La
notizia
La trappola del superbonus
L'uovo e la gallina
Vito Meloni
Il
6 ottobre scorso, simbolicamente nello stesso giorno in
cui entrava in vigore la legge delega sul sistema previdenziale,
è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il
decreto attuativo sugli incentivi al posticipo del pensionamento
per coloro che hanno maturato il diritto alla pensione
d’anzianità.
La scelta di cominciare, tra le tante deleghe, da quella
sull’incentivo, enfaticamente definito dal ministro
Maroni “superbonus”, la dice lunga su quanto
il governo abbia investito su questo aspetto della legge.
Altrettanto significativa la fretta nel rendere operativo
il decreto, al punto da scontare problemi nella modulistica,
già corretta una volta, e nell’applicazione,
non ancora chiarita, ad alcune particolari casistiche.
L’intenzione è evidente: acquisire in breve
tempo un numero elevato di adesioni affidandosi alla forza
di attrazione di un consistente aumento in busta paga
piuttosto che offrire ai potenziali interessati tutti
gli elementi per poter esercitare una scelta consapevole.
Sullo sfondo, neanche troppo in ombra, la vera posta in
gioco, lo smantellamento del sistema previdenziale pubblico.
E poiché per questo fine la decontribuzione è
uno degli strumenti più potenti, niente di meglio,
nella loro logica, che cominciare a sperimentarla, per
di più, in questo caso, con la “complicità”
dei lavoratori.
È bene, allora, provare a diradare il fumo propagandistico
chiarendo la reale natura di questo nuovo istituto.
Prima osservazione: se il bonus, come dice il governo,
è una grande opportunità, come mai ne sono
esclusi i dipendenti pubblici?
L’esclusione dei dipendenti pubblici
Per
essi, infatti, è prevista una successiva eventuale
applicazione “in quanto compatibile” tenendo
conto “della specificità dei singoli settori
e dell’interesse pubblico connesso all’organizzazione
del lavoro e all’esigenza di efficienza dell’apparato
amministrativo pubblico”. Un lungo giro di parole
per dire, sostanzialmente, che di applicazione ai pubblici
dipendenti non se ne parla. Qualcuno ha interpretato questa
esclusione come il frutto della filosofia leghista che
contrappone all’immagine operosa dei lavoratori
privati, ovviamente del nord, quella dei pubblici parassiti
e scansafatiche, degni perciò delle peggiori punizioni.
Le cose non stanno così, a farci capire la vera
ragione di questa scelta è lo stesso meccanismo
di funzionamento del bonus. La legge prevede che per il
periodo 2004-2007 ad un lavoratore che accetti il bonus
rinunciando alla pensione d’anzianità e restando
in servizio, venga “congelata” la pensione
maturata e gli venga dato in busta paga l’ammontare
dei contributi previdenziali, sia quelli che avrebbe dovuto
versare direttamente, sia quelli che avrebbe versato per
lui il datore di lavoro. In totale fa il 32,7 % della
retribuzione lorda: un bel gruzzoletto, non c’è
che dire. Tanto più che, per via dei meccanismi
di esenzione fiscale, la somma corrisponde ad una percentuale
ancora più alta, fino al 50%, se rapportata allo
stipendio netto. Nel privato, per il datore di lavoro
l’operazione è a costo zero, cambia solo
il destinatario del contributo che deve versare. L’amministrazione
pubblica non è coinvolta, se non per le conseguenze
disastrose sulle casse dell’Inps; ma questa, come
sappiamo, è l’ultima delle preoccupazioni
di questo governo.
Tutt’altra cosa, invece, se si dovesse trattare
di pubblici dipendenti. In questo caso l’amministrazione
pubblica è essa stessa datore di lavoro. Il Tesoro
dovrebbe quindi metter mano alla borsa e versare sulle
buste paga dei dipendenti che amministra la contribuzione
altrimenti destinata all’Inpdap, l’ente previdenziale
dei pubblici dipendenti. Il conto sarebbe pari solo in
apparenza. Detta un po’ grossolanamente, poiché
l’accreditamento dei contributi all’Inpdap
avviene su un conto presso il Tesoro, il versamento è
sostanzialmente virtuale, mentre l’uscita effettiva
avviene al momento del pensionamento del lavoratore. Siamo,
dunque, di fronte ad un differimento di spesa che determina
la disponibilità nelle casse dello Stato di maggiore
liquidità; liquidità che verrebbe meno se
si estendesse ai pubblici dipendenti la possibilità
di usufruire del “bonus”, con immediati rischi
di tracollo finanziario. Ecco perché, per questi
lavoratori, valgono i versi di una nota canzone: Vengo
anch’io? No, tu no!
È vera convenienza?
Seconda
osservazione: siamo sicuri che il bonus, per il lavoratore,
sia conveniente?
L’impatto psicologico di questa novità è
di grande effetto. Siamo di fronte al rovesciamento del
vecchio adagio dell’uovo e della gallina. È
come se ci chiedessero: preferisci la gallina subito o
un uovo al mese per i prossimi anni? Tra l’altro,
come ha gentilmente spiegato il Cavaliere in persona,
la gallina è talmente grassa che puoi fare a meno
di mangiarla tutta subito, una parte la puoi investire
per garantirti anche l’ovetto nei prossimi anni.
Magari, penserà qualche maligno, rivolgendosi ad
una delle benemerite compagnie private che rendono onore
alle capacità imprenditoriali del nostro presidente
del consiglio.
Tuttavia, per stabilire se un beneficio attuale, che però
incide sulla condizione economica futura, sia conveniente
o no, la percezione immediata si rivela inutile. Serve
invece un calcolo rigoroso che confronti retribuzione
e pensione nelle due ipotesi di mantenimento in servizio,
con o senza bonus. Operazione che, ovviamente, deve essere
fatta in termini attuariali ed in rapporto ai parametri
economici che presiedono alla dinamica delle retribuzioni
reali (andamento inflattivo, crescita delle retribuzioni,
rapporto retribuzione/pensione, prelievo fiscale, ecc.).
Se si segue questo metodo si può vedere che accettando
il bonus ci si rimette quasi sempre. Tutti gli studi di
economisti indipendenti dimostrano perdite fino al 40%
in proporzione alla retribuzione annua in godimento in
caso di basso reddito mentre, al contrario, concordano
sulla convenienza del bonus per i redditi alti. Altro
che grande opportunità, l’incentivo è
solo un bluff spregiudicato che conferma la propensione
di questo governo ad agire come un Robin Hood alla rovescia.
Un altro elemento, finora trascurato nelle analisi, su
cui vale la pena riflettere, è quello relativo
agli effetti del passaggio dal reddito da lavoro attivo
alla rendita da pensione. Poiché nella maggior
parte dei casi la pensione è più bassa dell’ultimo
stipendio percepito, il pensionamento comporta ripensamenti
più o meno consistenti del proprio stile di vita
in rapporto alla capacità di spesa. E’ un
fenomeno normale, con il quale tutti sanno di dover fare
i conti, che però il meccanismo del bonus esaspera
in modo insopportabile. Provate ad immaginare come ci
si sentirà quando, dopo aver goduto per alcuni
anni di un improvviso relativo benessere, si sarà
costretti a ritornare bruscamente ad una condizione economica
ancora più arretrata di quella che si aveva prima
di ricevere il beneficio. Né vale l’avvertenza
di essere “previdenti” dal momento che sono
proprio i comportamenti “imprevidenti” che
la legge vuole incentivare.
Come si vede ci sono molte buone ragioni per dire che
quella di accettare l’incentivo sarebbe una scelta
avventata.
Il rischio, tuttavia, è che sulla decisione dei
lavoratori incidano di più i soldi in busta paga
che non complicati confronti, per i quali servono competenze
specialistiche di un certo livello, tra i benefici immediati
del bonus e quelli futuri - e, soprattutto, permanenti
- garantiti da una pensione più alta. Se si vuole
evitare che i lavoratori cadano nella trappola, occorre
dunque che la mobilitazione contro la politica previdenziale
del governo sia accompagnata da una puntuale campagna
di informazione.