Politica
scolastica e culturale
I giovani, la droga, la scuola
Se fumi ti denuncio
Armando Catalano
Di recente, un centinaio fra dirigenti scolastici, docenti
ed esperti si sono trovati insieme a Milano a discutere,
dietro sollecitazione di Proteo Fare Sapere e della FLC
Cgil della Lombardia, su droga a scuola e sul complesso
nodo di problemi che si aggrovigliano quando ci si avvicina
a questi temi. Il cuore del confronto è stato:
cosa fare, oggi, a scuola soprattutto, di fronte al fenomeno
dell’assunzione di sostanze stupefacenti da parte
dei ragazzi? Facile domandarselo, maledettamente difficile
rispondere. Ci si sente tutti insufficienti. Ma nessuno
si sente di ignorare il problema: ed è già,
crediamo, una buona cosa ed un buon punto di partenza.
Quello che tutti hanno escluso è che la questione
possa essere affrontata con la repressione o con mezzi
di polizia e giudiziari. Ed è quanto si rischia
se si lascia correre, come fatto ordinario, che un Dirigente
Scolastico - questo è avvenuto nella provincia
milanese - possa essere condannato per favoreggiamento
di spaccio e consumo di sostanze stupefacenti per non
aver portato la denuncia alla polizia di fronte a segnalazione
di questo o quell’operatore scolastico. La reazione
del Dirigente era stata invece l’avvio di una iniziativa
a tutto campo in termini educativi: dibattiti, confronti,
esperti a scuola.
Le mille e una strada che portano alla droga
Noi
partiamo da un assunto: il fenomeno è vasto e sotterraneo,
non merita indulgenza, va affrontato con tutti gli strumenti
messi a disposizione dalle leggi, la scuola interviene
con i propri specifici mezzi, che poi sono quelli della
sua “missione”, l’istruzione e la formazione
del cittadino.
A questa conclusione ci conduce anche il senso del dibattito
milanese. Occorre conoscere le ragioni del fenomeno, conoscere
le novità verificatesi in questi ultimi anni, la
diversa “mentalità” giovanile attuale
rispetto a quella di soli pochi anni fa, e da qui elaborare
e praticare un approccio “adeguato”. E’
quanto ci è sembrato contenere l’intervento
di Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e docente di
Psicologia dinamica dell’Università di Milano,
che conduce, accanto agli impegni accademici di ordinario,
anche ricerca e intervento sul campo.
L’analisi offerta è particolarmente significativa
e tale da farci porre la problematica “droga-giovani”
su basi nuove, anche se non scompaiono interrogativi e
questioni che hanno bisogno di approfondimento e confronto.
L’assunzione di sostanze stupefacenti, è
questa l’analisi del docente, non ha più
la sua origine nel disagio sociale o nel contrasto e nella
contestazione generazionale: se ciò poteva essere
vero in passato, oggi non lo è più. E’
invece fenomeno che nasce dall’interno stesso del
mondo giovanile e ha a che fare, essendo fenomeno che
attraversa l’universo dei giovani al di là
delle condizioni di classe e familiari, più con
la ricerca “del sentirsi bene nel gruppo”,
come ricerca dell’esserci e della diversità,
che non con la contestazione del mondo adulto e con la
fuga dalla insopportabile realtà. In questa condizione
a nulla valgono i richiami alla responsabilità,
oppure il ricorso alla leva del senso di colpa o della
paura. La responsabilità non è richiesta
per un fatto che viene percepito come atto che non fa
male ad alcuno. E del resto la generazione attuale non
viene, non è stata cioè educata nella fase
infantile o preadolescenziale, dalla paura di qualcosa
(il lupo cattivo) o dal senso di colpa nei confronti dei
genitori. E’ vano puntare su tutto ciò. E’,
allora, più produttivo puntare sul benessere e
sull’autonomia della persona e sul senso di responsabilità,
da recuperare più sul piano sociale che su quello
individuale.
Le possibili alternative alla droga
Il
mondo adulto deve presentare la cosa in altri termini:
l’assunzione di droga è nociva alla mente
e al corpo, annulla per qualche tempo della giornata la
propria autonomia, ha come risultato sul piano sociale
solo quello di ingrassare una umanità di delinquenti
(organizzatori e spacciatori) che godono del frutto del
malessere e spesso della morte di una gran quantità
di esseri umani.
Oggi il mondo giovanile è particolarmente sensibile
al benessere individuale: è bene sottolineare molto
gli effetti velenosi nel sangue e nella mente delle droghe.
I giovani, inoltre, sono alla continua ricerca della propria
autonomia non solo nei confronti del mondo adulto ma anche
come controllo di se stessi, del proprio tempo e della
propria giornata: sottolineare che per una parte della
propria giornata la droga limita ed esclude il controllo
di se stessi è argomento efficace che può
far breccia nell’ambito del dialogo intergenerazionale.
Infine, la riflessione che il consumo di droga ha aspetti
antisociali in quanto causa dell’incremento della
criminalità e della insicurezza dei cittadini può
sollecitare comportamenti più positivi e distaccati
rispetto al fenomeno. Ma per fare questi discorsi la scuola
deve preparare i suoi operatori agendo necessariamente
come educatori e non come repressori. Anzi, il canale
di comunicazione che su questo terreno si stabilisce fra
ragazzi e adulti (docenti, dirigenti) rischia di interrompersi
bruscamente ed avere effetti controproducenti, se la risposta
degli operatori scolastici è, non diciamo quello
della denuncia alle forze dell’ordine, ma addirittura
quello di ricorrere al coinvolgimento della famiglia o
degli specialisti. La confidenza, l’apertura che
il giovane fa al docente o al preside vanno gestiti in
proprio, consolidando il canale di comunicazione che si
è aperto per approfondire la tematica e sviluppare
il discorso nei termini detti sopra (la responsabilità
sociale, il benessere del corpo e della mente, l’autonomia).
Per far ciò è necessaria una nuova preparazione
degli operatori scolastici che, aggiornandosi sul tema,
dia strumenti adeguati e autonomi, soprattutto efficaci,
perché gestiti da personale di prestigio quale
quello scolastico, in assoluto il più importante
insieme con la famiglia per il giovane di oggi.
Certo, nascono molti interrogativi, non tanto sull’analisi
del fenomeno che andrebbe conosciuta e approfondita nell’ambito
del personale scolastico, quanto sulla praticabilità
di una proposta che “tagli fuori” la famiglia
dal dialogo che si apre fra giovani e docenti.
Se siamo sempre più convinti che tali manifestazioni
giovanili nell’ambito scolastico non possono che
essere affrontati con gli strumenti della cultura e del
dialogo, tenendo lontana qualsiasi ipotesi di intervento
poliziesco-repressivo-giudiziario, più difficile
appare la mancata cooperazione con la famiglia. Vi sono
risvolti educativi importanti impliciti in un passo del
genere e occorrerebbe agire, allora, nell’ambito
di una sorta di “protocollo” scuola-famiglia
che contempli anche comportamenti del genere. E’
una strada possibile? Non chiamare in causa subito lo
specialista (lo psicologo) di fronte al problema può
essere accettato: è una sfida che il giovane rivolge
alla scuola e la chiamata in causa di un soggetto terzo
e altro, rispetto al dialogo che si è aperto, può
essere vissuto come una confessione di insufficienza che
non viene accolta bene dal giovane. Più complicato
appare il discorso sulla famiglia da non coinvolgere.
Si comprende, infatti, come sia grande e positivo un confronto
fra generazioni su di un terreno delicato e ricco di potenzialità
educative e sociali a rischio di saltare per un “rinvio”
alla famiglia. Ma leggi, ruolo dei genitori, senso comune
rendono difficile una ipotesi del genere. A meno che,
come si accennava sopra, non si trovi una strada. La strada
del patto preventivo, del protocollo di comportamento
fra scuola e famiglia. E’ percorribile su una tematica
del genere?
Se la scuola lascia il posto alla polizia
Se
ne potrebbe discutere. Anzi, se ne deve discutere. Se
non vogliamo abbandonare la questione in mano alla polizia
e ai giudici. Se non vogliamo attendere inerti l’arrivo
della Legge annunciata dal Vicepresidente del Consiglio
che ha al centro la repressione chiamata prevenzione.
Col risultato, però, che a farne le spese saranno
innanzitutto i ragazzi, e poi i Dirigenti scolastici perennemente
spinti, ad ogni stormir di fronda (denuncia anonima, segnalazione
generica, sentito dire), a ricorrere alla magistratura
per non vedersi sospendere dal servizio ed essere condannati
dal Giudice.
Il dibattito è aperto.