Scuola
secondaria superiore
Il doppio sistema del ministro Moratti
di Pino Patroncini
Un
modello di istruzione disarticolato che divide la scuola
in canale di serie A e canale di serie B. Invece occorrerebbe
un forte settore tecnico professionale all’interno
di un sistema di istruzione omogeneo e nazionale
C’è un’aria tra il terrorizzato e l’incredulo
quando si fanno assemblee sugli effetti della legge 53
nelle scuole secondarie superiori. Nondimeno occorre essere
chiari e non farsi illusioni circa il senso e le conseguenze
dei processi che essa innesca. D’altra parte le
cose sono lì sotto il naso di tutti e non serve
illudersi che il cambiamento, per quanto immane, non avrà
luogo solo perché la secondaria superiore sembra
irriformabile date le complicazioni, i tempi e gli interessi
che sono in gioco. Il governo attuale, che gode nella
scuola di consensi minori di tutti i governi precedenti,
ha assai meno da perdere da scelte radicali, ispirate
oltretutto alle filosofie di fondo non solo e non tanto
del modello educativo quanto del modello sociale che si
vuole promuovere nel Paese.
Un
sistema duale
La
legge 53, meglio nota come riforma Moratti, costruisce
un sistema duale nell’istruzione secondaria superiore.
Essa prevede un sistema di licei articolato in 8 indirizzi
(classico, scientifico, artistico, linguistico, musicale,
sociale, economico, tecnologico) e un sistema di istruzione
e formazione professionale articolato in 10 aree (agricolo-ambientale,
tessile-moda, meccanico, chimico-biologico, grafico-multimediale,
elettrico-elettronico-informatico, edilizia e territorio,
turistico-alberghiero, aziendale-amministrativo, socio-sanitario).
I due sistemi sono fortemente differenziati sia per impostazione
che per dignità. Il primo è fortemente astratto
e teorico, modellato sul più classico dei licei,
propedeutico agli studi universitari, il secondo è
sostanzialmente rivolto all’avviamento al lavoro.
Il primo è quinquennale, il secondo quadriennale.
Il primo si conclude con un esame di stato, il secondo
con una qualifica lavorativa. Il primo ha una struttura
omogenea, il secondo potrà essere omogeneo o disomogeneo,
“istruttivo” o “formativo”, a
tempo pieno o a tempo parziale in alternanza con lavoro
o apprendistato. Del primo si farà carico il Ministero
in prima persona, del secondo le amministrazioni regionali
nella loro molteplicità e complessità. In
una parola il primo sarà di serie A, il secondo
di serie B.
Una
scuola di serie B
Per
quanto il Ministro Moratti faccia per scongiurare una
simile interpretazione parlando di possibilità
di passaggio da un sistema all’altro, di corsi passerella,
di anni integrativi, è evidente che siamo di fronte
ad un modello di istruzione disarticolato, dove non solo
le distanze tra i due sistemi aumentano ma dove addirittura
uno dei canali, quello professionale, è espulso
d’autorità dal sistema dell’istruzione
nazionale propriamente inteso. Tant’è vero
che mentre per progettare e illustrare il primo canale
si convocano riunioni nazionali dei dirigenti scolastici,
il secondo è già demandato alle singole
direzioni regionali. E quando si parla di canale professionale,
non si intende solo l’attuale istruzione professionale,
ma tutta l’istruzione aggettivabile (elettronica,
meccanica, chimica, amministrativa, agraria ecc.) così
come l’abbiamo conosciuta finora. Quindi anche l’istruzione
tecnica. Infatti da un lato le 10 aree previste per l’istruzione
e la formazione professionale comprendono tutte le articolazioni
dell’attuale istruzione tecnica e dall’altro
i licei tecnologico ed economico, pur previsti, non sforneranno
né ragionieri né periti, non insegneranno
né contabilità né tecniche applicate,
ma fondamentalmente solo teorie economiche e tecnologiche,
propedeutiche agli studi universitari.
Una
scelta antistorica e antieconomica
Oggi
l’istruzione tecnica e quella professionale soddisfano
circa i due terzi dell’utenza e occupano i due terzi
del personale della scuola secondaria superiore e, all’interno
di questo, circa 120.000 docenti di tecnica professionale
sia teorica che pratica. La costruzione di un sistema
inevitabilmente gerarchizzato, dove il settore professionale
assume sempre più il carattere di scuola di seconda
scelta, con articolazioni e differenziazioni che si sa
dove cominciano non dove finiscono, modificherà
l’orientamento delle iscrizioni e interromperà
il processo di integrazione e omogeneizzazione scolastica
e di emancipazione sociale che dal dopoguerra ha caratterizzato
la storia della scuola secondaria italiana, soprattutto
nei suoi tronconi più popolari, il tecnico e il
professionale appunto. La cosa avrà perciò
ricadute anche sull’occupazione del personale, non
solo in termini di redistribuzione tra i due sistemi,
ma persino in termini di soprannumero e di possibilità
occupazionali. Oggi assistiamo già ai prodromi
di queste operazioni quando non si assume in ruolo nuovo
personale, si introducono norme che minacciano di licenziamento
i docenti soprannumerari e in particolare quelli di laboratorio,
si bloccano i finanziamenti all’area integrata dell’istruzione
professionale, si ostacola con le politiche di spesa l’istituzione
degli indirizzi professionali
Per
un sistema nazionale di istruzione che comprenda un forte
settore tecnico-professionale
Dal
dopoguerra ad oggi, se l’istruzione liceale ha prodotto
coloro che, dopo gli studi universitari, hanno diretto
il Paese, l’istruzione tecnica e quella professionale
hanno prodotto coloro che lo hanno fatto funzionare. L’espulsione
di questi settori dall’istruzione nazionale non
può che essere nociva al funzionamento del Paese,
della sua economia, della sua vita sociale. Solo un forte
settore tecnico-professionale nazionale integrato a quello
liceale può essere garanzia di uno sviluppo al
passo delle nuove sfide poste da una società della
conoscenza, dove saperi teorici e competenze pratiche
risultano sempre più fusi insieme.