Le idee

Un programma per la conoscenza

Scuola e formazione, università e ricerca:
settori fondamentali per lo sviluppo del Paese
e per la crescita personale e civile dei cittadini

Le proposte della Cgil e della
Federazione Lavoratori della Conoscenza

presentate il 19 ottobre 2004 nell’Aula Magna dell’Università
La Sapienza di Roma su cui è aperta un’ampia discussione in migliaia di appuntamenti che termineranno a fine febbraio 2005
con una Conferenza programmatica

 

 

Sapere e formazione: risorse strategiche
Guglielmo Epifani

Siamo alla conclusione di una giornata in cui abbiamo discusso il programma elaborato dalla Flc per i prossimi anni. Voglio partire da quello che ritengo il punto fondamentale per noi e per il paese, e cioè che il tema della conoscenza e quello della formazione hanno sempre più centralità nelle scelte che sono di fronte a noi.
Il salto di qualità dell’importanza che ha oggi questo tema lo possiamo misurare con un discorso semplice: se fino a qualche anno fa la conoscenza e la formazione erano un ingrediente della competitività del paese, per quanto importante; oggi la competitività corrisponde alla quota di conoscenza, di formazione e di ricerca che produce. Se fino a poco tempo fa potevamo pensare che la conoscenza e la formazione erano uno degli ingredienti della cittadinanza, esse oggi corrispondono alla cittadinanza stessa. E in più, conoscenza e formazione vogliono dire sostanzialmente costruire e difendere una libertà consapevole, perché critica, delle persone e rappresentano i nuovi termini dell’eguaglianza, soprattutto se si pensa che in una società come quella italiana la mobilità sociale dal basso verso l’alto può essere assicurata soltanto dalle risposte che possono venire su questi terreni.


Arrestare il declino del Paese

Sappiamo che cosa vuol dire investire in conoscenza e formazione per arrestare il declino del paese. Non c’è alternativa: o il paese su questo terreno è in condizione, anzitutto culturalmente, di cambiare le coordinate delle proprie azioni, sia politiche sia imprenditoriali, oppure entra in una fase lunga di declino.
Vorrei dire ai tanti che si affannano a non parlare (o non voler parlare) di declino che questo non basta ad evitare che la realtà si manifesti per quello che è. Il 2004 è l’anno che presenta la crescita mondiale più alta da 18 anni a questa parte. Neanche il 2000, che pure fu un anno molto importante, ha visto una crescita di queste dimensioni.
Ma in Italia nessuno si è accorto di questo dato, per il semplice fatto che di questa crescita l’Italia non beneficia, a differenza di tutti i paesi. E non sto parlando della mitica Asia, della Cina, del Giappone, adesso dell’India, degli Stati Uniti o del resto dell’Europa... noi siamo rimasti insieme ad altri tre paesi il fanalino di coda della crescita. Siamo nel nucleo di quei paesi che non riescono a vendere all’estero le proprie produzioni e i propri servizi. Siamo un paese che normalmente e storicamente è vissuto sulla domanda internazionale e che da qualche anno a questa parte non è più in condizioni di reggere la competitività internazionale. Se restiamo un’economia fortemente interdipendente da quella internazionale, ma privi di materie prime e con una base di consumi interni comunque limitata, questo paese non ha sviluppo.
E nonostante questa realtà, tutto conferma che quello che bisognerebbe fare non si fa. Anzi. Rispetto al ’92 e al ’93 le spese per gli investimenti e la ricerca sono precipitate invece di crescere, è diminuita la spesa pubblica e la spesa privata vanno in una sorta di corsa del gambero dove, invece di sostenersi reciprocamente a crescere, si sostengono reciprocamente a scendere. Non investono le imprese e non investe il complesso delle amministrazioni pubbliche.
L’assenza di investimenti delle imprese è particolarmente grave perché il fondamento della prima ricerca non può che venire dagli investimenti privati: se noi togliamo le primi dieci imprese italiane, quelle medio-grandi, che fanno investimenti, il resto della quota investita è assolutamente insufficiente anche a garantire la riproposizione qualitativa dei prodotti esistenti.
Non parliamo poi degli investimenti pubblici che rimangono a livelli scandalosamente bassi, intorno allo 0,50%, quindi totalmente lontani dalla spesa di altri paesi. Non c’è dubbio che quello che fa crescere paesi più avanzati di noi è il contenuto delle loro piattaforme tecnologiche. Penso ai paesi scandinavi che investono nel settore privato e pubblico qualcosa come il 6-7% del loro Pil, agli Stati Uniti, al Giappone alla Cina, tutti paesi che investono in maniera molto cospicua. Sappiamo che c’è un rapporto matematico tra quanto si investe in ricerca e quanto si cresce come paese.


Non vogliamo ipotecare il futuro

Quello che non si fa oggi non ha conseguenze solo sull’oggi, questo è il dramma. Quello che stiamo vivendo non ci spiega solo il fatto che non cresciamo, ma ci dice anche, purtroppo, quello che sarà il nostro futuro. In questo c’è l’urgenza del cambiamento. Se noi dovessimo perdere altro tempo per gli investimenti in ricerca, in conoscenza, in formazione, in tecnologia il futuro del paese diventerebbe difficilmente modificabile. E potremmo arrivare a un punto in cui ci vorrebbero quote così alte di investimenti che né le imprese, né un paese anche risanato finanziariamente, e non è il caso dell’Italia di oggi, non sarebbero in condizioni di garantire.
Sono convinto che la grande forza del movimento - che in questi anni attorno e insieme alla Cgil e alla Cgil Scuola e allo Snur ha rappresentato una delle parti più importanti dei movimenti di protesta e di lotta di questi anni e di questi giorni - consista nella convinzione diffusa al suo interno della centralità, della priorità della conoscenza da un lato, e, dall’altro, la constatazione della crescente contraddizione tra questa centralità e la situazione che si vive.
Pochi hanno notato che da quando è stata stabilita l’agenda di Lisbona, strettamente legata all’economia della conoscenza, un paese come il nostro si è allontanato da quasi tutti i parametri di riferimento che lì sono stati assunti.
Dovremmo diventare anche noi entro il 2010 l’area più competitiva al mondo in termini di qualità e di conoscenza: spiace constatare, invece, che a metà del percorso invece di avvicinarci ci stiamo allontanando dall’obiettivo. Questo significa che, nella situazione attuale, nel 2010 la distanza che avevamo 10 anni prima sarà, probabilmente, aumentata in negativo.
Il disagio che questa contraddizione crea è visibile nella scuola, nella ricerca, nell’università.
Nessuno di noi pensa che la scuola, l’università. la ricerca, la formazione, la formazione permanente siano parti separate e chiuse tra di loro; ma anche chi ha idee diverse dalle nostre credo immagini che tutto questo rappresenti un sistema, una rete, una sinergia da definire secondo principi e riferimenti certi. Se i pezzi che compongono questa rete e questo sistema sono tutti, per ragioni diverse, in sofferenza, e quindi con la tendenza a chiudersi su se stessi anziché aprirsi, il sistema non potrà funzionare, non potrà che chiudersi.


Il senso di un programma

Non c’è dubbio che oggi di fronte all’esigenza, richiamata anche dal presidente di Confindustria, di fare sistema, ci troviamo con un sistema in dissoluzione, o meglio con un antisistema che si muove in contraddizione al processo di sviluppo.
Questa situazione si può leggere anche per quanto attiene alle condizioni del lavoro e alle condizioni organizzative in termini di precarietà: nella scuola, nella ricerca, nell’università è un fenomeno in aumento, non in riduzione. Si può leggere anche nell’incertezza sul rinnovo dei contratti di lavoro che riguarda, non a caso, soprattutto alcuni settori di queste categorie dove si vive il record negativo del massimo ritardo come nella ricerca e nell’area della dirigenza scolastica.
Di fronte a questa constatazione, abbiamo fatto bene a mettere in campo un programma ed una proposta che sarà in grado di incrociare i tanti, genitori, studenti, insegnanti che sono stati al nostro fianco in questo straordinario movimento.
La legge finanziaria del governo è iniqua e sbagliata, non fa rigore e non fa sviluppo. Con la regola del 2% il governo rinuncia alla responsabilità di operare delle scelte. Questa assenza di responsabilità si nasconde dietro la neutralità di un dato. Per questo il sindacato ha messo a punto le proprie controproposte che saranno accompagnate dalla mobilitazione e dallo sciopero generale.
Questa finanziaria non differisce da quelle che l’hanno preceduta: gli investimenti pubblici sono penalizzati, di fatto raglia lo stato sociale, non aiuta i ceti più deboli.
Siamo convinti che sia necessario un alto disegno di riforma. Per questo abbiamo presentato il contributo della Cgil; siamo stati persino accusati di scarsa autonomia per la ragione che abbiamo presentato le nostre proposte alle forze politiche dell’opposizione e non al governo e alla maggioranza.
Abbiamo compiuto un gesto di responsabilità e di trasparenza. Dal 1991 noi siamo il sindacato di programma. E’ il programma che fa la differenza fra lo stare e il condividere le battaglie che riteniamo giuste, per questo lo abbiamo inviato alle forze dell’opposizione. Noi tutti i giorni presentiamo delle proposte al governo che non prova nemmeno ad ascoltarci! Il problema è che cosa intendano fare i destinatari delle nostre proposte.
Presentiamo proposte perché siamo autonomi e coerenti (non perché la nostra sia la logica del tanto peggio, tanto meglio), perché noi rappresentiamo la parte sana del paese: se le cose vanno meglio, è meglio per i lavoratori. Il guaio è che il governo le sbaglia tutte! Provasse una volta ad ascoltare i nostri suggerimenti, farebbe meno danni ai lavoratori, al paese e anche a se stesso.
Siamo consapevoli che il nostro è solo uno dei tanti contributi e infatti vogliamo misurarci anche con gli altri, sapendo che la politica è anche mediazione e compromesso. Ma non possiamo tacere se riteniamo che una politica o una scelta siano dannose per il paese e i lavoratori. Come, ad esempio la Legge 53 sulla scuola e gli altri provvedimenti del Ministro Moratti sull’università e la ricerca. Tutti provvedimenti di cui chiediamo l’abrogazione, come ho avuto modo di dire in diverse occasioni e concludendo la manifestazione nazionale dei sindacati confederali della scuola del novembre 2003.


Il nostro senso di responsabilità

Abbiamo il dovere di essere chiari nel rapporto che ci lega alle persone che rappresentiamo.
Questa chiarezza oggi è il tratto distintivo che milioni di persone hanno nel segnare un tratto discontinuità. Quando parliamo di abrogare leggi sbagliate, noi sappiamo che quel vuoto va riempito da un altro pieno, che assomigli molto a ciò per cui ci siamo battuti. Questo sarà un progetto di cambiamento diverso, che avrà la credibilità di segnare una fase di cambiamento.
Ma dobbiamo anche sapere che dovremo misurarci con un progetto di ricostruzione, dopo tutti i disastri compiuti da questo governo, che vorrà dire anche fatica e sacrifici.
Allora la chiarezza e la forza del nostro messaggio, della nostra identità faranno sì che la ricostruzione a cui tutti saremo chiamati non sia calata dall’alto, ma partecipata

 

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