Una
riflessione in tre tempi
Patria, eroi e tricolore
Pensieri e considerazioni durante la cerimonia per le vittime
di Nassiriya. Il significato di eroismo e di sentimento
nazionale. Il terribile senso di vuoto di idee e di valori
Belfagor
Mentre
guardo i funerali di Stato per i 19 morti di Nassiriya,
dopo l’omelia, le benedizioni, gli squilli di tromba,
la marcia funebre che accompagna i feretri lungo le scale
della basilica, con la suggestione di quel tricolore che
sventola… mi chiedo che cosa sia questa patria che
sembra tornare, che pare abbia dormito per anni in tanta
gente e che a un certo punto sembra essere riemersa sull’onda
di un'emozione forte, quando nessuno se lo aspettava; e
penso a cosa sia l’eroismo, questa strana virtù
che viene esaltata soprattutto post mortem e che viene perlopiù
ignorata in vita; mi domando perché carabinieri e
militari in genere riescono a rappresentare tutto ciò
in modo così peculiare e inimitabile; sarà
grazie al cerimoniale sapiente, amplificato ora dalla diretta
televisiva, che rende lo schermo uguale alla piazza? Lo
so che il cerimoniale non basta, ma sicuramente aiuta moltissimo
quando si voglia trasformare un dolore personale in dolore
collettivo... Ma capisco anche che qui c’è
qualcosa di più e che il cerimoniale, per quanto
suggestivo, da solo non sarebbe bastato a raccogliere mezzo
milione di persone. Non era solo effetto del cerimoniale
l’onda di commozione che accompagnò, stazione
dopo stazione, il treno col feretro del Milite Ignoto in
quei lontani giorni della prima guerra mondiale…
Dietro i cerimoniali
Un
conduttore durante la diretta tv parla, non a caso, di una
data che “entrerà nei libri di storia”,
e allora non posso non pensare alla scuola, luogo deputato,
ahimè, all'insegnamento della storia. Ma non penso
ora al ruolo educativo che essa, volente o nolente, gioca
nel definire l’eroismo e, soprattutto, nell’utilizzarlo,
o nel definire ciò che è terrorismo e ciò
che diventa patriottismo con il mutare dei regimi o dei
governi. Penso alla scuola in altri termini. Alla scuola
in relazione allo Stato. E mi chiedo perché quando
muore un insegnante non ci sono funerali di Stato né
riconoscimenti d'altro genere.
Sarà per le analogie suggerite dall’ondata
di emozione, ma mi viene di pensare alla maestra morta sotto
le macerie della scuola di Stato crollata in Molise; non
so se il suo feretro sia stato avvolto nel tricolore, se
per la sua famiglia qualcuno abbia detto che “si sarebbe
fatto tutto quello che si doveva fare”; ma penso che
la sua morte non abbia – non dovrebbe avere - un significato
diverso al fine di creare un sentimento nazionale, fondato
su un un'idea positiva di Stato. Roba da De Amicis? Non
credo. Non è la retorica patriottarda né lo
Stato etico che mi interessano.
Ma se penso che da anni la TV è piena di fiction
su carabinieri e preti, ai quali viene affidato un implicito
compito educativo, mentre quando si parla di scuola prevale
il bozzettismo e peggio (v. la vecchia serie “Compagni
di scuola” e la nuova “Compagni di squola”),
non mi posso sentire tranquillo: che idea di stato stiamo
costruendo? Che valori fondano realmente il nostro stare
assieme? Che cosa è lo Stato e la "Patria",
tanto cara a Ciampi, se si lascia che questi concetti si
leghino solo alla dimensione dominata dall’uniforme?
“servitori dello stato”, per lo Stato uccisi,
o morti, ce ne sono dappertutto… Ma bisognerà
intendersi fino in fondo su che cosa sia questo Stato.
L’idea di uno stato che “dona” medaglie
e “condona” abusi non mi entusiasma; ma io posso
avere in mente altri modelli - quello di uno stato laico,
ad esempio, fondato sul senso civico, sulla solidarietà,
fatto di magistratura, scuola, sanità, sicurezza,
esercito - che mi consentono di essere critico nei confronti
di un'idea liberal-liberista di stato, che riduce tutto
alla sicurezza e che è corretta solo da un melenso
sentimento di carità. Il problema vero è che
questo rischia di essere l’unico modello che viene
offerto ai giovani. E uno Stato che si commuove solo quando
commemora i suoi caduti è comunque uno stato povero,
debole ed è esposto a rischi. La retorica è
solo il minore dei quali.
Gli italiani e la guerra
Ha
scritto André Glucksmann in una “Lettera agli
italiani” apparsa su un quotidiano che la guerra è
estranea alla nostra cultura e che il nostro sentimento
nazionale, così come si è manifestato in occasione
della tragedia di Nassirya, sembra qualcosa di nuovo di
cui dovremmo andare fieri (cfr. Corriere della sera del
19 nov. 2003). Non so se avesse ragione.
Ma penso che dovremmo riflettere su questo “sentimento
nazionale” di cui tanti tornano a parlare "con
orgoglio", e dare ad esso dei contenuti più
precisi per evitare che certe manifestazioni di identità
nazionale finiscano con l’essere legate a un passato
che non dovrebbe essere riproposto. L’estraneità
alla guerra delle nostre popolazioni è di vecchia
data: Glucksmann ricordava le guerre del periodo rinascimentale,
quella specie di guerre da tavolino o simulate che venivano
combattute da professionisti che badavano più al
soldo che a chi glielo forniva e che lasciavano indifferenti
le popolazioni, salvo che per le sofferenze patite. Ma non
tanto diversamente fu nelle guerre successive: il popolo
rimase estraneo all’idea di guerra, anche durante
il processo risorgimentale; finché la prima guerra
mondiale non lo gettò nelle trincee e il fascismo
non lo spedì a morire in terre sconosciute, costringendolo
a fare i conti con un’idea di nazione e un concetto
di nazionalismo che gli erano stati imposti dalla dittatura
e che lo costrinsero a una vera e propria guerra civile
per liberarsene. La Repubblica che sorse da quelle rovine
riprese quell’antica, profonda estraneità,
e la coniugò con una concezione della politica e
dei rapporti tra gli Stati in cui non c’era più
spazio per l’idea stessa di guerra, che aveva conosciuto
nel giro di pochi decenni non solo i campi di sterminio,
ma anche la bomba atomica: “L’Italia ripudia
la guerra come mezzo di offesa agli altri popoli e come
strumento di risoluzione delle controversie internazionali”,
fu scritto allora nella Costituzione del nuovo Stato italiano.
Mai prima l’estraneità del popolo italiano
all’idea stessa di guerra era stata sancita con tale
semplicità e determinazione: paese reale e paese
legale hanno trovato in quell’articolo il punto di
contatto più forte.
Nessuno - o solo pochi - in questi ultimi cinquant’anni
ha sentito nostalgia per una diversa idea di stato, di nazione,
e men che meno di nazionalismo; e nessuno, proprio nessuno,
ha mai concepito l’esercito come uno strumento per
risolvere conflitti di sorta: si può dire, anzi,
che il vero servizio civile sia stato rappresentato dall’esercito
di popolo che c'era nella “prima repubblica”.
Cosa succede ora? Da dove vengono fuori quelle bandiere
che non hanno mai avuto il significato di un patriottismo
nazionalistico popolare?
Beati coloro che non hanno bisogno di eroi, è stato
detto, che sanno trovare esempi senza dover ricorrere alle
cosiddette virtù eroiche, che poi sono le stesse
richieste per i processi di beatificazione… ma quanto
è difficile! Penso a quanti, giovani o meno, hanno
identificato quella bandiera con uno striscione da tifoseria
e sono stati abituati a gridare “forza italia”,
fino a ritrovarsi quell’invocazione trasformata in
partito politico.
Senso di appartenenza e senso civico
Ma
è vero. Il senso di appartenenza e l'idea di Stato
si costruisce anche con le cerimonie. E allora penso che
nella mia scuola, in uno scantinato, sono ancora ammucchiati
malamente i duemila volumi che un professore ha lasciato
“in eredità” all’istituto in cui
aveva insegnato, come ultimo atto prima di morire. Poveri
libri: non sono stati neanche catalogati. Che altro senso
dello stato, che altro senso di res publica si può
costruire se non si dà un nome e un volto al senso
civico?
E’ anche da questo vuoto, forse, che riemerge il tricolore;
è questo vuoto che esso avvolge o tenta di colmare.
Ed è responsabilità di tutti evitare che venga
collegato, per ignoranza o malafede, a quel vecchio concetto
di nazione, superato dalla storia ma mai sconfitto in modo
definitivo, per dargli un significato di solidarietà,
di vicinanza e di assunzione di responsabilità collettiva
di fronte ai problemi drammatici dell’oggi. Il terrorismo
innanzitutto, nelle forme incomprensibili che ha assunto
dall'11 settembre in poi, ma non solo: penso alle scorie
nucleari destinate alla Basilicata, che non saranno certo
avvolte in un tricolore…
Ma perché quella bandiera rappresenti l’Italia
che non ha mai capito a cosa servisse veramente la guerra
bisognerà pure che riprenda vigore un pensiero e
una cultura della pace fatta di nomi, eventi, concetti ma
anche di strumenti concreti per la risoluzione dei conflitti:
“si vis pacem para pacem”. La pace s'impara,
si cominciò a dire già negli anni 80. Ma dove
e come? E chi la insegna?
Ripenso
ancora alla giornata strana che ha vissuto la mia scuola.
Il minuto di silenzio colmo di commozione visto e rivisto
in TV… da noi non c’è stato, nonostante
le buone intenzioni e nonostante gli sforzi di chi ha regalato
a destra e a manca le bandiere tricolori: è mancata
l’acqua e la coazione a fuggire dalla scuola è
stata più forte e alla fine ha prevalso. Gli studenti
se ne sono andati, dimenticando la cerimonia. Seguiti dai
professori, non meno dimentichi di loro…
E la mattinata è finita con le bandiere a passeggio
e con un grande vuoto in testa, che lo stato-scuola non
è riuscito a riempire.
Frasette
uno Stato che si commuove solo quando commemora i suoi caduti
è uno stato povero, debole ed esposto a rischi. La
retorica è solo il minore dei quali
L’idea
di uno stato che “dona” medaglie e “condona”
abusi non mi entusiasma; ma io posso avere in mente altri
modelli - quello di uno stato laico, ad esempio, fondato
sul senso civico, sulla solidarietà, fatto di magistratura,
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