Le
idee
Un
programma per la conoscenza
Scuola
e formazione, università e ricerca:
settori fondamentali per lo sviluppo del Paese
e per la crescita personale e civile dei cittadini
Le
proposte della Cgil e della
Federazione Lavoratori della Conoscenza
presentate il 19 ottobre 2004 nell’Aula Magna dell’Università
La Sapienza di Roma su cui è aperta un’ampia
discussione in migliaia di appuntamenti che termineranno
a fine febbraio 2005
con una Conferenza programmatica
Un
programma in nove punti
Enrico Panini, Segretario generale FLC Cgil
La
Cgil e la Federazione Lavoratori della Conoscenza della
Cgil (un nuovo sindacato di categoria che mette insieme
in una casa comune tutti coloro che operano nella conoscenza
a partire dalla scuola, dall’università e
dalla ricerca) sono convinte che sia necessario definire
rapidamente un programma sulla conoscenza di cui siano
chiaramente esplicitati gli obiettivi. Su di esso deve
essere sollecitato un contributo ampio e partecipato ed
il pronunciamento di chi si candida ad un programma di
governo alternativo a quello dell’attuale maggioranza.
Premessa
Per
noi è fondamentale che alla discussione e alla
costruzione del programma contribuiscano, oltre alle forze
politiche, più soggetti, singoli cittadini, associazioni
professionali e movimenti per rendere possibili partecipazione
e protagonismo.
Occorre, infatti, uscire dal tatticismo e dalle angustie
con le quali il tema del programma è stato affrontato
fino ad ora nel dibattito politico del Paese, perché
così facendo lo si svilisce e basta.
Per quanto ci riguarda, nella nostra autonomia di soggetto
che rappresenta il lavoro, intendiamo avviare questo percorso
e dichiarare la nostra proposta, con l’impegno che
ci deriva dall’essere, insieme, la maggiore confederazione
ed il maggiore sindacato di categoria. Nei giorni scorsi
i componenti la segreteria della Cgil hanno reso noto
le priorità sulle quali chiedere ai partiti dell’opposizione
e a Romano Prodi di confrontarsi.
Con questo atto la Cgil non ha rinunciato ad un briciolo
della sua autonomia, anzi l’ha riaffermata con una
scelta di trasparenza, e ha ribadito che non intende ritrarsi
dal terreno della politica, valorizzando cosi l’esperienza
più matura del movimento sindacale italiano. Chi
esercita il diritto di proposta pratica l’autonomia
come valore.
A pochi giorni di distanza sviluppiamo ulteriormente la
nostra proposta a partire dalla conoscenza, un tema che
riteniamo fondamentale.
L’impegno contro i peggiori interventi sulla
scuola
Partiamo
da qui perché siamo di fronte ad un blocco di interventi
su scuola, università e ricerca tali da delineare
le peggiori “riforme” della storia della nostra
repubblica e perché ci sono centinaia e centinaia
di migliaia di persone che si sono mobilitate e che hanno
diritto ad una risposta.
Occorre accompagnare e sostenere lo straordinario movimento
di lotta che ha attraversato e attraversa il Paese contro
i provvedimenti del Governo e del Ministro Moratti su
scuola, università e ricerca facendo crescere una
proposta che dia gambe ad un’altra idea di sistema
educativo, formativo, universitario e di ricerca.
Senza un chiaro impulso programmatico, e considerata l’enormità
dei problemi che si stanno accumulando nel Paese, è
evidente la possibile deriva per cui non si va oltre le
buone parole alle quali poi rischiano di non seguire fatti.
Sulle nostre proposte programmatiche a partire da oggi
intendiamo aprire un ampio dibattito, su cui successivamente
fare il punto, convinti che ci sia bisogno di rivitalizzare
la vita pubblica, di rafforzare i legami sociali, di spingere
verso la partecipazione attiva: tutte condizioni indispensabili
per la qualità della democrazia cui aspiriamo,
nella quale il sindacato confederale è soggetto
attivo della dialettica democratica.
Infine, due annotazioni.
La prima. Quanti in questi anni hanno preferito dipingere
il movimento che si è sviluppato sulla scuola,
nell’università e nella ricerca come un soggetto
conservatore, senza proposta, rimarranno basiti. Noi rispondiamo
loro con i fatti, con la capacità di costruire
e far vivere un programma in migliaia di iniziative.
La seconda. La nostra non è una operazione mediatica
come quelle a cui ci ha abituato Letizia Moratti. Questo
metodo didattico non l'abbiamo ancora imparato e, di certo,
non lo impareremo mai.
Il bivio
Scuola,
università, accademie e conservatori e ricerca
sono di fronte ad un bivio. Si tratta, infatti, o di rassegnarsi
e assistere ad una progressiva delegittimazione della
scuola pubblica, alla secondarizzazione dell’università,
alla marginalizzazione delle accademie e dei conservatori,
alla riduzione della ricerca a settore servente del mercato,
con tutti i drammi sociali che ciò comporterà,
o di impegnarsi a delineare una nuova politica della conoscenza
in grado di interagire con lo sviluppo del mondo contemporaneo,
con le richieste della società e con i progressi
del sapere come condizione indispensabile per qualificare
le condizioni di vita delle persone e dare una prospettiva
di sviluppo al nostro Paese.
Nella scelta tra queste due alternative si collocano i
valori della nostra democrazia e dello sviluppo equo e
solidale del nostro Paese. Bisogna scegliere, con urgenza
e con chiarezza di prospettiva.
L’Italia sta scivolando inesorabilmente nella serie
B dell’economia planetaria, fuori dal G7, il club
dei ricchi del mondo. Ma già oggi siamo fuori da
qualsiasi G7 della cultura, della scuola, dell’università,
della ricerca e dell’innovazione. La Cina, nel 2002,
ha speso 60 miliardi di dollari per la ricerca. Solo Usa
e Giappone hanno speso di più. Noi abbiamo speso
meno che nel 2001!
Da tre anni, l’economia italiana è in panne.
Francia e Germania non stanno meglio di noi, ma c´è
una differenza sostanziale. Fra il 2000 e il 2004, la
Germania, nonostante la crisi, ha aumentato le esportazioni
del 15%, la Francia del 12%; in Italia sono diminuite
del 7%. In Germania nel 2000 sono stati concessi 459 brevetti
ogni 100.000 abitanti, in Francia 631, in Italia solo
70.
Perché tanta sensibilità alla congiuntura?
Perché nei settori più dinamici del commercio
mondiale (farmaceutica, elettronica di consumo, informatica,
macchinari elettrici, strumenti di precisione, aerei,
biotecnologie, nuove energie) la quota italiana nel commercio
mondiale si è ridotta negli ultimi anni di circa
la metà. Fra i paesi che compongono l’Ocse
solo Polonia, Grecia e Turchia stanno peggio.
Una graduatoria Ocse relativa allo stato di cultura di
un Paese misura gli “investimenti in sapere”.
Il nostro tasso di aumento in questi investimenti è
stato il più basso di tutto il mondo sviluppato.
Portogallo, Polonia, Messico e Grecia sono partiti più
indietro di noi, ma i loro investimenti in conoscenza
aumentano dell’8% l’anno, i nostri dell’1,8%.
Di fronte al bivio dobbiamo scegliere di fare del sapere,
della formazione e della conoscenza una leva strategica.
Come evitare che molti bambini si perdano nel deserto
dell’esclusione? come garantire ad ogni ragazzo
un’istruzione adeguata alle nuove sfide? come fare
della conoscenza la palestra della democrazia e non la
fabbrica di pezzi di carta chiamati diplomi? come rendere
esigibile l’educazione degli adulti? come costruire
un´economia che tutto questo valorizzi e non finisca
poi per tenerlo ai margini?
Noi vogliamo dare delle risposte e non porre solo domande.
Il nostro giudizio sui provvedimenti del Governo
Consideriamo
inaccettabili le politiche di questo Governo che riscrivono
la storia di scuola, università e ricerca trasformandole
da luoghi in cui si dovrebbero superare le disuguaglianze
e favorire il progresso a luoghi che affidano la regolazione
dei diritti al mercato, cioè alla forza economica
e sociale di ogni individuo o nucleo familiare.
Riteniamo che i provvedimenti del Governo e del Ministro
Moratti siano inaccettabili e che su di essi non siano
possibili mediazioni: vanno abrogati. Non c’è
nulla da sperimentare né c’è un qualche
aspetto da sistemare: il problema è nell’impianto,
nella filosofia complessiva, nell’idea stessa di
società a cui un sistema della conoscenza deve
essere funzionale.
La Legge 53/03 sulla scuola separa i cittadini fra garantiti
e non garantiti, fra ceti forti e ceti deboli. Come leggere
diversamente la scelta di abbassare l’obbligo scolastico
o di riproporre, trent’anni dopo il suo superamento,
la distinzione fra avviamento professionale e scuola vera
e propria con l’introduzione del canale duale? Come
leggere diversamente la riduzione dell’offerta formativa
con la cancellazione del tempo pieno e del tempo prolungato,
la ossessionante idea di ritornare alla scuola degli anni
50?
Analogo ragionamento vale per l’università.
La riforma dello stato giuridico della docenza, attualmente
in discussione, è in realtà la premessa
per lo smantellamento dell’università pubblica;
essa non riguarda solo i ricercatori che vengono messi
ad esaurimento, o i futuri precari, destinati a crescere
a dismisura, ma investe alla radice la missione e lo stesso
funzionamento degli Atenei: didattica scadente, cancellazione
della ricerca nell’insieme degli Atenei, poche Università
di eccellenza per l’élite che potrà
permettersela. L’annunciata introduzione del percorso
ad “Y”, traslato esattamente dalla scuola
secondaria, senza alcuna verifica del modello attualmente
in corso e che solo ora comincia a dare i primi risultati,
ma come semplice giustapposizione, è destinata
a spaccare l’offerta didattica tra saperi nobili
e percorsi poveri di scarsa professionalizzazione.
La somma degli effetti congiunti del modello duale e del
percorso ad “Y” sarà quello di una
gigantesca selezioni sociale che colpirà le fasce
deboli, medie e medio-alte.
Il blocco dei processi di attuazione della riforma delle
accademie e dei conservatori ed una gestione dell’uso
delle risorse, tale da mettere in discussione le condizioni
stesse di agibilità quotidiana, la dicono lunga
dello stato di prostrazione nel quale viene costretta
l’alta cultura artistica e musicale nel nostro Paese.
Gli interventi sulla ricerca pubblica ne hanno cambiato
radicalmente il volto. In un silenzio, a volte assordante,
si sono commissariati tutti gli enti, strangolato il funzionamento
quotidiano, ed ormai la nostra ricerca è prevalentemente
ricerca applicata.
L’insieme di questi interventi, infine, limita o
costringe l'insegnamento nelle scuole e nelle università
e la ricerca: ciò significa attentare alla coesione
sociale, alle sue possibilità di sviluppo, alla
stessa sua vita civile e democratica.
Questi provvedimenti sono funzionali, anzi ne costruiscono
la legittimazione, alla Legge 30/04 e all’attacco
ai diritti del lavoro, ai diritti collettivi, alla contrattazione.
Persone con meno diritti, o senza diritti, nella loro
condizione di lavoratori perché dovrebbero essere
messe nelle condizioni di essere autonome culturalmente?
La flessibilità selvaggia introdotta con la Legge
30 è supportata dai provvedimenti Moratti: niente
diritti, niente istruzione.
Sulla base di tutte queste considerazioni chiediamo un
impegno chiaro affinché questi provvedimenti siano
abrogati.
I valori
Lanciare
una proposta programmatica sulla conoscenza significa,
innanzitutto, partire dai valori ed essere su questi molto
netti e determinati.
La
pace e il rifiuto della guerra e della violenza. Conoscere,
accettare, ascoltare sono risorse di pace. In un mondo
sempre più globalizzato il rispetto dell’altro
è, innanzitutto, un fatto culturale e le nostre
scuole sono chiamate a svolgere questa funzione. Un altro
mondo è possibile se un’altra scuola e un’altra
università sono possibili. I luoghi della conoscenza
sono luoghi della democrazia, che riconoscono le differenze
e le valorizzano.
Il
diritto alla formazione e alla conoscenza per tutto l’arco
della vita. Va assicurata a tutti la possibilità
di accedere e di rimanere con successo nei percorsi formativi,
scolastici e universitari senza alcuna discriminazione
di razza, sesso, condizione sociale ed economica. Il sapere
è un bene anche per le persone adulte e per gli
anziani, non solo per i giovani.
La
dimensione pubblica e laica della scuola, dell’università
e della ricerca, come garanzia del pluralismo, della democrazia
e delle pari opportunità. Esse devono rappresentare
il luogo privilegiato d’investimento di risorse
e di impegni conseguenti contro ogni ipotesi di privatizzazione.
La
tutela delle persone da ogni mercificazione delle proprie
condizioni in una società sempre più globale,
in cui il ruolo della conoscenza e della ricerca diventano
fondamentali. La conoscenza non serve solo per entrare
a pieno diritto nella sfera sociale “adulta”
ma è uno strumento indispensabile affinché
ognuno riesca a governare e ad essere attore consapevole:
per questo deve essere rafforzata.
Il riconoscimento e la valorizzazione delle professionalità
di tutto il personale, intese come diritto ad una formazione
qualificata, forte avanzamento della condizione economica
e come sostegno ed incentivazione della professionalità.
La professionalità dei lavoratori della scuola
è garanzia del diritto ad una formazione di qualità.
L’autonomia
della ricerca come condizione perché il nostro
Paese diventi un punto di riferimento qualificato sui
terreni delle risorse, energie, ambiente, innovazioni
compatibili con la dignità ed il rispetto dell’essere
umano e dell’ambiente che lo circonda.
L'Europa,
intesa come modello sociale di riferimento, luogo dove
lo sviluppo basato sulle conoscenze deve consentire una
crescita economica sostenibile, ma rispettosa dei diritti
delle persone. Il nostro orizzonte è la conoscenza
in Europa: per questo abbiamo proposto al Forum sociale
di Londra di dare vita ad un movimento europeo su questi
temi. Ma è anche necessario allargare la dimensione
solidaristica con le decine di Paesi in via di sviluppo
nei quali gli interventi della Banca Mondiale costringono
a tagliare le spese per il sapere. L’Italia non
deve mandare soldati in guerra (rispettando l’art.11
della Costituzione), ma deve inviare materiali e risorse
per sostenere le culture locali e contribuire a liberare
diversi Paesi dalla miseria dell’analfabetismo.
Non sono valori da condividere in modo astratto o da confinare
in una premessa di stile: rappresentano la ragione fondante
sulla quale costruire un programma e costituiscono la
guida per le decisioni che informano i punti che seguono.
Senza valori dichiarati e perseguiti ogni soluzione non
potrà che essere votata alla tecnicalità
e, come tale, risultare subalterna al pensiero dominante
del momento.
I punti del programma
1.
Metodo e merito
La
prima scelta è l’impegno ad aprire nel Paese
un grande dibattito democratico su un programma sulla
conoscenza, almeno pari a ciò che è accaduto
recentemente in Francia, ad opera di un governo di centro-destra,
e che sta per verificarsi in Spagna ad opera di un governo
di centro-sinistra. Questo è importante, non solo,
per il coinvolgimento dei diversi soggetti, ma anche per
ridefinire strumenti e finalità per una realtà
che negli ultimi 20 anni si è profondamente modificata.
In questi anni è cresciuta ed è cambiata
la percezione della politica, l’impegno, il desiderio
di ognuno di confrontarsi. Il grande movimento per la
pace e le stesse lotte che la Cgil ha sviluppato a partire
dal 2002 hanno portato alla ribalta nuovi soggetti, hanno
mobilitato tanti giovani, hanno offerto una visione più
laica della politica. Un numero crescente di persone non
condivide più una pratica della politica nella
quale i luoghi della discussione e del confronto sono
rarefatti, ma vuole confrontarsi di volta in volta sulle
proposte per poi scegliere se impegnarsi o meno in una
battaglia, in un progetto.
Analoga riflessione vale per il grande movimento sulla
scuola, che, assieme a quello per la pace, ha caratterizzato
questi anni. Cinque manifestazioni nazionali, migliaia
di iniziative locali, la presenza di genitori e studenti,
associazioni professionali ed istituzioni, hanno rappresentato
una realtà fondamentale.
Il movimento in corso nell’università è
straordinario e sta dilagando a macchia d’olio dovunque.
Ne sono protagonisti i giovani, quelle migliaia di ricercatori
che non hanno oggi un futuro e che rischiano di scomparire,
gli stessi che garantiscono il funzionamento dell’università
e della ricerca.
Sono movimenti maturi e importanti.
Il Paese dovrebbe essere loro grato perché se l’azione
del Governo è in visibile difficoltà ciò
è dovuto a questi movimenti e alla grande iniziativa
che i sindacati hanno sviluppato.
Bisogna assumere il protagonismo delle persone come modalità
naturale nella costruzione ed implimentazione di un programma
per la conoscenza.
Nei prossimi mesi e se dovesse, come ognuno di noi si
augura, cambiare la maggioranza politica nel nostro Paese,
il rapporto con la società e con i movimenti deve
diventare un tratto costitutivo per costruire proposte
e produrre cambiamenti in questi settori.
Noi temiamo l’ingegneria istituzionale che prescinde
dal rapporto e dal vissuto delle persone, la temiamo come
processo che cerca la soluzione più semplice, quella
immediatamente spendibile, il punto di migliore adattamento.
Per questa ragione registreremmo come un pericolo il continuismo
nei programmi, come se dopo l’attuale Governo tutto
potesse riprendere come prima o come se i problemi del
XXI secolo fossero gli stessi del secolo appena trascorso.
2. L’autonomia della scuola, dell’università,
della ricerca
La
seconda scelta programmatica riguarda l’autonomia.
Bisogna investire con decisione sull’intelligenza
dei luoghi collettivi, sulla cultura delle comunità
scientifiche, sulla necessità di esercitare la
responsabilità nel rapporto con le persone e con
le finalità pubbliche.
Il conflitto istituzionale che abbiamo sotto i nostri
occhi è ormai intollerabile e devastante. L’azione
di questo governo sta balcanizzando la vita del Paese
in una contrapposizione sterile ed inaccettabile nella
quale convivono centralismo esasperato e devolution.
La recente approvazione alla Camera della modifica alla
Costituzione dissolve ogni funzione nazionale, in particolare
dell’istruzione, ed è destinata ad impoverire
e a dividere il Paese; contiene in sé un’idea
di società e di cittadinanza radicalmente diversa
da quella per cui noi e i movimenti ci battiamo da tempo.
L’attribuzione alle regioni di competenze esclusive
in materia d’istruzione aggrava le disparità
tra le varie parti del Paese e mina il principio per noi
inviolabile dell’universalità dei diritti.
L’autonomia della scuola, dell’alta formazione
e dell’università hanno un fondamento costituzionale
forte e rilevante. Sovente, negli ultimi anni, queste
autonomie sono state interessate da provvedimenti tesi
a limitarne le potenzialità.
Occorre recuperare il senso pieno dell’autonomia
e cioè quello che la Costituzione ci consegna,
fondato sui principi della laicità e della democrazia.
L’autonomia è uno dei modi di declinare e
mettere in pratica quei valori. Non ci sono laicità
e democrazia al di fuori del principio di responsabilità
dei diversi soggetti chiamati ad interagire in un quadro
ed in un contesto di relazione. Il principio di responsabilità
è, quindi, il motore e l’anima dell’autonomia
che noi vogliamo riproporre. E’ stato sbagliato,
come è successo nel passato, porre come prima istanza
di quel processo, facendolo diventare di fatto l’elemento
centrale, il principio di autorità, senza valutarne
a pieno le conseguenze.
Noi riteniamo che invece la realizzazione del vincolo
costituzionale dell’autonomia scolastica ed universitaria
debba rappresentare il confine giusto nel quale collocare
un sistema che guarda, nella sua unitarietà, all’Europa
ed al mondo, da un lato, e, dall’altro, alla responsabilità
ed alla competenza scientifica dei soggetti chiamati a
realizzare il mandato affidato loro dal Paese.
Riteniamo indispensabile investire sulle intelligenze
e sulle professionalità dei lavoratori.
Valorizzare l’autonomia significa affrontare conseguentemente
quattro ordini di questioni:
- gli strumenti per la partecipazione democratica all’interno
di ogni scuola, università, centro di ricerca;
- le forme della governance complessiva di questi sistemi;
- le sedi di valutazione del sistema in relazione ai mandati;
- la costruzione di luoghi permanenti di confronto istituzionale
fra tutti i livelli coinvolti e di rappresentanza delle
componenti della scuola e della società.
3. Le risorse
La
terza scelta programmatica riguarda le risorse.
Il rapporto delle risorse per l’educazione e la
formazione con il Pil deve crescere dall’attuale
5% circa ad oltre il 6%, come indicato dalla Commissione
Internazionale sull’educazione per il 21° secolo.
Ciò significa concretamente un aumento di oltre
2 punti percentuali dell’attuale spesa rispetto
al Pil.
Queste risorse devono essere finalizzate, fra l’altro,
ad incrementare il numero degli asili nido, a generalizzare
la scuola dell’infanzia statale sull’intero
territorio nazionale, a garantire la domanda di tempo
pieno e tempo prolungato, a portare il 100% dei giovani
al diploma di scuola superiore - in ciò aggiornando
positivamente gli stessi obiettivi di Lisbona 2000 -,
a dare condizioni di vivibilità alle nostre università,
ad incrementare i fondi per la ricerca di base, a sostenere
un piano nazionale sul diritto allo studio scolastico
ed universitario, a valorizzare adeguatamente il lavoro
di docenti, ricercatori, Ata e dirigenti, a battere l’analfabetismo
e costruire un sistema di educazione permanente.
Il buco economico determinato dalle sciagurate politiche
di questo Governo è enorme e risulterà evidente
nella sua drammatica dimensione una volta che saranno
resi noti i conti pubblici.
In quel momento occorrerà avere chiaro quali sono
le priorità e quali sono i settori sui quali non
si taglia per nessuna ragione, ma, al contrario, si investe
perché è in quel momento che si fanno le
scelte e si pianificano i necessari investimenti a lungo
termine.
La storia dei nostri settori è caratterizzata da
grandi promesse e da drammatiche smentite. Le risorse
investite spesso sono arrivate dopo un defatigante iter
tale da farne disperdere anche il valore.
Questo Governo si pone meno problemi: taglia e taglia.
Su scuola, università, accademie e conservatori
e ricerca occorre investire con decisione portando la
spesa ai primi posti in Europa.
Consideriamo questo l’investimento sul futuro, quindi
una condizione irrinunciabile per noi.
4. Un piano nazionale per il diritto allo studio
La
quarta scelta programmatica parla ai diritti delle persone
e all’investimento sociale, nel senso che i giovani
e gli adulti siano messi nelle condizioni di incontrare
il sapere.
Se il sapere arricchisce le persone, e se il beneficio
prodotto dal punto di vista economico e sociale è
evidente, allora il suo costo non può essere caricato
sulle spalle dei singoli.
Rivendichiamo un piano nazionale per il diritto allo studio
che riconosca, in relazione al reddito, ad ogni individuo
e proporzionalmente alla durata degli studi un contributo
economico crescente a testimoniare dell’investimento
che il Paese mette in campo.
Rivendichiamo, per realizzare l’educazione per tutta
la vita, la costruzione di una “banca del tempo
educativo“, cioè una sorta di capitalizzazione
del tempo.
Si tratta di un vero e proprio investimento in “previdenza
conoscitiva”, alimentato da fondi pubblici (con
una prima dotazione di tempo costituita con l’inizio
del percorso scolastico) e da investimenti personali,
al quale attingere per ulteriori percorsi scolastici o
formativi retribuiti.
Questo obiettivo agisce su un duplice fronte:
- quello delle diverse opportunità;
- quello degli strumenti per consentire la realizzabilità
di percorsi di studio per l’intero arco della vita.
Non è più possibile che l’intervento
sul diritto allo studio da parte di tanti Enti locali
sia prevalentemente a sostegno dei bisognosi, ed è
decisamente inaccettabile che il diritto allo studio sia
piegato a finanziamenti a favore del privato come è
nelle scelte di alcune regioni governate dalle forze politiche
della maggioranza.
L’investimento in studio deve risultare premiante.
E ce ne sono tutte le ragioni. Infatti, il rapporto Ocse
2004 “Education at a glance 2004” documenta
con chiarezza che i successi educativi e l’innalzamento
dell’educazione contribuiscono alla prosperità
generale di un paese e favoriscono la crescita economica,
nonché la ricerca.
L’impatto a lungo termine nell’area Ocse di
un anno aggiuntivo d’educazione accresce i risultati
dell’economia tra il 3 e il 6%.
In Italia, tra il 1990 e il 2000, il contributo dei migliorati
livelli educativi alla crescita della produttività
del lavoro è stato di 0.58 punti percentuali, la
più alta dopo il Portogallo e il Regno Unito tra
i 15 paesi con dati comparabili.
Per dirla con Marguerite Yourcenar “Fondare biblioteche
è un po' come costruire ancora granai pubblici:
ammassare riserve contro l'inverno dello spirito che da
molti indizi, mio malgrado, vedo venire”.
5. L’obbligo scolastico
La
quinta scelta riguarda l’obbligo scolastico che
deve essere portato a 18 anni: è una condizione
indispensabile per innalzare il livello culturale del
nostro Paese e per evitare il rapido scivolamento nelle
posizioni marginali dello sviluppo.
E’ una richiesta che viene dal Paese, basterebbe
esaminare il fatto che il 95% dei ragazzi e delle ragazze
si iscrive alla scuola secondaria e che un numero crescente
di giovani punta a completare gli studi secondari. Tale
richiesta, però, non riesce ad essere soddisfatta,
dati i tassi ancora elevati di abbandoni e di selezione
(tra i più alti in Europa).
Parliamo di obbligo scolastico non a caso, dopo che le
politiche di questo Governo hanno scardinato l’obbligo
formativo riducendolo ad un apprendistato dequalificato.
Rilanciare ed innalzare l’obbligo scolastico significa
che la Repubblica, gli adulti, i Governi e le istituzioni
si assumono la responsabilità di garantire una
buona scuola gratuita in ogni angolo del nostro Paese.
Significa assumere l’accoglienza, il successo, l’incremento
del numero dei diplomati in relazione alla classe d’età,
l’innalzamento dell’educazione formale come
variabili fondamentali.
Queste scelte non possono essere scaricate sulle famiglie,
anzi, per il quadro internazionale che ho richiamato sopra,
c’è un interesse fondamentale del soggetto
pubblico. Noi pensiamo, senza fumisterie, che la scuola
debba assumersi la responsabilità di garantire
ad ogni persona il successo del percorso formativo.
Rilanciare ed innalzare l’obbligo scolastico significa,
però, ragionare, contemporaneamente, sulle strategie
da attuare per renderlo effettivo ed efficace. E’
indispensabile ripensare i tempi, i luoghi e i modi dell’apprendimento,
le professionalità necessarie, potenziare una scuola
dell’autonomia in grado di interloquire con il territorio
in modo da individuare soluzioni e percorsi formativi
per portare davvero tutti, ragazzi e ragazze, al successo
scolastico.
Nel XXI secolo il nostro Paese non può attardarsi
a discutere del ripristino dell’obbligo a 16 anni
e magari chiedersi ancora se il biennio debba essere unitario
o unico. Il contesto di riferimento è radicalmente
diverso.
Non ci sfugge che questa scelta ne comporta un’altra
molto netta sulla formazione professionale, che deve smettere
di essere l’ancella povera per i “poveri”,
per diventare un maturo e autorevole sistema nazionale
(nazionale perché pensiamo alla necessaria condivisione
delle Regioni, uniche titolari in materia, di valori,
finalità e standard), finalizzato alla formazione
al lavoro, sul lavoro e nelle transizioni di giovani e
adulti.
La formazione professionale deve diventare soggetto protagonista
di quel sistema formativo che deve garantire a tutti il
diritto alla formazione per tutto l’arco della vita.
6. L’educazione degli adulti e l’apprendimento
per la vita
La
sesta scelta prende le mosse dal dramma, individuale e
collettivo, di un 43% della popolazione adulta a rischio
di analfabetismo.
Bisogna azzerare l’analfabetismo di ritorno nel
nostro Paese.
Secondo l’Istat nel 2003 solo il 10% delle famiglie
italiane ha speso qualche euro per l’acquisto di
libri. Come ricorda Tullio De Mauro, solo nel 25% delle
case italiane ci sono più di cento libri. È
un dato molto negativo: questa variabile è quella
che più influenza il buon andamento a scuola dei
ragazzi e condiziona i percorsi di vita e professionali
degli adulti.
E’ molto bassa la quota di adulti che partecipano
ad attività educative o formative. Sono il 4,2%
circa, cioè meno della metà della media
europea.
E’ un’emergenza nell’emergenza. Centinaia
di miglia di persone saranno spinte progressivamente ai
margini della democrazia e della partecipazione. Esse
non saranno in grado, in una fase nella quale le conoscenze
permeano ogni aspetto della vita di ognuno, di governare
il proprio progetto di vita. Molte centinaia di migliaia
di persone sono già stabilizzate nella ampia zona
dell’esclusione sociale. Ogni cambiamento produttivo
determinerà costi crescenti in termini sociali
per assistere adulti che non sono in grado di riconvertirsi.
Il recente Rapporto sulla povertà testimonia con
chiarezza che non tutti gli analfabeti funzionali sono
poveri. ma che tutti i poveri sono analfabeti funzionali.
Occorre considerare l’educazione degli adulti come
una vera priorità incentivando tutte le diverse
articolazioni che la contraddistinguono e incentivandone
la frequenza.
All’interno di un sistema integrato degli adulti,
come già definito nel Documento approvato nel 2000
dalla Conferenza unificata Stato e Regioni, e mai messo
in atto dall’attuale Governo, il potenziamento dei
Centri territoriali e l’apertura al pomeriggio gli
oltre 10.000 edifici scolastici del Paese, sia per chi
deve conseguire un titolo di studio sia per la formazione
di nuove conoscenze per i lavoratori, il rilancio delle
università anche per questa fascia di età
possono essere strumenti da utilizzare allo scopo. In
questo senso le 150 ore, ovvero la possibilità
di utilizzare permessi retribuiti, devono essere estese
e, per chi non lavora, la frequenza a corsi di istruzione
e formazione deve essere incentivata con sgravi fiscali
e facilitazioni.
Analoga considerazione vale per l’università
rivolta agli adulti che riprendono un rapporto con lo
studio.
Se cresce il livello di conoscenza della popolazione cresce
il benessere complessivo del Paese ed i vantaggi sono
su più fronti: quello dei minori costi sociali,
quello della qualità della vita pubblica conseguente
ad una maggiore partecipazione e democrazia, quello relativo
al miglioramento complessivo di un sistema produttivo
che compete a livello internazionale sulla qualità
e non sui costi.
In questa direzione occorre riservare un’attenzione
particolare agli anziani ed ai loro bisogni di conoscere
e sapere, che sovente rappresentano una sorta di recupero
di spazi e desideri che non è stato possibile esaudire
prima.
7. La ricerca
La
settima scelta riguarda gli Enti di ricerca affinché
siano posti nelle condizioni di operare in autonomia,
responsabilizzandone la gestione ed ampliando fortemente,
al loro interno, il numero di ricercatori giovani e le
loro possibilità di qualificato lavoro scientifico.
Rivendichiamo un consistente rifinanziamento sia dei bilanci
ordinari degli Enti, sia di quei canali che sostengono
direttamente la ricerca di base, il cui sviluppo è
stato fortemente compromesso.
Deve essere garantita la continuità nel tempo dell’investimento,
perché nessun programma o progetto di una qualche
serietà può essere predisposto su base annuale.
Complessivamente la spesa pubblica per la ricerca deve
essere portata al 3%. Inoltre, è necessario investire
sul reclutamento di giovani ricercatori e tecnici incrementando
di almeno 20.000 unità l’attuale dotazione,
fra le più basse d’Europa.
Far svolgere il lavoro tecnico ed il lavoro di ricerca
a precari è cosa sbagliata: in questo modo né
si fa buona ricerca, né, ovviamente, si formano
buoni ricercatori.
La pratica indegna dei commissariamenti a raffica rende
evidente quanto poco importi l’opinione dei ricercatori
sui progetti e programmi di ricerca e sull’assetto
dei loro stessi Enti. La partecipazione del personale
alle scelte non è un optional al quale si possa
rinunciare senza danneggiare la qualità stessa
della produzione scientifica degli Enti.
A livello di sistema nazionale bisogna dare vita all’Assemblea
della Scienza e della Tecnologia, formalmente soppressa
dal ministro Moratti, il cui scopo è quello di
fornire al Governo ed al Parlamento uno strumento per
interloquire con l’intera comunità scientifica
del Paese.
E’ necessario introdurre un sistema di valutazione
e definire uno “Statuto della ricerca” che
indichi e delimiti, anche e soprattutto a livello dell’attività
individuale, le condizioni dell’autonomia di ricerca,
dell’attività di programmazione e della partecipazione
dei ricercatori ad essa e dell’attività di
valutazione.
Infine, serve un impegno del nostro Paese per costruire
un Programma di rilancio della ricerca a livello europeo,
di definizione di un vero e proprio spazio europeo della
ricerca. Per fare ciò occorre definire contemporaneamente
una base materiale: essa potrebbe consistere nello scorporo
dalle modalità di definizione del rapporto con
il Patto di stabilità di ogni Paese delle spese
per ricerca, sviluppo e infrastrutture. Questa decisione
potrebbe partire dalle scelte che generano il cofinanziamento
delle politiche europee e da quelle che conducono a decisioni
comuni.
Il settore degli Enti Pubblici di Ricerca è stato
sottoposto negli ultimi anni ad un violento attacco che
ne ha snaturato le funzioni trasformando gli Enti in strutture
burocratiche. E’ necessario intervenire con urgenza
per invertire lo stato di degrado in atto, l’impoverimento
scientifico del nostro Paese e una crescente fuga di cervelli
che poi, per le condizioni della ricerca nel nostro Paese,
non tornano più.
8. Triplicare il numero dei laureati
L’ottava
scelta è decisiva per rilanciare la qualità
nel nostro Paese e ci porta a rivendicare politiche attive
per triplicare il numero dei laureati.
L’Italia ha una quota di laureati che è la
metà di quella degli altri paesi europei di pari
peso demografico: 70.000 invece che 150.000. Fino a pochi
anni fa si laureava solo il 30% degli iscritti al primo
anno: una selezione selvaggia. Ora la percentuale dei
laureati è del 50%.
L’Ocse nel suo rapporto “Education at a glance
2004” ci attribuisce un tasso d'ingresso del 50%,
nella media, ma quasi il 60% di coloro che entrano all’Università
non arrivano ad ottenere un titolo, cosa che rappresenta
il più alto tasso di drop-out tra i paesi Ocse.
Sono molteplici le possibilità di declinare questo
obiettivo programmatico.
Ad esempio, limitare il numero di studenti per aula, non
più di 80-100, perché con numeri superiori
non si fa lezione; il che implica scelte conseguenti sul
versante degli spazi e dei docenti.
Affermare che il rapporto studenti/docenti deve consentire
una personalizzazione del rapporto significa sfidare la
qualità.
Superare condizioni proibitive per l’esercizio del
diritto allo studio per aule, attrezzature, rapporto docenti/studenti,
strutture di sostegno, residenze, condizioni di frequenza.
Nell’Università italiana, appena toccata
da un processo riformatore che ha poco più di tre
anni di vita, che deve essere monitorato nei suoi esiti
e corretto in una evidente serie di storture, bisogna
fare la riforma più difficile: riformare gli esiti
e, di conseguenza, a ritroso tutto il percorso che oggi
impedisce un accesso qualificato e che condiziona i risultati
finali.
9. Il lavoro
La
nona scelta programmatica, che tutte le ricomprende, riguarda
l’imperativo ad investire sul lavoro di quanti operano
nel settore strategico della conoscenza siano essi docenti,
ausiliari, tecnici, amministrativi, ricercatori o dirigenti
scolastici.
Formazione, retribuzione, condizioni professionali dignitose,
lotta alla precarizzazione, un piano straordinario di
reclutamento e immissioni di giovani nelle qualifiche
Ata, docenti e dirigenti a tutti i livelli sono condizioni
base.
Le situazioni di quanti operano oggi nel vasto mondo della
scuola, dell’università, dell’alta
formazione e della ricerca sono, non solo, di abbandono,
ma di vera e propria crescente ostilità.
Siamo di fronte ad un’aggressione costante ed ormai
priva anche della benché minima cautela retorica.
La precarizzazione forzata di pezzi enormi di categoria
è la rappresentazione più devastante di
questa condizione.
Dove più la continuità di riferimento e
di relazione con gli studenti ha un senso ed un significato,
dove l’investimento nel tempo determina la qualità
della ricerca e della sperimentazione si sceglie, invece,
di introdurre una forte precarietà. Il 20% nella
scuola, il 50% nella ricerca e nell’università
sono lavoratori precari.
Il precariato non aiuta il pubblico, anzi ne mina le fondamenta.
Investire nel lavoro e nell’intelligenza del lavoro
significa stabilizzare il lavoro superando la precarietà
come condizione d’esercizio. Per questa ragione
è necessario un piano di assunzioni che dia stabilità
ai lavoratori nella scuola, nell’università
e nella ricerca.
Significa rinnovare un turn-over qualificato, perché
nei prossimi anni registreremo lo svuotamento delle scuole
e delle università con il massiccio pensionamento
per raggiunti limiti di età di migliaia di insegnanti
e docenti universitari; significa svecchiare università
e settori della formazione, eliminare la penuria di docenti,
particolarmente grave nell’università, incrementare
il numero di ricercatori nel nostro Paese fra i più
bassi nell’area Ocse.
Rimangono, poi, inalterate questioni che da troppo tempo
ci trasciniamo.
La formazione del personale; una retribuzione che non
lo collochi alle ultime posizioni fra le retribuzioni,
la valorizzazione della ricerca e del lavoro d’equipe.
Michael Moore in “Stupid White Men” alcuni
anni fa scriveva “Oggi come oggi gli insegnanti
sono lo stuoino preferito dei politici. A sentire (…
alcuni politici) verrebbe da pensare che tutti i guai
della nostra società siano da ricondurre a quella
manica di pigri, lassisti e incompetenti degli insegnanti.
Nella stragrande maggioranza sono educatori votati al
loro compito. Non so voi, ma io voglio che le persone
che hanno la piena attenzione di mio figlio per un numero
maggiore di ore delle mie siano trattate con grande e
partecipe cura”.
Noi siamo perfettamente d’accordo!
Conclusioni
A
partire da oggi siamo attesi ad una grande discussione
e a costruire una forte partecipazione ad un obiettivo
fondamentale per la Cgil e per la Flc Cgil: dare al Paese
un programma sulla conoscenza per il quale valga la pena
di confrontarsi, continuare a lottare, progettare il futuro.
Mentre scioperi e manifestazioni scandiscono la straordinaria
mobilitazione contro le manovre del Ministro e del Governo,
noi vogliamo dare protagonismo anche alle idee ed ai progetti.
L’ambito delle proposte che ho illustrato rappresenta
il contesto che ci porta a ribadire con convinzione la
richiesta di abrogare i provvedimenti Moratti su scuola,
università e ricerca.
E a quanti nella maggioranza di Governo ancora resistono
dal prendere coscienza che le politiche su scuola, università
e ricerca sono state sonoramente bocciate da masse enormi
di persone dedico una riflessione di William Gladstone:
“Voi non potete combattere il futuro. Il tempo è
dalla nostra parte”.
Più che una riflessione, a pensarci bene, è
una promessa. E per essa vale la pena di impegnarsi.
Per essa e per niente di meno.