OltrePOF
Tra scienze e lettere
"tutte" le culture

Giorgio Bini


Nel 1959 un signore britannico di nome Charles Percy Snow, scienziato e scrittore, pubblicò un libro intitolato The two cultures; ne propose una expanded version nel 1963, e nel 1964 Feltrinelli pubblicò Le due culture, con prefazione di Ludovico Geymonat, che ad altre benemerenze - quella soprattutto d'aver contribuito in modo decisivo a far conoscere in Italia la filosofia neopositivista - aggiungeva l’appartenenza alle due culture, umanistica e scientifica essendo anche per formazione accademica matematico e filosofo.
Sul tema delle due culture sono tornati l’anno scorso Carlo Bernardini, fisico con interessi nell’“altra cultura”, e Tullio De Mauro nel libretto a quattro mani Contare e raccontare. Dialogo sulle due culture, Roma, Bari, Laterza, 2003, ben fatto e davvero raccomandabile.
Snow polemizzava coi letterati e i fisici del suo ambiente - quello delle due grandi università britanniche - che non facevano, diceva, neppure lo sforzo per comprendersi fra loro. De Mauro e Bernardini, quaranta e più anni dopo, constatavano che le “due” culture continuavano a non conoscersi e a non comunicare.
Chi ha tempo e voglia d’informarsi sui termini della questione dovrebbe leggere il libretto di De Mauro e Bernardini; se poi è uno/a che studia non sarebbe male cher cercasse Snow in qualche biblioteca.
E noi che possiamo fare? Intanto, rammentare alcuni dati e fatti che riguardano, al solito, anche la scuola. E chissà che altro, se ne fossimo capaci.


Le culture non sono solo due

Alcune sono scientifiche (De Mauro ne fa un gustoso elenco nella sua parte di libretto); fra queste le scienze dell’educazione. Altre no, come la Pedagogia, che ha compiti importantissimi come quello non scientifico di additare alla scuola e al processo educativo più generale fini e valori, che dipendono dalla volontà, da scelte “politiche” e non sono e non pretendono affatto di essere dimostrati. Per esempio: la sociologia dell’educazione ci descrive, servendosi di strumenti matematici, i processi attraverso i quali avviene la selezione degli alunni e delle alunne: se lavora bene, è scienza; la decisione di non bocciare, come proponevano don Milani e i suoi alunni, non è scientifica, è pedagogica e politica (lo è anche quella di fingere di riformare la scuola e invece perdersi in chiacchiere devianti proprio per lasciarla com’è. Tanto, a che serve?) .
Mentre Snow si preoccupava quasi esclusivamente di cultura letteraria e di fisica, noi dobbiamo tener presenti un numero davvero grande di scienze, e contemporaneamente “riabilitare” la letteratura, le arti, la musica, che anch’esse costituiscono il nostro mondo di gente moderna e ci aiutano a costruire simboli, linguaggi, riflessioni sulla vita e l’esperienza. Dobbiamo “riabilitare” anche la religione? Sissignore, e anche la non-religione di noi poveracci che hypotheses non fingimus e tuttavia a qualcosa pretendiamo di servire.
Per venire alle scienze, più o meno epistemologicamente forti: ci aiutano a descrivere e comprendere il mondo, insieme con le scienze tradizionali - matematica,chimica, fisica - la sociologia, l’antropologia, la psicologia nelle sue varie branche, la storia, le scienze del linguaggio e così via. Questi sarebbero appunto gli elementi della cultura che occorerebbe unificare.


E' bene che "la cultura" possa giovarsi dell'unità delle culture?

Verrebbe da rispondere di sì: è il desiderio di dare unità alle varie voci che concorrono a formare una concezione del mondo, che è pur sempre uno, anche se può essere visto, detto, giudicato con vari strumenti concettuali, linguistici, metodologici. Questi, va da sé, quando vengono studiati iuxta propria principia e nelle sedi a ciò preposte, prima di tutto le sedi accademiche, vanno verso la specializzazione, e guai se non fosse così. Ma la specializzazione, l’approfondimento è il contrario dell’unità.


Il luogo dove le culture possono unirsi...

...O almeno comprendersi, è la scuola. Alcune di queste discipline, e le materie scolastiche che vi corrispondono, nella scuola preuniversitaria, per chi la percorre tutta fino al diploma, si studiano addirittura per tredici anni, come la matematica; possibile che non si riesca a impararne tanta da capire “come funziona”? Possibile che ancora oggi intere branche del sapere non vengano apprese per mancanza di motivazione, per difficoltà nell’apprendimento, per la consapevolezza, forse, che quasi nulla di quello che s’impara a scuola serve per essere utilizzato nel lavoro, e tanto meno per fare quattrini che mai come oggi è stato presentato, propagandato, esaltato come valore superiore a tutti gli altri? In una visione ideale moderata, aliena da eccessivi entusiasmi pedagogici, sembrerebbe di dover dire che entro l'adolescenza, se si studia con interesse e senso di reponsabilità, si dovrebbe essere in grado di comprendere “come si usa” la lingua nazionale per comunicare, per esprimersi e per pensare; di adoperare una lingua straniera per comunicare e per riflettere su altre civiltà; di comprendere e usare sia pure ad un livello embrionale i linguaggi delle scienze, alcune loro strutture metodologiche, gli atteggiamenti che assume chi le studia e le pratica: lo storico, lo scienziato teorico, lo sperimentatore, l'epistemologo il filosofo, il letterato etc.
In defintiva questo sarebbe, a ben vedere, il leggere, scrivere, far di conto nel suo sviluppo dall'istruzione di base ai gradi successivi: l’apprendimento dei linguaggi e dei fondamenti delle culture e della comune cultura che può derivarne. Il guaio è che sarebbe uno studio disinteressato, comune in qualche sua parte a tutti i cittadini e le cittadine in quanto cittadini, cittadine e persone, prima che il loro “destino” sociale sia codificato, perché la comune cultura li aiuti a comprendersi e a dialogare.
Se qualcuno pensasse che è un ideale astratto, gli si potrebbe rispondere che era l’ideale che animava trent’anni fa tutte o quasi le forze della politica e della cultura non solo italiane, quando tutte insieme cercavano di costruire una scuola secondaria adeguata a esigenze culturali comuni e ai bisogni d’una società avanzata. Certo, oggi più o meno tutti pensano ad un altro uso della scuola.
I risultati sono sotto i nostri occhi.

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