Scarso
gradimento per il decreto Moratti
Almeno un po’ di buon senso
La
politica scolastica del governo non passa nelle scuole.
Le Regioni e i Comuni presentano molte riserve. Il Ministro
costretta a fare una parziale marcia indietro
Fabrizio Dacrema
Il
10 dicembre è stata una giornata importante per il
primo decreto di attuazione della legge Moratti.: la Conferenza
Unificata Stato-Regioni ha espresso il proprio parere e
la Commissione istruzione del Senato ha avviato la consultazione
ascoltando i sindacati confederali della scuola.
Una giornata importante e contraddittoria. Le Regioni hanno
infatti dato via libera al decreto a maggioranza (otto hanno
votato contro), l’Anci ha preso una posizione articolata
con la quale rileva i passi avanti confermando una valutazione
negativa sull’insieme del provvedimento, le organizzazioni
sindacali hanno confermato una valutazione pesantemente
negativa del provvedimento, nel merito e nel metodo, fino
a chiederne il ritiro.
Un testo non più blindato
La
novità più importante è che il Ministro
non considera più “blindato” il testo.
La linea dura, il cosiddetto “fronte talebano”,
comincia a cedere, l’idea del sottosegretario Aprea
di imporre il decreto senza modifiche e in tempi brevi è
già caduta.
Ora è chiaro a tutti che il decreto è modificabile,
solo superficialmente o in profondità, dipenderà
dalla capacità di iniziativa e dalla forza di convinzione
dello schieramento che in modo sempre più ampio e
diffuso si sta mobilitando contro.
Il successo della manifestazione del 29 novembre scorso
e il costituirsi di un fronte sindacale unitario a favore
del ritiro del decreto sono sicuramente stati determinanti
nel fare cambiare idea al Ministro.
La principale modifica introdotta riguarda, infatti, il
tempo pieno, il punto su cui la mobilitazione è stata
più ampia e unitaria.
Gli emendamenti ministeriali garantiscono la copertura del
tempo mensa attraverso organici statali e la gratuità
delle attività opzionali e facoltative.
Con queste modifiche al testo il Ministro indirettamente
ammette che fino ad oggi hanno raccontato un sacco di balle,
con il commento ufficiale al decreto, nelle dichiarazioni
pubbliche, nelle risposte alle interrogazioni parlamentari.
Aveva, quindi, ragione chi ha sostenuto che con il testo
precedente il tempo per la mensa e di conseguenza le 40
ore del tempo pieno e prolungato non erano più garantiti.
Un altro emendamento garantisce la possibilità agli
istituti comprensivi di continuare ad esistere, comprendendo
al proprio interno scuola dell’infanzia, primaria
e secondaria di primo grado. Un comma decisamente insufficiente
per una tipologia di scuola maggioritaria nel ciclo primario,
che, forse, si aspettava di essere valorizzata in positivo
per le proprie potenzialità educative e non solo
di essere “graziata”.
Le modifiche non bastano
Assolutamente
insufficienti sono anche le modifiche introdotte per il
tempo pieno e prolungato. Sulla base del nuovo testo nella
scuola elementare e media l’offerta formativa di 40
ore dal punto di vista quantitativo è garantita,
gratuita e coperta da personale docente statale. Continuano,
invece, ad essere cancellati i modelli educativi che fino
ad oggi hanno rappresentato una risposta di qualità
educativa elevata (tempi distesi e progettazione unitaria)
alla domanda sociale.
Al loro posto ci saranno dei “doposcuola” frammentati
e residuali, sia pur gratuiti, riservati a chi non ha voluto
o potuto accedere all’offerta delle agenzie educative
private: ciò consegue inevitabilmente dalle decisioni
del governo di ridurre a 27 ore settimanali il tempo scuola
di tutti e di imporre alle scuole autonome il modello di
organizzazione didattica centrata sull’insegnante
coordinatore-tutor.
Questi sono, infatti, i punti affrontati dai sindacati confederali
della scuola nell’audizione alla Commissione istruzione
del Senato. Cgil, Cisl e Uil Scuola non hanno detto solo
“no” al decreto, ma hanno indicato in positivo,
come risulta dalle memorie presentate, le loro proposte
alternative, nel metodo e nel merito.
In sostanza i sindacati hanno chiesto:
- consultazione e confronto con il mondo della scuola sulle
proposte del governo di cambiamento degli ordinamenti (decreto)
e sui documenti pedagogici e programmatici (Indicazioni);
- un piano pluriennale di investimenti per la generalizzazione,
e l’innalzamento della qualità, della scuola
dell’infanzia (ad es.: tempo scuola che garantisca
una giornata educativa significativa, riduzione del numero
di alunni per sezione, organico funzionale, garanzie per
la contemporaneità docente);
- rispetto e valorizzazione dell’autonomia didattica
e organizzativa delle scuole e conseguente rinuncia ad imporre
la figura del docente tutor;
- tempo scuola obbligatorio (percorso comune di tutti) di
almeno 30 ore, conferma degli attuali modelli di tempo pieno
e prolungato;
- sviluppo della continuità educativa tra scuola
dell’infanzia, elementare e media e conseguente valorizzazione
e supporto degli istituti comprensivi.
Cosa rimarrebbe del decreto una volta accettate le proposte
dei sindacati confederali? Poco, molto poco, quasi nulla.
Per questo è coerente chiedere il ritiro del provvedimento.
Conviene fermarsi, azzerare, aprire un confronto vero con
la scuola.
Primo, l’interesse della scuola
Se
il Governo volesse aprire il confronto dovrebbe preliminarmente
sciogliere due nodi: la copertura finanziaria e i tempi
di attuazione.
Per affrontare i nodi posti dalle organizzazioni sindacali
si deve abbandonare la logica di riduzione della spesa nella
scuola pubblica che fino ad oggi ha improntato il progetto
del governo sul ciclo primario. Occorre, di conseguenza,
una legge specifica di finanziamento preventivo del decreto,
così come disposto dalla stessa legge 53/03 che preveda
le risorse necessarie per lo sviluppo della scuola dell’infanzia
e del ciclo primario.
Ma non è solo una questione di risorse, anche se
questo è il punto principale (la scuola meno della
Moratti è figlia della volontà di Tremonti
di ridurre la spesa per la scuola).
Vi è anche un aspetto del tutto politico, il ministro
non vuole fare marcia indietro per “non perdere la
faccia”, per dimostrare che i suoi progetti sono efficaci.
D’altra parte la volontà di continuare la prova
di forza per far passare in tempi brevi il decreto ha senso
solo se si vuol far partire i suoi effetti dal prossimo
anno scolastico.
Ritiene il ministro che questa sia una scelta possibile,
realistica, gestibile?
Si annuncerà alle famiglie (sia dei nuovi iscritti
in prima che di quelli già iscritti nelle elementari),
a pochi mesi dall’inizio del nuovo anno scolastico,
che il tempo scuola obbligatorio è ridotto a 27 ore?
Si imporrà alle scuole l’individuazione degli
insegnanti tutor da parte dei dirigenti scolastici senza
formazione e criteri trasparenti, senza la possibilità
di riconoscimenti normativi e retributivi e soprattutto
senza la condivisione della grande maggioranza degli insegnanti
che dovranno attuare questa nuova funzione?
Nell’ambito delle vigenti norme contrattuali, per
rimanere ai soli risvolti sindacali della fattibilità
del tutor, non è possibile riconoscere economicamente
le pesanti responsabilità aggiuntive che gli vengono
attribuite: non vi sono spazi, né nelle norme nazionali,
né nel contratto di scuola che decide l’utilizzo
del fondo di istituto in relazione al Pof.
Per attuare credibilmente la figura del tutor si dovrebbe
riaprire il contratto nazionale, avere risorse aggiuntive
a disposizione (dove sono?) e imporre ai sindacati della
scuola di utilizzarle per pagare i tutor, una figura gerarchica
respinta da tutte le organizzazioni sindacali che hanno
firmato l’attuale Ccnl.
Se la Moratti pensa di spazzare via dalla scuola in pochi
mesi i sindacati scuola più rappresentativi, le consigliamo
di dare un’occhiata ai freschissimi risultati delle
elezioni delle Rsu.
Se il governo vuole la prova di forza, nella scuola ci sarà
uno scontro pesante (chi sta raccogliendo oggi le firme
per il ritiro del decreto non farà marcia indietro)
e una confusione totale nell’avvio del nuovo anno
scolastico.
Ci vorrebbe una buona dose del tanto evocato “buonsenso”:
prendere atto che non ci sono le condizioni per attuare
il decreto nel 2004/05 e riaprire il confronto politico
e professionale.
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