decidere a maggioranza, senza tener conto di punti di vista diversi, non è mai una buona cosa. Il contributo della politica dovrebbe essere semmai un contributo di equilibrio. ma sappiamo che i tempi non sono tali da favorire questo tipo di impostazione.


La media recuperata

Chi a suo tempo - ma è passato solo un anno - aveva letto il famoso "documento Bertagna" non sarà sorpreso più di tanto da quello che ora si ritrova nel testo contenente le "indicazioni".
Diciamo subito che bisognerà tornare sugli aspetti disciplinari: un elenco di obiettivi tra i quali scegliere non è di per sé né una cosa buona né una cosa cattiva: il problema è capire chi e come sarà in grado di scegliere ed eventualmente di modificare e integrare quegli obiettivi, e per fare che cosa. È su questa indicazione di obiettivi di fondo, di "mission" complessiva che bisogna puntare l'attenzione. Qui dunque proveremo a vedere gli aspetti generali della scuola secondaria di primo grado per come sono presentati nel documento ministeriale e per come è possibile intuirli, ben sapendo che è solo alla luce di questi che assumeranno significato anche quelli.
La scuola secondaria di I grado - si dice - prosegue "l'orientamento educativo" avviato dal precedente ordine di scuola, anche se esprime un valore simbolico di "rottura", perché si colloca nella fase del passaggio dalla conoscenza basata sull'isomorfismo ingenuo (identità fra realtà e rappresentazione di essa) a quella basata sul modello: "conoscere in maniera secondaria vuol dire adoperare costrutti mentali che si fondano sull'analogia". Affermazioni di per sé condivisibili. Del resto, si ricorderà che la forte levata di scudi che accolse la berlingueriana riforma dei cicli faceva perno proprio sulla abolizione della scuola media come ordine di scuola dotato di una propria autonomia e specificità - presunta o reale che fosse poco importa, dato che così era comunque percepita. C'erano buone ragioni per non concordare con quella proposta, che, se non era di "abolizione" pura e semplice della scuola media, certo era di riduzione sostanziale, sia di durata che di identità. Non furono perplessi solo i sostenitori di una didattica "tradizionale" o gli insegnanti conservatori, ma anche insegnanti della scuola militante e studiosi "progressisti". Tra gli altri, si espresse in questo senso Aldo Visalberghi (1).
Rispetto a quella percezione è senz'altro più rassicurante l'impostazione attuale, che appare più legata al modello di scuola media al quale siamo abituati da quarant'anni e più, furbescamente accolto nell'impostazione berlusconianmorattiana solo perché apparentemente più in sintonia col comune sentire degli insegnanti di questo delicato ordine scolastico di cerniera.
Ma la scelta del modello in apparenza più condiviso o al quale siamo più abituati rischia di essere solo uno specchietto per le allodole, perché in realtà l'abbandono di ogni prospettiva di riforma dei cicli viene fatto all'insegna di un sostanziale salto indietro verso un modello didatticamente, socialmente e storicamente più antico e molto ben connotato, di cui lo strappo berlingueriano rappresentava forse il definitivo - ancorché politicamente poco accorto - superamento: il modello di scuola media pre-'79 (l'anno dei "nuovi programmi"), addirittura pre-'62 (l'anno in cui nacque la scuola media unica).
È il modello della scuola che seleziona, che stabilisce chi deve "proseguire", invece di avere l'obiettivo di aiutare tutti a proseguire negli studi. Addirittura, compare sullo sfondo il modello della riforma di Bottai del 1939/40.


Qualche riferimento storico


La Carta della scuola di Bottai, si ricorderà, divideva in tre segmenti il settore dell'istruzione media inferiore (e perciò la dizione "scuola secondaria di I grado" ora ribadita rispetto al tentativo berlingueriano di creare una "scuola di base" lunga ha già un suo significato.): la scuola media triennale, destinata ai ceti medio alti, con il latino come asse portante; la scuola artigiana triennale, senza sbocchi, destinata la proletariato rurale e dei piccoli centri, affidata ai maestri elementari "migliori", col carattere di scuola post-elementare e non "media"; la scuola professionale triennale, che dava accesso alla successiva scuola tecnica biennale, per il proletariato industriale dei centri maggiori.
Quello tentato da Bottai era a suo modo un tentativo (fallito poi a causa della guerra) di "unificazione" dell'istruzione "media" anche rispetto alla riforma Gentile del 1923, che prevedeva, dopo i 5 anni di scuola elementare, ben 6 tipi di scuola media inferiore:
- un corso integrativo delle elementari (VI, VII e VIII classe) senza sbocchi ulteriori;
- una scuola complementare di tre anni, senza sbocchi ulteriori, che nel 1930 diventerà la scuola di avviamento professionale;
- un istituto magistrale inferiore di 4 anni (che dava possibilità di accedere all'istituto magistrale superiore di tre anni e poi solo alla facoltà di magistero);
- un istituto tecnico inferiore di 4 anni (con sbocco nell'istituto tecnico superiore di altri 4 anni e accesso ad alcune facoltà universitarie);
- un ginnasio inferiore di tre anni (che dava accesso al ginnasio superiore, di 2 anni, da cui l'anacronistico IV e V ginnasio che ancora ben conosciamo, che a sua volta dava accesso - previo esame - ai tre del liceo classico, appunto l'attuale I, II e III liceo classico, da cui si poteva accedere a tutte le facoltà e che era la scuola della classe dirigente per antonomasia);
- la scuola d'arte, a suo modo un canale chiuso e separato.
La riforma Gentile, del resto, aveva rappresentato una forte accentuazione classista rispetto al precedente ordinamento che risaliva alla legge Casati del 1859 - 379 articoli che fondavano la macchina burocratica dell'istruzione nazionale, definendone il profilo e l'assetto gerarchico: ministro, consiglio superiore, ispettori generali, provveditori, ispettori provinciali, consiglio provinciale. Quella legge prevedeva, dopo i 4 anni di scuola elementare obbligatoria, "solo" tre canali di istruzione secondaria: quella classica (ginnasio di cinque anni e liceo di tre) quella tecnica (due gradi di tre anni ciascuno: scuola tecnica e istituto tecnico), quella normale, di tre anni per i futuri maestri.
Ma sarà utile ricordare ancora che dopo la seconda guerra mondiale il confronto-scontro sulla scuola seguì le vicende politiche generali: l'esigenza di diffondere l'istruzione a tutti i ceti, sancita nella Costituzione, e quella di mettere tutti i cittadini sullo stesso piano, senza differenze di censo (art. 34) dovette fare i conti col contrasto tra cattolici e laici, democristiani e socialisti-comunisti. Le posizioni conservatrici furono sempre ben presenti e anzi dominanti. Nodo centrale, ancora il grado "medio" dell'istruzione. L'idea di assolvere il dettato costituzionale con la riproposizione di scuole popolari post-elementari si ripresentò quasi subito: il disegno di legge Gonella del 1951 riproponeva la falsa scuola media unica di Bottai. Quel ddl, infatti, prevedeva ancora tre tipi di scuola: la secondaria classica, con accesso a tutti tipi di scuola superiore; la secondaria tecnica, con accesso agli istituti tecnici e a quelli professionali; la secondaria normale, ossia tre classi post-elementari affidate ai maestri e con sede nei plessi delle scuole elementari.
Il ddl non passò, ma la gestione ministeriale della politica scolastica consentì, attraverso l'uso accorto di semplici circolari, di istituire effettivamente classi post-elementari presso le scuole elementari, prima a livello sperimentale e poi, dal 1954/55, col ministro Ermini - più noto per i programmi che portano il suo nome - in modo praticamente generalizzato.
Non è il caso di rifare qui la storia dei dibattiti e delle iniziative politiche che portarono nel 1962 a unificare veramente la scuola media [anche se rileggere La guerra dei trent'anni di T.Codignola è molto istruttivo (2)], ma è utile avere a mente il quadro del faticoso cammino fatto in quasi cinquant'anni di repubblica per apprezzare fino in fondo i rischi di scelte, non diremo "affrettate", ma non ben comprese da tutti, sì. Basterà ricordare qui che l'unicità sancita dalla legge 1859 del '62 avrebbe ancora avuto bisogno di battaglie culturali, movimenti educativi, proteste e prese di coscienza faticose; avrebbe avuto bisogno, fra l'altro, della Lettera a una professoressa dei ragazzi di Barbiana prima, e degli aggiustamenti introdotti con le leggi 348 e 517/77 poi, e finalmente dei programmi del 1979, che l'avrebbero resa veramente operativa; e ancora, della legge sul tempo prolungato (1984) che ne avrebbe completato l'impianto dal punto di vista della struttura oraria, lasciando tuttavia in sospeso diversi problemi didattico-organizzativi: il peso della famiglia nella scelta del tempo-scuola, ad esempio; la cronica mancanza di fondi per potenziare l'offerta formativa e i servizi connessi al prolungamento del tempo-scuola, a partire dalla mensa; la possibilità di prevedere percorsi effettivamente flessibili all'interno dell'offerta formativa della scuola (più altri problemini come: gli sbocchi verso le scuole superiori, per le quali solo da pochi anni è diventato "normale" attivare progetti di accoglienza, passerelle e ri-orientamento; la formazione specifica degli insegnanti, per la quale si è dovuto attendere fino al 1998.).
Ora ci si può chiedere se le indicazioni del governo di centro-destra vanno nel senso di questo faticoso e lungo percorso oppure non.
E la risposta non può che essere no. E non un "no" ideologico e pregiudiziale, ma un "no" che nasce dalla lettura del documento. In esso si avverte qualcosa, forse lo stesso linguaggio, che guarda in una direzione diversa (sintomatico, tra l'altro, "il know how formativo e orientativo" della scuola). Accanto e al di sopra di altre cose che stanno nel solco dell'elaborazione e del percorso di cui abbiamo detto, ma che assumono un senso diverso nel nuovo contesto che si va lentamente disegnando.


Nuovi (impronunciabili) acronimi


Cose già teorizzate e in parte praticate (il "piano di studio personalizzato" - lo chiameremo Pi.S.Spe. - rimanda all'individualizzazione dell'insegnamento di gloriosa quanto ineffabile memoria; il "portfolio delle competenze individuali" - Por.Co.I. - deriva da quel libretto o fascicolo personale di cui da anni e per anni si è parlato; il Pof c'è ormai in tutte le scuole.) assumono un sapore diverso. Il Pi.S.Spe, ad esempio, diventa un insieme di strane "unità di apprendimento" - Uni.d'App. - , che, sia detto per inciso, non hanno niente a che fare con le vecchie unità didattiche, e bisognerà ben capire che cosa dovranno essere. Il Por.Co.I. diventa una sorta di curriculum predittivo delle scelte successive ("l'insieme delle Uni.d'App., - si legge a pagina 8 del documento scaricabile dal sito del Ministero - con le eventuali differenziazioni che si rendessero necessarie per i singoli alunni, dà origine al Pi.S.Spe., che resta a disposizione delle famiglie e da cui si ricavano anche spunti utili per la compilazione del Por.Co.I"; e ancora: "Il Pi.S.Spe. è un appuntamento cruciale anche perché (.) la scuola può dedicare una quota fino a 200 ore annuali all'approfondimento parziale o totale di discipline e attività (.). Questi approfondimenti (.) possono consentire (.) alla conclusione del triennio, una scelta degli indirizzi formativi del secondo ciclo non solo responsabile ma collaudata"; ivi).
Anche se non sembra a prima vista, il quadro complessivo, la cosiddetta "mission" della scuola, ne risulta modificato: nel disegno presentato, tutto il settore della scuola di base, primaria e "secondaria di primo grado", diventa infatti il contenitore di una crescente individualizzazione non più dell'insegnamento, ma degli stessi percorsi formativi funzionali agli esiti professionalizzanti (si parla proprio di "destini" professionali) dei percorsi stessi; esiti che così rischiano sempre più di essere pre-definiti a partire dalla fascia 11-13 anni, ma di cui si hanno chiari segnali già nel segmento precedente, in cui le Uni.d'App. sono già presenti. Se si potrà "scegliere" tra diverse Uni.d'App., infatti, chi pensiamo che sceglierà quelle più ricche e complesse, quelle che richiedono "prerequisiti" o "preconoscenze" più raffinate? I dati statistici stanno lì, impietosi, a parlarci ancora di una correlazione positiva tra estrazione socioculturale della famiglia e successo scolastico.


Ma chi è questo tutor?

La rinuncia alla dimensione orientatrice integrale della scuola media (si veda la "Premessa generale" ai Programmi del 1979) trova un segno evidente nella frattura "interna" tra primo biennio e ultimo anno, una frattura che ribadisce la preferenza implicita per un concetto di orientamento centrato sugli esiti, sulla scelta "finale" e non sull'esplorazione delle attitudini. Ma ne sono segni altrettanto netti l'attribuzione del compito specifico di orientatore al "tutor", che si esprimerà a nome della scuola (ma chi è questo "tutor"? un esperto di orientamento, un insegnante con compiti e formazione specifici, l'attuale coordinatore del consiglio di classe?); e soprattutto il ruolo preminente della famiglia nella decisione finale, che si preannuncia come una scelta, appunto, di "destino" professionale vero e proprio ("i genitori - si legge - devono decidere a quale indirizzo iscrivere il proprio figlio.").
Intendiamoci: la famiglia ha sempre avuto un ruolo preminente in questo tipo di scelte: ma con la parola "famiglia" si deve intendere non solo la volontà dei genitori, ma anche, è bene non dimenticarlo, il reddito, la cultura, la residenza della famiglia stessa e tutto quel complesso di aspettative che non sempre hanno una funzione "liberatrice" rispetto alla personalità dei ragazzi. È rispetto a queste cose che si deve definire il ruolo della scuola: orientare significa aiutare il singolo a riconoscere le proprie attitudini e a cercare la via per assecondarle: ma per farlo occorre innanzitutto conoscerle, queste attitudini, esplorarle in modo adeguato e quindi lavorare didatticamente in questa direzione; e per assecondarle occorre, spesso, l'incoraggiamento e l'aiuto di qualcuno. A questo serve una scuola che si faccia carico integralmente dell'orientamento: un intero collegio docenti, un intero consiglio di classe, un'intera organizzazione didattica a supporto di questa ricerca individuale, che ha bisogno di tempi lunghi, che è fatta di ripensamenti, necessità di correzione, possibilità di condurre esperienze didatticamente guidate, di laboratori ricchi di stimoli.
Altra cosa è invece un tutor che legge - possiamo dire "che gestisce" - il portfolio, ossia i lavori e le prove significative accumulate dallo studente nel corso degli anni precedenti, sulla base delle varie Uni.d'App. che saranno state scelte, e che mette la famiglia di fronte alla realtà: "tuo figlio non sa, non capisce, non sa fare. dunque è meglio avviarlo". verso il canale della formazione professionale piuttosto che verso il canale della formazione liceale. E chiunque abbia pratica di scuola sa che la possibilità di "recuperare" più tardi abilità e competenze non acquisite - ad esempio nella lettura, nella scrittura, nella capacità di gestire in modo autonomo e consapevole il proprio tempo di studio ecc. - è sempre più difficile, fino a diventare quasi impossibile.
La riduzione del tempo scuola

Ma la vera filosofia di questa revisione dell'impianto culturale della scuola media va cercata nel paragrafo dedicato ai "vincoli". È lì, infatti, che si parla della riduzione del tempo scuola. Ora, la durata della scuola non è un problema ideologico, né è un bene in sé: una scuola fatta male che dura molto è solo una tortura. Ma che una scuola sia in grado di rispondere in modo adeguato alle esigenze diverse di tanti "fanciulli" e studenti di ceti sociali e condizioni diverse avendo a disposizione poco tempo, comunque meno di quanto ne abbia ora, è una pura illusione. Ecco perché la riduzione del tempo scuola deve suonare come un campanello d'allarme, tanto più che il mercato comincia già a gonfiarsi di offerte aggiuntive o integrative per rispondere a una richiesta crescente non già di formazione culturale più ampia, ma di aiuto di fronte alle difficoltà di apprendimento o ai ritardi accumulati: tre anni in uno, risolvi i tuoi problemi col "nostro" doposcuola ecc.
Non è paradossale che la scuola offra - o sia invitata ad offrire - corsi di informatica, inglese e magari di impresa, oltre che di recitazione, danza, fotografia, regìa cinematografica ecc. e i privati offrano corsi per "imparare a studiare", imparare a scrivere, recuperare anni?
È qui che l'operazione mostra la corda: lo Stato taglia di fatto la propria offerta di tempo scuola, sperando in un meschino risparmio, e ammanta questa grave scelta politica con discorsi e parole che si rifanno alla responsabilità individuale e delle famiglie.
In realtà, il passo indietro è grave.

* Ssis del Lazio - Università di Roma Tre


Note

(1) cfr. A.Visalberghi, Il terremoto istituzionale, in La vita scolastica, n. 12, 1997

(2) cfr. T.Codignola, La guerra dei trent'anni. Com'è nata la scuola media in Italia, in La scuola italiana dal 1945 al 1983, a c. di M.Gattullo e A.Visalberghi, La Nuova Italia, Firenze 1986; Sulla Carta della Scuola, la riforma Gentile e la politica scolastica del dopoguerra la bibliografia è molto vasta; si possono vedere, fra l'altro, Natali, Colucci, Natoli, La scuola in Italia dal 1859 ai decreti delegati, Mazzotta, Milano 1975 e G.Bonetta, Storia della scuola e delle istituzioni educative, Giunti, Firenze
1997

 

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