Le idee

Un programma per la conoscenza

Scuola e formazione, università e ricerca:
settori fondamentali per lo sviluppo del Paese
e per la crescita personale e civile dei cittadini

Le proposte della Cgil e della
Federazione Lavoratori della Conoscenza

presentate il 19 ottobre 2004 nell’Aula Magna dell’Università
La Sapienza di Roma su cui è aperta un’ampia discussione in migliaia di appuntamenti che termineranno a fine febbraio 2005
con una Conferenza programmatica

 

 

Un programma in nove punti
Enrico Panini, Segretario generale FLC Cgil

La Cgil e la Federazione Lavoratori della Conoscenza della Cgil (un nuovo sindacato di categoria che mette insieme in una casa comune tutti coloro che operano nella conoscenza a partire dalla scuola, dall’università e dalla ricerca) sono convinte che sia necessario definire rapidamente un programma sulla conoscenza di cui siano chiaramente esplicitati gli obiettivi. Su di esso deve essere sollecitato un contributo ampio e partecipato ed il pronunciamento di chi si candida ad un programma di governo alternativo a quello dell’attuale maggioranza.


Premessa

Per noi è fondamentale che alla discussione e alla costruzione del programma contribuiscano, oltre alle forze politiche, più soggetti, singoli cittadini, associazioni professionali e movimenti per rendere possibili partecipazione e protagonismo.
Occorre, infatti, uscire dal tatticismo e dalle angustie con le quali il tema del programma è stato affrontato fino ad ora nel dibattito politico del Paese, perché così facendo lo si svilisce e basta.
Per quanto ci riguarda, nella nostra autonomia di soggetto che rappresenta il lavoro, intendiamo avviare questo percorso e dichiarare la nostra proposta, con l’impegno che ci deriva dall’essere, insieme, la maggiore confederazione ed il maggiore sindacato di categoria. Nei giorni scorsi i componenti la segreteria della Cgil hanno reso noto le priorità sulle quali chiedere ai partiti dell’opposizione e a Romano Prodi di confrontarsi.
Con questo atto la Cgil non ha rinunciato ad un briciolo della sua autonomia, anzi l’ha riaffermata con una scelta di trasparenza, e ha ribadito che non intende ritrarsi dal terreno della politica, valorizzando cosi l’esperienza più matura del movimento sindacale italiano. Chi esercita il diritto di proposta pratica l’autonomia come valore.
A pochi giorni di distanza sviluppiamo ulteriormente la nostra proposta a partire dalla conoscenza, un tema che riteniamo fondamentale.


L’impegno contro i peggiori interventi sulla scuola

Partiamo da qui perché siamo di fronte ad un blocco di interventi su scuola, università e ricerca tali da delineare le peggiori “riforme” della storia della nostra repubblica e perché ci sono centinaia e centinaia di migliaia di persone che si sono mobilitate e che hanno diritto ad una risposta.
Occorre accompagnare e sostenere lo straordinario movimento di lotta che ha attraversato e attraversa il Paese contro i provvedimenti del Governo e del Ministro Moratti su scuola, università e ricerca facendo crescere una proposta che dia gambe ad un’altra idea di sistema educativo, formativo, universitario e di ricerca.
Senza un chiaro impulso programmatico, e considerata l’enormità dei problemi che si stanno accumulando nel Paese, è evidente la possibile deriva per cui non si va oltre le buone parole alle quali poi rischiano di non seguire fatti.
Sulle nostre proposte programmatiche a partire da oggi intendiamo aprire un ampio dibattito, su cui successivamente fare il punto, convinti che ci sia bisogno di rivitalizzare la vita pubblica, di rafforzare i legami sociali, di spingere verso la partecipazione attiva: tutte condizioni indispensabili per la qualità della democrazia cui aspiriamo, nella quale il sindacato confederale è soggetto attivo della dialettica democratica.
Infine, due annotazioni.
La prima. Quanti in questi anni hanno preferito dipingere il movimento che si è sviluppato sulla scuola, nell’università e nella ricerca come un soggetto conservatore, senza proposta, rimarranno basiti. Noi rispondiamo loro con i fatti, con la capacità di costruire e far vivere un programma in migliaia di iniziative.
La seconda. La nostra non è una operazione mediatica come quelle a cui ci ha abituato Letizia Moratti. Questo metodo didattico non l'abbiamo ancora imparato e, di certo, non lo impareremo mai.


Il bivio

Scuola, università, accademie e conservatori e ricerca sono di fronte ad un bivio. Si tratta, infatti, o di rassegnarsi e assistere ad una progressiva delegittimazione della scuola pubblica, alla secondarizzazione dell’università, alla marginalizzazione delle accademie e dei conservatori, alla riduzione della ricerca a settore servente del mercato, con tutti i drammi sociali che ciò comporterà, o di impegnarsi a delineare una nuova politica della conoscenza in grado di interagire con lo sviluppo del mondo contemporaneo, con le richieste della società e con i progressi del sapere come condizione indispensabile per qualificare le condizioni di vita delle persone e dare una prospettiva di sviluppo al nostro Paese.
Nella scelta tra queste due alternative si collocano i valori della nostra democrazia e dello sviluppo equo e solidale del nostro Paese. Bisogna scegliere, con urgenza e con chiarezza di prospettiva.
L’Italia sta scivolando inesorabilmente nella serie B dell’economia planetaria, fuori dal G7, il club dei ricchi del mondo. Ma già oggi siamo fuori da qualsiasi G7 della cultura, della scuola, dell’università, della ricerca e dell’innovazione. La Cina, nel 2002, ha speso 60 miliardi di dollari per la ricerca. Solo Usa e Giappone hanno speso di più. Noi abbiamo speso meno che nel 2001!
Da tre anni, l’economia italiana è in panne. Francia e Germania non stanno meglio di noi, ma c´è una differenza sostanziale. Fra il 2000 e il 2004, la Germania, nonostante la crisi, ha aumentato le esportazioni del 15%, la Francia del 12%; in Italia sono diminuite del 7%. In Germania nel 2000 sono stati concessi 459 brevetti ogni 100.000 abitanti, in Francia 631, in Italia solo 70.
Perché tanta sensibilità alla congiuntura?
Perché nei settori più dinamici del commercio mondiale (farmaceutica, elettronica di consumo, informatica, macchinari elettrici, strumenti di precisione, aerei, biotecnologie, nuove energie) la quota italiana nel commercio mondiale si è ridotta negli ultimi anni di circa la metà. Fra i paesi che compongono l’Ocse solo Polonia, Grecia e Turchia stanno peggio.
Una graduatoria Ocse relativa allo stato di cultura di un Paese misura gli “investimenti in sapere”. Il nostro tasso di aumento in questi investimenti è stato il più basso di tutto il mondo sviluppato.
Portogallo, Polonia, Messico e Grecia sono partiti più indietro di noi, ma i loro investimenti in conoscenza aumentano dell’8% l’anno, i nostri dell’1,8%.
Di fronte al bivio dobbiamo scegliere di fare del sapere, della formazione e della conoscenza una leva strategica.
Come evitare che molti bambini si perdano nel deserto dell’esclusione? come garantire ad ogni ragazzo un’istruzione adeguata alle nuove sfide? come fare della conoscenza la palestra della democrazia e non la fabbrica di pezzi di carta chiamati diplomi? come rendere esigibile l’educazione degli adulti? come costruire un´economia che tutto questo valorizzi e non finisca poi per tenerlo ai margini?
Noi vogliamo dare delle risposte e non porre solo domande.


Il nostro giudizio sui provvedimenti del Governo

Consideriamo inaccettabili le politiche di questo Governo che riscrivono la storia di scuola, università e ricerca trasformandole da luoghi in cui si dovrebbero superare le disuguaglianze e favorire il progresso a luoghi che affidano la regolazione dei diritti al mercato, cioè alla forza economica e sociale di ogni individuo o nucleo familiare.
Riteniamo che i provvedimenti del Governo e del Ministro Moratti siano inaccettabili e che su di essi non siano possibili mediazioni: vanno abrogati. Non c’è nulla da sperimentare né c’è un qualche aspetto da sistemare: il problema è nell’impianto, nella filosofia complessiva, nell’idea stessa di società a cui un sistema della conoscenza deve essere funzionale.
La Legge 53/03 sulla scuola separa i cittadini fra garantiti e non garantiti, fra ceti forti e ceti deboli. Come leggere diversamente la scelta di abbassare l’obbligo scolastico o di riproporre, trent’anni dopo il suo superamento, la distinzione fra avviamento professionale e scuola vera e propria con l’introduzione del canale duale? Come leggere diversamente la riduzione dell’offerta formativa con la cancellazione del tempo pieno e del tempo prolungato, la ossessionante idea di ritornare alla scuola degli anni 50?
Analogo ragionamento vale per l’università. La riforma dello stato giuridico della docenza, attualmente in discussione, è in realtà la premessa per lo smantellamento dell’università pubblica; essa non riguarda solo i ricercatori che vengono messi ad esaurimento, o i futuri precari, destinati a crescere a dismisura, ma investe alla radice la missione e lo stesso funzionamento degli Atenei: didattica scadente, cancellazione della ricerca nell’insieme degli Atenei, poche Università di eccellenza per l’élite che potrà permettersela. L’annunciata introduzione del percorso ad “Y”, traslato esattamente dalla scuola secondaria, senza alcuna verifica del modello attualmente in corso e che solo ora comincia a dare i primi risultati, ma come semplice giustapposizione, è destinata a spaccare l’offerta didattica tra saperi nobili e percorsi poveri di scarsa professionalizzazione.
La somma degli effetti congiunti del modello duale e del percorso ad “Y” sarà quello di una gigantesca selezioni sociale che colpirà le fasce deboli, medie e medio-alte.
Il blocco dei processi di attuazione della riforma delle accademie e dei conservatori ed una gestione dell’uso delle risorse, tale da mettere in discussione le condizioni stesse di agibilità quotidiana, la dicono lunga dello stato di prostrazione nel quale viene costretta l’alta cultura artistica e musicale nel nostro Paese.
Gli interventi sulla ricerca pubblica ne hanno cambiato radicalmente il volto. In un silenzio, a volte assordante, si sono commissariati tutti gli enti, strangolato il funzionamento quotidiano, ed ormai la nostra ricerca è prevalentemente ricerca applicata.
L’insieme di questi interventi, infine, limita o costringe l'insegnamento nelle scuole e nelle università e la ricerca: ciò significa attentare alla coesione sociale, alle sue possibilità di sviluppo, alla stessa sua vita civile e democratica.
Questi provvedimenti sono funzionali, anzi ne costruiscono la legittimazione, alla Legge 30/04 e all’attacco ai diritti del lavoro, ai diritti collettivi, alla contrattazione. Persone con meno diritti, o senza diritti, nella loro condizione di lavoratori perché dovrebbero essere messe nelle condizioni di essere autonome culturalmente? La flessibilità selvaggia introdotta con la Legge 30 è supportata dai provvedimenti Moratti: niente diritti, niente istruzione.
Sulla base di tutte queste considerazioni chiediamo un impegno chiaro affinché questi provvedimenti siano abrogati.


I valori

Lanciare una proposta programmatica sulla conoscenza significa, innanzitutto, partire dai valori ed essere su questi molto netti e determinati.

La pace e il rifiuto della guerra e della violenza. Conoscere, accettare, ascoltare sono risorse di pace. In un mondo sempre più globalizzato il rispetto dell’altro è, innanzitutto, un fatto culturale e le nostre scuole sono chiamate a svolgere questa funzione. Un altro mondo è possibile se un’altra scuola e un’altra università sono possibili. I luoghi della conoscenza sono luoghi della democrazia, che riconoscono le differenze e le valorizzano.

Il diritto alla formazione e alla conoscenza per tutto l’arco della vita. Va assicurata a tutti la possibilità di accedere e di rimanere con successo nei percorsi formativi, scolastici e universitari senza alcuna discriminazione di razza, sesso, condizione sociale ed economica. Il sapere è un bene anche per le persone adulte e per gli anziani, non solo per i giovani.

La dimensione pubblica e laica della scuola, dell’università e della ricerca, come garanzia del pluralismo, della democrazia e delle pari opportunità. Esse devono rappresentare il luogo privilegiato d’investimento di risorse e di impegni conseguenti contro ogni ipotesi di privatizzazione.

La tutela delle persone da ogni mercificazione delle proprie condizioni in una società sempre più globale, in cui il ruolo della conoscenza e della ricerca diventano fondamentali. La conoscenza non serve solo per entrare a pieno diritto nella sfera sociale “adulta” ma è uno strumento indispensabile affinché ognuno riesca a governare e ad essere attore consapevole: per questo deve essere rafforzata.
Il riconoscimento e la valorizzazione delle professionalità di tutto il personale, intese come diritto ad una formazione qualificata, forte avanzamento della condizione economica e come sostegno ed incentivazione della professionalità. La professionalità dei lavoratori della scuola è garanzia del diritto ad una formazione di qualità.

L’autonomia della ricerca come condizione perché il nostro Paese diventi un punto di riferimento qualificato sui terreni delle risorse, energie, ambiente, innovazioni compatibili con la dignità ed il rispetto dell’essere umano e dell’ambiente che lo circonda.

L'Europa, intesa come modello sociale di riferimento, luogo dove lo sviluppo basato sulle conoscenze deve consentire una crescita economica sostenibile, ma rispettosa dei diritti delle persone. Il nostro orizzonte è la conoscenza in Europa: per questo abbiamo proposto al Forum sociale di Londra di dare vita ad un movimento europeo su questi temi. Ma è anche necessario allargare la dimensione solidaristica con le decine di Paesi in via di sviluppo nei quali gli interventi della Banca Mondiale costringono a tagliare le spese per il sapere. L’Italia non deve mandare soldati in guerra (rispettando l’art.11 della Costituzione), ma deve inviare materiali e risorse per sostenere le culture locali e contribuire a liberare diversi Paesi dalla miseria dell’analfabetismo.
Non sono valori da condividere in modo astratto o da confinare in una premessa di stile: rappresentano la ragione fondante sulla quale costruire un programma e costituiscono la guida per le decisioni che informano i punti che seguono.
Senza valori dichiarati e perseguiti ogni soluzione non potrà che essere votata alla tecnicalità e, come tale, risultare subalterna al pensiero dominante del momento.
I punti del programma

1. Metodo e merito

La prima scelta è l’impegno ad aprire nel Paese un grande dibattito democratico su un programma sulla conoscenza, almeno pari a ciò che è accaduto recentemente in Francia, ad opera di un governo di centro-destra, e che sta per verificarsi in Spagna ad opera di un governo di centro-sinistra. Questo è importante, non solo, per il coinvolgimento dei diversi soggetti, ma anche per ridefinire strumenti e finalità per una realtà che negli ultimi 20 anni si è profondamente modificata.
In questi anni è cresciuta ed è cambiata la percezione della politica, l’impegno, il desiderio di ognuno di confrontarsi. Il grande movimento per la pace e le stesse lotte che la Cgil ha sviluppato a partire dal 2002 hanno portato alla ribalta nuovi soggetti, hanno mobilitato tanti giovani, hanno offerto una visione più laica della politica. Un numero crescente di persone non condivide più una pratica della politica nella quale i luoghi della discussione e del confronto sono rarefatti, ma vuole confrontarsi di volta in volta sulle proposte per poi scegliere se impegnarsi o meno in una battaglia, in un progetto.
Analoga riflessione vale per il grande movimento sulla scuola, che, assieme a quello per la pace, ha caratterizzato questi anni. Cinque manifestazioni nazionali, migliaia di iniziative locali, la presenza di genitori e studenti, associazioni professionali ed istituzioni, hanno rappresentato una realtà fondamentale.
Il movimento in corso nell’università è straordinario e sta dilagando a macchia d’olio dovunque. Ne sono protagonisti i giovani, quelle migliaia di ricercatori che non hanno oggi un futuro e che rischiano di scomparire, gli stessi che garantiscono il funzionamento dell’università e della ricerca.
Sono movimenti maturi e importanti.
Il Paese dovrebbe essere loro grato perché se l’azione del Governo è in visibile difficoltà ciò è dovuto a questi movimenti e alla grande iniziativa che i sindacati hanno sviluppato.
Bisogna assumere il protagonismo delle persone come modalità naturale nella costruzione ed implimentazione di un programma per la conoscenza.
Nei prossimi mesi e se dovesse, come ognuno di noi si augura, cambiare la maggioranza politica nel nostro Paese, il rapporto con la società e con i movimenti deve diventare un tratto costitutivo per costruire proposte e produrre cambiamenti in questi settori.
Noi temiamo l’ingegneria istituzionale che prescinde dal rapporto e dal vissuto delle persone, la temiamo come processo che cerca la soluzione più semplice, quella immediatamente spendibile, il punto di migliore adattamento. Per questa ragione registreremmo come un pericolo il continuismo nei programmi, come se dopo l’attuale Governo tutto potesse riprendere come prima o come se i problemi del XXI secolo fossero gli stessi del secolo appena trascorso.


2. L’autonomia della scuola, dell’università, della ricerca

La seconda scelta programmatica riguarda l’autonomia.
Bisogna investire con decisione sull’intelligenza dei luoghi collettivi, sulla cultura delle comunità scientifiche, sulla necessità di esercitare la responsabilità nel rapporto con le persone e con le finalità pubbliche.
Il conflitto istituzionale che abbiamo sotto i nostri occhi è ormai intollerabile e devastante. L’azione di questo governo sta balcanizzando la vita del Paese in una contrapposizione sterile ed inaccettabile nella quale convivono centralismo esasperato e devolution.
La recente approvazione alla Camera della modifica alla Costituzione dissolve ogni funzione nazionale, in particolare dell’istruzione, ed è destinata ad impoverire e a dividere il Paese; contiene in sé un’idea di società e di cittadinanza radicalmente diversa da quella per cui noi e i movimenti ci battiamo da tempo. L’attribuzione alle regioni di competenze esclusive in materia d’istruzione aggrava le disparità tra le varie parti del Paese e mina il principio per noi inviolabile dell’universalità dei diritti.
L’autonomia della scuola, dell’alta formazione e dell’università hanno un fondamento costituzionale forte e rilevante. Sovente, negli ultimi anni, queste autonomie sono state interessate da provvedimenti tesi a limitarne le potenzialità.
Occorre recuperare il senso pieno dell’autonomia e cioè quello che la Costituzione ci consegna, fondato sui principi della laicità e della democrazia. L’autonomia è uno dei modi di declinare e mettere in pratica quei valori. Non ci sono laicità e democrazia al di fuori del principio di responsabilità dei diversi soggetti chiamati ad interagire in un quadro ed in un contesto di relazione. Il principio di responsabilità è, quindi, il motore e l’anima dell’autonomia che noi vogliamo riproporre. E’ stato sbagliato, come è successo nel passato, porre come prima istanza di quel processo, facendolo diventare di fatto l’elemento centrale, il principio di autorità, senza valutarne a pieno le conseguenze.
Noi riteniamo che invece la realizzazione del vincolo costituzionale dell’autonomia scolastica ed universitaria debba rappresentare il confine giusto nel quale collocare un sistema che guarda, nella sua unitarietà, all’Europa ed al mondo, da un lato, e, dall’altro, alla responsabilità ed alla competenza scientifica dei soggetti chiamati a realizzare il mandato affidato loro dal Paese.
Riteniamo indispensabile investire sulle intelligenze e sulle professionalità dei lavoratori.
Valorizzare l’autonomia significa affrontare conseguentemente quattro ordini di questioni:
- gli strumenti per la partecipazione democratica all’interno di ogni scuola, università, centro di ricerca;
- le forme della governance complessiva di questi sistemi;
- le sedi di valutazione del sistema in relazione ai mandati;
- la costruzione di luoghi permanenti di confronto istituzionale fra tutti i livelli coinvolti e di rappresentanza delle componenti della scuola e della società.


3. Le risorse

La terza scelta programmatica riguarda le risorse.
Il rapporto delle risorse per l’educazione e la formazione con il Pil deve crescere dall’attuale 5% circa ad oltre il 6%, come indicato dalla Commissione Internazionale sull’educazione per il 21° secolo. Ciò significa concretamente un aumento di oltre 2 punti percentuali dell’attuale spesa rispetto al Pil.
Queste risorse devono essere finalizzate, fra l’altro, ad incrementare il numero degli asili nido, a generalizzare la scuola dell’infanzia statale sull’intero territorio nazionale, a garantire la domanda di tempo pieno e tempo prolungato, a portare il 100% dei giovani al diploma di scuola superiore - in ciò aggiornando positivamente gli stessi obiettivi di Lisbona 2000 -, a dare condizioni di vivibilità alle nostre università, ad incrementare i fondi per la ricerca di base, a sostenere un piano nazionale sul diritto allo studio scolastico ed universitario, a valorizzare adeguatamente il lavoro di docenti, ricercatori, Ata e dirigenti, a battere l’analfabetismo e costruire un sistema di educazione permanente.
Il buco economico determinato dalle sciagurate politiche di questo Governo è enorme e risulterà evidente nella sua drammatica dimensione una volta che saranno resi noti i conti pubblici.
In quel momento occorrerà avere chiaro quali sono le priorità e quali sono i settori sui quali non si taglia per nessuna ragione, ma, al contrario, si investe perché è in quel momento che si fanno le scelte e si pianificano i necessari investimenti a lungo termine.
La storia dei nostri settori è caratterizzata da grandi promesse e da drammatiche smentite. Le risorse investite spesso sono arrivate dopo un defatigante iter tale da farne disperdere anche il valore.
Questo Governo si pone meno problemi: taglia e taglia.
Su scuola, università, accademie e conservatori e ricerca occorre investire con decisione portando la spesa ai primi posti in Europa.
Consideriamo questo l’investimento sul futuro, quindi una condizione irrinunciabile per noi.


4. Un piano nazionale per il diritto allo studio

La quarta scelta programmatica parla ai diritti delle persone e all’investimento sociale, nel senso che i giovani e gli adulti siano messi nelle condizioni di incontrare il sapere.
Se il sapere arricchisce le persone, e se il beneficio prodotto dal punto di vista economico e sociale è evidente, allora il suo costo non può essere caricato sulle spalle dei singoli.
Rivendichiamo un piano nazionale per il diritto allo studio che riconosca, in relazione al reddito, ad ogni individuo e proporzionalmente alla durata degli studi un contributo economico crescente a testimoniare dell’investimento che il Paese mette in campo.
Rivendichiamo, per realizzare l’educazione per tutta la vita, la costruzione di una “banca del tempo educativo“, cioè una sorta di capitalizzazione del tempo.
Si tratta di un vero e proprio investimento in “previdenza conoscitiva”, alimentato da fondi pubblici (con una prima dotazione di tempo costituita con l’inizio del percorso scolastico) e da investimenti personali, al quale attingere per ulteriori percorsi scolastici o formativi retribuiti.
Questo obiettivo agisce su un duplice fronte:
- quello delle diverse opportunità;
- quello degli strumenti per consentire la realizzabilità di percorsi di studio per l’intero arco della vita.
Non è più possibile che l’intervento sul diritto allo studio da parte di tanti Enti locali sia prevalentemente a sostegno dei bisognosi, ed è decisamente inaccettabile che il diritto allo studio sia piegato a finanziamenti a favore del privato come è nelle scelte di alcune regioni governate dalle forze politiche della maggioranza.
L’investimento in studio deve risultare premiante. E ce ne sono tutte le ragioni. Infatti, il rapporto Ocse 2004 “Education at a glance 2004” documenta con chiarezza che i successi educativi e l’innalzamento dell’educazione contribuiscono alla prosperità generale di un paese e favoriscono la crescita economica, nonché la ricerca.
L’impatto a lungo termine nell’area Ocse di un anno aggiuntivo d’educazione accresce i risultati dell’economia tra il 3 e il 6%.
In Italia, tra il 1990 e il 2000, il contributo dei migliorati livelli educativi alla crescita della produttività del lavoro è stato di 0.58 punti percentuali, la più alta dopo il Portogallo e il Regno Unito tra i 15 paesi con dati comparabili.
Per dirla con Marguerite Yourcenar “Fondare biblioteche è un po' come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l'inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”.


5. L’obbligo scolastico

La quinta scelta riguarda l’obbligo scolastico che deve essere portato a 18 anni: è una condizione indispensabile per innalzare il livello culturale del nostro Paese e per evitare il rapido scivolamento nelle posizioni marginali dello sviluppo.
E’ una richiesta che viene dal Paese, basterebbe esaminare il fatto che il 95% dei ragazzi e delle ragazze si iscrive alla scuola secondaria e che un numero crescente di giovani punta a completare gli studi secondari. Tale richiesta, però, non riesce ad essere soddisfatta, dati i tassi ancora elevati di abbandoni e di selezione (tra i più alti in Europa).
Parliamo di obbligo scolastico non a caso, dopo che le politiche di questo Governo hanno scardinato l’obbligo formativo riducendolo ad un apprendistato dequalificato.
Rilanciare ed innalzare l’obbligo scolastico significa che la Repubblica, gli adulti, i Governi e le istituzioni si assumono la responsabilità di garantire una buona scuola gratuita in ogni angolo del nostro Paese. Significa assumere l’accoglienza, il successo, l’incremento del numero dei diplomati in relazione alla classe d’età, l’innalzamento dell’educazione formale come variabili fondamentali.
Queste scelte non possono essere scaricate sulle famiglie, anzi, per il quadro internazionale che ho richiamato sopra, c’è un interesse fondamentale del soggetto pubblico. Noi pensiamo, senza fumisterie, che la scuola debba assumersi la responsabilità di garantire ad ogni persona il successo del percorso formativo.
Rilanciare ed innalzare l’obbligo scolastico significa, però, ragionare, contemporaneamente, sulle strategie da attuare per renderlo effettivo ed efficace. E’ indispensabile ripensare i tempi, i luoghi e i modi dell’apprendimento, le professionalità necessarie, potenziare una scuola dell’autonomia in grado di interloquire con il territorio in modo da individuare soluzioni e percorsi formativi per portare davvero tutti, ragazzi e ragazze, al successo scolastico.
Nel XXI secolo il nostro Paese non può attardarsi a discutere del ripristino dell’obbligo a 16 anni e magari chiedersi ancora se il biennio debba essere unitario o unico. Il contesto di riferimento è radicalmente diverso.
Non ci sfugge che questa scelta ne comporta un’altra molto netta sulla formazione professionale, che deve smettere di essere l’ancella povera per i “poveri”, per diventare un maturo e autorevole sistema nazionale (nazionale perché pensiamo alla necessaria condivisione delle Regioni, uniche titolari in materia, di valori, finalità e standard), finalizzato alla formazione al lavoro, sul lavoro e nelle transizioni di giovani e adulti.
La formazione professionale deve diventare soggetto protagonista di quel sistema formativo che deve garantire a tutti il diritto alla formazione per tutto l’arco della vita.


6. L’educazione degli adulti e l’apprendimento per la vita

La sesta scelta prende le mosse dal dramma, individuale e collettivo, di un 43% della popolazione adulta a rischio di analfabetismo.
Bisogna azzerare l’analfabetismo di ritorno nel nostro Paese.
Secondo l’Istat nel 2003 solo il 10% delle famiglie italiane ha speso qualche euro per l’acquisto di libri. Come ricorda Tullio De Mauro, solo nel 25% delle case italiane ci sono più di cento libri. È un dato molto negativo: questa variabile è quella che più influenza il buon andamento a scuola dei ragazzi e condiziona i percorsi di vita e professionali degli adulti.
E’ molto bassa la quota di adulti che partecipano ad attività educative o formative. Sono il 4,2% circa, cioè meno della metà della media europea.
E’ un’emergenza nell’emergenza. Centinaia di miglia di persone saranno spinte progressivamente ai margini della democrazia e della partecipazione. Esse non saranno in grado, in una fase nella quale le conoscenze permeano ogni aspetto della vita di ognuno, di governare il proprio progetto di vita. Molte centinaia di migliaia di persone sono già stabilizzate nella ampia zona dell’esclusione sociale. Ogni cambiamento produttivo determinerà costi crescenti in termini sociali per assistere adulti che non sono in grado di riconvertirsi.
Il recente Rapporto sulla povertà testimonia con chiarezza che non tutti gli analfabeti funzionali sono poveri. ma che tutti i poveri sono analfabeti funzionali.
Occorre considerare l’educazione degli adulti come una vera priorità incentivando tutte le diverse articolazioni che la contraddistinguono e incentivandone la frequenza.
All’interno di un sistema integrato degli adulti, come già definito nel Documento approvato nel 2000 dalla Conferenza unificata Stato e Regioni, e mai messo in atto dall’attuale Governo, il potenziamento dei Centri territoriali e l’apertura al pomeriggio gli oltre 10.000 edifici scolastici del Paese, sia per chi deve conseguire un titolo di studio sia per la formazione di nuove conoscenze per i lavoratori, il rilancio delle università anche per questa fascia di età possono essere strumenti da utilizzare allo scopo. In questo senso le 150 ore, ovvero la possibilità di utilizzare permessi retribuiti, devono essere estese e, per chi non lavora, la frequenza a corsi di istruzione e formazione deve essere incentivata con sgravi fiscali e facilitazioni.
Analoga considerazione vale per l’università rivolta agli adulti che riprendono un rapporto con lo studio.
Se cresce il livello di conoscenza della popolazione cresce il benessere complessivo del Paese ed i vantaggi sono su più fronti: quello dei minori costi sociali, quello della qualità della vita pubblica conseguente ad una maggiore partecipazione e democrazia, quello relativo al miglioramento complessivo di un sistema produttivo che compete a livello internazionale sulla qualità e non sui costi.
In questa direzione occorre riservare un’attenzione particolare agli anziani ed ai loro bisogni di conoscere e sapere, che sovente rappresentano una sorta di recupero di spazi e desideri che non è stato possibile esaudire prima.


7. La ricerca

La settima scelta riguarda gli Enti di ricerca affinché siano posti nelle condizioni di operare in autonomia, responsabilizzandone la gestione ed ampliando fortemente, al loro interno, il numero di ricercatori giovani e le loro possibilità di qualificato lavoro scientifico.
Rivendichiamo un consistente rifinanziamento sia dei bilanci ordinari degli Enti, sia di quei canali che sostengono direttamente la ricerca di base, il cui sviluppo è stato fortemente compromesso.
Deve essere garantita la continuità nel tempo dell’investimento, perché nessun programma o progetto di una qualche serietà può essere predisposto su base annuale.
Complessivamente la spesa pubblica per la ricerca deve essere portata al 3%. Inoltre, è necessario investire sul reclutamento di giovani ricercatori e tecnici incrementando di almeno 20.000 unità l’attuale dotazione, fra le più basse d’Europa.
Far svolgere il lavoro tecnico ed il lavoro di ricerca a precari è cosa sbagliata: in questo modo né si fa buona ricerca, né, ovviamente, si formano buoni ricercatori.
La pratica indegna dei commissariamenti a raffica rende evidente quanto poco importi l’opinione dei ricercatori sui progetti e programmi di ricerca e sull’assetto dei loro stessi Enti. La partecipazione del personale alle scelte non è un optional al quale si possa rinunciare senza danneggiare la qualità stessa della produzione scientifica degli Enti.
A livello di sistema nazionale bisogna dare vita all’Assemblea della Scienza e della Tecnologia, formalmente soppressa dal ministro Moratti, il cui scopo è quello di fornire al Governo ed al Parlamento uno strumento per interloquire con l’intera comunità scientifica del Paese.
E’ necessario introdurre un sistema di valutazione e definire uno “Statuto della ricerca” che indichi e delimiti, anche e soprattutto a livello dell’attività individuale, le condizioni dell’autonomia di ricerca, dell’attività di programmazione e della partecipazione dei ricercatori ad essa e dell’attività di valutazione.
Infine, serve un impegno del nostro Paese per costruire un Programma di rilancio della ricerca a livello europeo, di definizione di un vero e proprio spazio europeo della ricerca. Per fare ciò occorre definire contemporaneamente una base materiale: essa potrebbe consistere nello scorporo dalle modalità di definizione del rapporto con il Patto di stabilità di ogni Paese delle spese per ricerca, sviluppo e infrastrutture. Questa decisione potrebbe partire dalle scelte che generano il cofinanziamento delle politiche europee e da quelle che conducono a decisioni comuni.
Il settore degli Enti Pubblici di Ricerca è stato sottoposto negli ultimi anni ad un violento attacco che ne ha snaturato le funzioni trasformando gli Enti in strutture burocratiche. E’ necessario intervenire con urgenza per invertire lo stato di degrado in atto, l’impoverimento scientifico del nostro Paese e una crescente fuga di cervelli che poi, per le condizioni della ricerca nel nostro Paese, non tornano più.


8. Triplicare il numero dei laureati

L’ottava scelta è decisiva per rilanciare la qualità nel nostro Paese e ci porta a rivendicare politiche attive per triplicare il numero dei laureati.
L’Italia ha una quota di laureati che è la metà di quella degli altri paesi europei di pari peso demografico: 70.000 invece che 150.000. Fino a pochi anni fa si laureava solo il 30% degli iscritti al primo anno: una selezione selvaggia. Ora la percentuale dei laureati è del 50%.
L’Ocse nel suo rapporto “Education at a glance 2004” ci attribuisce un tasso d'ingresso del 50%, nella media, ma quasi il 60% di coloro che entrano all’Università non arrivano ad ottenere un titolo, cosa che rappresenta il più alto tasso di drop-out tra i paesi Ocse.
Sono molteplici le possibilità di declinare questo obiettivo programmatico.
Ad esempio, limitare il numero di studenti per aula, non più di 80-100, perché con numeri superiori non si fa lezione; il che implica scelte conseguenti sul versante degli spazi e dei docenti.
Affermare che il rapporto studenti/docenti deve consentire una personalizzazione del rapporto significa sfidare la qualità.
Superare condizioni proibitive per l’esercizio del diritto allo studio per aule, attrezzature, rapporto docenti/studenti, strutture di sostegno, residenze, condizioni di frequenza.
Nell’Università italiana, appena toccata da un processo riformatore che ha poco più di tre anni di vita, che deve essere monitorato nei suoi esiti e corretto in una evidente serie di storture, bisogna fare la riforma più difficile: riformare gli esiti e, di conseguenza, a ritroso tutto il percorso che oggi impedisce un accesso qualificato e che condiziona i risultati finali.


9. Il lavoro

La nona scelta programmatica, che tutte le ricomprende, riguarda l’imperativo ad investire sul lavoro di quanti operano nel settore strategico della conoscenza siano essi docenti, ausiliari, tecnici, amministrativi, ricercatori o dirigenti scolastici.
Formazione, retribuzione, condizioni professionali dignitose, lotta alla precarizzazione, un piano straordinario di reclutamento e immissioni di giovani nelle qualifiche Ata, docenti e dirigenti a tutti i livelli sono condizioni base.
Le situazioni di quanti operano oggi nel vasto mondo della scuola, dell’università, dell’alta formazione e della ricerca sono, non solo, di abbandono, ma di vera e propria crescente ostilità.
Siamo di fronte ad un’aggressione costante ed ormai priva anche della benché minima cautela retorica.
La precarizzazione forzata di pezzi enormi di categoria è la rappresentazione più devastante di questa condizione.
Dove più la continuità di riferimento e di relazione con gli studenti ha un senso ed un significato, dove l’investimento nel tempo determina la qualità della ricerca e della sperimentazione si sceglie, invece, di introdurre una forte precarietà. Il 20% nella scuola, il 50% nella ricerca e nell’università sono lavoratori precari.
Il precariato non aiuta il pubblico, anzi ne mina le fondamenta.
Investire nel lavoro e nell’intelligenza del lavoro significa stabilizzare il lavoro superando la precarietà come condizione d’esercizio. Per questa ragione è necessario un piano di assunzioni che dia stabilità ai lavoratori nella scuola, nell’università e nella ricerca.
Significa rinnovare un turn-over qualificato, perché nei prossimi anni registreremo lo svuotamento delle scuole e delle università con il massiccio pensionamento per raggiunti limiti di età di migliaia di insegnanti e docenti universitari; significa svecchiare università e settori della formazione, eliminare la penuria di docenti, particolarmente grave nell’università, incrementare il numero di ricercatori nel nostro Paese fra i più bassi nell’area Ocse.
Rimangono, poi, inalterate questioni che da troppo tempo ci trasciniamo.
La formazione del personale; una retribuzione che non lo collochi alle ultime posizioni fra le retribuzioni, la valorizzazione della ricerca e del lavoro d’equipe.
Michael Moore in “Stupid White Men” alcuni anni fa scriveva “Oggi come oggi gli insegnanti sono lo stuoino preferito dei politici. A sentire (… alcuni politici) verrebbe da pensare che tutti i guai della nostra società siano da ricondurre a quella manica di pigri, lassisti e incompetenti degli insegnanti. Nella stragrande maggioranza sono educatori votati al loro compito. Non so voi, ma io voglio che le persone che hanno la piena attenzione di mio figlio per un numero maggiore di ore delle mie siano trattate con grande e partecipe cura”.
Noi siamo perfettamente d’accordo!


Conclusioni

A partire da oggi siamo attesi ad una grande discussione e a costruire una forte partecipazione ad un obiettivo fondamentale per la Cgil e per la Flc Cgil: dare al Paese un programma sulla conoscenza per il quale valga la pena di confrontarsi, continuare a lottare, progettare il futuro.
Mentre scioperi e manifestazioni scandiscono la straordinaria mobilitazione contro le manovre del Ministro e del Governo, noi vogliamo dare protagonismo anche alle idee ed ai progetti.
L’ambito delle proposte che ho illustrato rappresenta il contesto che ci porta a ribadire con convinzione la richiesta di abrogare i provvedimenti Moratti su scuola, università e ricerca.
E a quanti nella maggioranza di Governo ancora resistono dal prendere coscienza che le politiche su scuola, università e ricerca sono state sonoramente bocciate da masse enormi di persone dedico una riflessione di William Gladstone: “Voi non potete combattere il futuro. Il tempo è dalla nostra parte”.
Più che una riflessione, a pensarci bene, è una promessa. E per essa vale la pena di impegnarsi.
Per essa e per niente di meno.

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