Il segretario generale della Cgil a Roma il 29 novembre
Guglielmo Epifani

“pubblico è meglio”, perché vuol dire di tutti e per tutti. Occorre allora che venga finanziato e bene organizzato
I
il mondo della formazione e della scuola è il mondo che può consentire a chi è anziano, a chi è giovane, a chi è immigrato, a chi è esposto a un processo produttivo duro, a chi perde il lavoro, a chi non sa come ritrovarlo, l’unica possibilità di determinare un futuro migliore e diverso.

Vi voglio ringraziare innanzitutto perché siete davvero tanti e perché con la vostra presenza qui è chiaro a chi deve essere chiaro cosa pensa, quali sentimenti vive, che protesta esprime il mondo della scuola. E vi voglio ringraziare anche per un altro motivo. Proprio in questi giorni il ministero ha fornito i dati della vostra partecipazione allo sciopero generale del 24 ottobre: più del 60% del mondo della scuola si è fermato. Eppure, lo avete letto, che l’Istat avrebbe dichiarato che il 24 ottobre avrebbero scioperato 700mila persone, dando il numero delle ore di sciopero. Ho fatto due conti e vi devo comunicare che voi da soli avete raggiunto e superato quella cifra che l’Istat darebbe per tutto il paese. E’ evidente che quel numero è un’assurdità, ma è davvero incredibile che per sostenere quell’assurdità, e dire che quello sciopero era fallito - si siano uniti il Ministro del lavoro e il presidente di Confindustria. Voi da soli avete dimostrato invece come quello sciopero sia riuscito. Noi ci troviamo qui oggi con un titolo bello: “pubblica è meglio”. E’ la vostra e la nostra difesa della scuola pubblica statale. Intorno al termine “pubblico” si è costruito in questi anni un pensiero negativo che fa del pubblico qualcosa di non pienamente positivo e convincente, qualcosa che si oppone alle virtù del privato e del mercato. Noi, invece, anche con la vostra presenza oggi, vogliamo confermare che è la parola più bella che c’è, perché vuol dire essere di tutti e per tutti e quindi interpretare in questo la funzione essenziale dell’insegnare, della ricerca, della formazione. Ma se pubblica è meglio, occorre allora che il pubblico venga finanziato, venga organizzato bene, che attorno al pubblico si costruisca una politica opportuna: e qui, davvero , non ci siamo. Non ci siamo con un’idea di offerta formativa basata su una divaricazione sociale prematura, quella che spinge i bambini a 12 anni e le loro famiglie a scegliere il loro futuro: ma quale modernità, ministro Moratti? quale scuola proiettata sul futuro? Questo è il modello sociale e culturale della scuola degli anni Cinquanta, di quell’Italia che non c’è più e che non vogliamo più. E quale flessibilità? Quella proposta è una scuola rigida, un modello formativo rigido, una divisione sociale rigida e perciò inaccettabile. Non ci siamo con la riduzione dell’offerta formativa: non so se qualcuno se n’è accorto, ma se si fa un’operazione di riduzione dell’offerta formativa pubblica si incentiva inevitabilmente uno dei grandi guasti della scuola italiana e del nostro paese: la dispersione scolastica, l’abbandono, e parliamo di migliaia di ragazzi che lasciano anzitempo la scuola. Con la riduzione dell’offerta formativa non c’è più futuro per il tempo pieno, per il tempo prolungato, per la scuola dell’infanzia, per la scuola elementare... si ritorna a quell’idea – anche questa degli anni Cinquanta – che la scuola vera è quella del mattino, e tutta quella che segue è solo contenimento, solo carità e assistenza a chi non può. Una riduzione dell’offerta formativa rende i precari più precari. La scuola è il più grande bacino di precarietà che esiste nel paese, con la riduzione dell’offerta quelle persone, i precari della scuola, non hanno nessuna speranza.
La precarietà è in sé sempre e ovunque negativa; ma pensiamo a che significa la precarietà di chi è chiamato a insegnare sulla responsabilità del proprio lavoro, sulla propria formazione, sul proprio ruolo... si rendono precari, paradossalmente, non solo i lavoratori, ma anche il bambino, il ragazzo, il giovane che vivono quel modello già a 10 e a 15 anni.
La difesa della scuola pubblica vuol dire avere risorse, ma sono tre anni che, invece, le risorse si riducono: non ci sono, oltre a tutto, soldi per il nuovo biennio contrattuale, non ci sono soldi per il contratto dei dirigenti scolastici, non ci sono le risorse per investire in sicurezza. Ancora oggi, dopo la tragedia del terremoto del Molise, non si è fatto quello che si deve per mettere in sicurezza le scuole.
Anch’io credo che quel decreto attuativo della riforma vada ritirato, non può restare così com’è; dobbiamo riaprire un confronto vero, non è possibile che il governo vada per la sua strada, sbagliando, lasciando la scuola nelle contraddizioni che oggi vive. Voi sapete che tutto questo nostro agire, nelle ultime settimane, lo sciopero del 24 ottobre, l’iniziativa per il Mezzogiorno a Reggio Calabria, la giornata di oggi, quella dei pensionati di ieri e il grande appuntamento di Roma di sabato prossimo si oppongono al rischio della decadenza e del declino del paese e sono contro le misure previste sulla previdenza; ma dove si può misurare questo rischio del declino se non, principalmente, nella scuola, nella formazione, nell’istruzione e nel modo con il quale la politica pubblica rende forte il modello dell’istruzione e i contenuti del modello formativo?
Noi non ci stiamo a quel modello culturale che questa scuola prefigura. E noi non siamo persone del passato, noi guardiamo al paese di oggi e a quello che verrà, a come sono i giovani oggi e a come è il lavoro oggi, a quella domanda crescente che ci viene dai mille rivoli della trasformazione del nostro mondo di oggi, di come solo la scuola pubblica, laica e universale sia in condizione di garantire una cittadinanza uguale per tutti e una base formativa veramente plurale e rigorosamente attenta alle esigenze di ognuno. Mi viene da sorridere quando sento i ministri di questo governo, un giorno sì e un giorno no, dire che dobbiamo riprendere il cammino di Lisbona, e cioè l’obiettivo di fare anche del nostro paese un paese pieno di società e di cultura della conoscenza. Ma non si va a Lisbona con questa riforma e con queste legge finanziarie, si va esattamente in senso opposto, ci si allontana da Lisbona, dall’economia e dalla società della conoscenza e da un futuro uguale per tutti i cittadini italiani ed europei. Ecco perché la giornata di oggi parla forse più di altre dello sviluppo di cui questo paese ha bisogno, della libertà piena ed eguale di cui i cittadini di questo paese e dell’Europa hanno bisogno e di quella qualità alta delle reti sociali che rendono l’individuo più libero, più responsabile e più solidale, meno solo, meno chiuso e meno insicuro. Passa per questa idea di libertà un’idea alta di sicurezza di tutte le persone.
La giornata di oggi è bella anche perché vi hanno preceduto decine di migliaia di ragazze e ragazzi, questa mattina, nelle strade di Roma. E’ giusto che sia così: la scuola è davvero per tutti e di tutti, ma è soprattutto la scuola per i giovani e dei giovani, come fu ai tempi della nostra generazione e come deve essere ancora più oggi.
L’impegno vostro e nostro, di grandi forze confederali credono nei valori e vogliono unire, riformare, rinnovare il paese non può che ripartire dai giovani, dal loro futuro e dal loro bisogno di sentirsi liberi cittadini di un paese e di un’Europa diversi e migliori. Io so che noi saremo tanti il 6 a Roma e so anche che voi tornerete, anche a costo di sacrifici, qui da noi; perché il vostro posto è insieme a quei lavoratori che oggi rischiano di perdere il loro lavoro, accanto a quei lavoratori che sono esposti all’amianto e che il governo non considera nei loro diritti, insieme a quella gente del Mezzogiorno che prenderà il treno per portare qui l’ansia di una situazione sociale che si degrada, e insieme alle tante migliaia di anziani e di pensionati che vogliono, dopo aver speso la loro vita per se stessi e per il paese, lasciare al paese un futuro degno di questo nome. Insieme ai tanti immigrati a cui solo una scuola pubblica e una formazione degna di questo di nome sono in grado di dare pienezza di cittadinanza e pienezza di diritti. E sapete perché il vostro posto è assieme a questi? Perché voi con quello che rappresentate nel vostro lavoro, nelle vostre difficoltà ma anche nella vostra passione, il mondo della formazione, dell’istruzione, della ricerca, della scuola è il mondo che può consentire a chi è anziano, a chi è giovane, a chi è immigrato, a chi è esposto a un processo produttivo duro, a chi perde il lavoro, a chi non sa come ritrovarlo, l’unica possibilità di determinare un futuro migliore e diverso. Della manifestazione di sabato prossimo voi siete il sale e la colla, e questo vi si deve e questo vi deve l’intero movimento confederale italiano. Grazie di tutto.

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