La
sperimentazione Moratti nelle scuole d'infanzia ed elementari
Prove
tecniche di controriforma
Fabrizio
Dacrema
Il
fiore all'occhiello del nostro sistema
scolastico, la scuola di base, smantellata
dalla legge delega.
Le conseguenze del maestro unico su alunni e insegnanti
La
sperimentazione comunque non è partita bene. Ricordiamo
bene l'incredulità con cui è stato accolto, a fine luglio
2002, l'annuncio di una sperimentazione nella scuola dell'infanzia
e nella scuola elementare a partire dal settembre successivo.
Incredulità ancor più grande dopo la clamorosa bocciatura
del Consiglio dei Ministri ai primi di agosto (non c'è una
"lira" sentenzia Tremonti) e dopo l'unanime parere negativo
del Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione (non ci
sono le condizioni di fattibilità temporali, organizzative,
finanziarie per una sperimentazione che sia tale).
Il Ministro tira dritto, anche se il governo le ha concesso
di sperimentare solo in 250 scuole, mentre la richiesta
era per il 20% delle scuole. A fine agosto, quando nessun
insegnante è a scuola, il Ministro annuncia trionfalmente
una valanga di adesioni alla sua sperimentazione, ma la
valanga si scioglierà proprio come neve al sole alla prova
del voto dei Collegi docenti: le scuole statali che hanno
aderito sono solo 173, per arrivare a 250 si è dovuto ricorrere
alle scuole paritarie in misura maggiore del previsto.
Le scuole, infatti, chiedevano ben altro tipo di sperimentazione,
ad esempio quella prevista dal Dm 91/2001 per la generalizzazione
di nuovi modelli organizzativi nella scuola dell'infanzia
oppure sul curricolo verticale, in particolare negli istituti
comprensivi. Queste iniziative sono state bloccate, perché
la volontà del governo è di imporre alla scuola reale un
altro modello di scuola dell'infanzia e di scuola elementare,
introducendo l'anticipo e il ritorno al maestro unico responsabile
della classe.
Le scuole, pur in regime di autonomia, non stanno andando
in quella direzione. Ecco perché il Ministro vuole che la
sperimentazione vada avanti comunque, per poter "vendere"
l'immagine di una sperimentazione che esiste, va bene, ha
successo e quindi la legge può essere approvata, visto che
ad opporsi sono soltanto quei prevenuti della Cgil Scuola.
La sperimentazione finta
In realtà la sperimentazione esplicita il disegno del governo
di modificare sostanzialmente due identità scolastiche forti
e innovative. Per dimostrare la necessità di modificarle
strutturalmente con l'introduzione dell'anticipo e del maestro
cosiddetto "tutor", una sperimentazione avviata dall'alto
dovrebbe almeno avere una grande attenzione alle condizioni
di realizzazione, alla scelta di un campione significativo,
alla possibilità di mettere a confronto modelli diversi
(es. coppia docente, gruppo corresponsabile, maestro tutor).
Invece, nulla di tutto questo. I criteri con cui sono state
individuate le scuole sperimentali sono del tutto casuali,
la discriminante principale è che possiedano già le condizioni
per poter sperimentare, visto che di risorse a disposizione
non ce ne sono. La sperimentazione a metà novembre, di fatto,
non era ancora partita (solo allora viene reso noto l'elenco
delle scuole aderenti) e solo allora viene avviato il piano
di formazione per gli insegnanti, i quali, nella stragrande
maggioranza dei casi, non hanno neanche letto i documenti
curricolari di riferimento della sperimentazione (indicazioni
nazionali e raccomandazioni). Sembra proprio che i risultati
non interessino, ciò che conta è l'effetto mediatico, che
arriva, infatti, anche prima del previsto. Già prima di
Natale due importanti quotidiani nazionali (uno di questi
è "Il Giornale") danno l'annuncio: la sperimentazione Moratti
è promossa. Piace ai bambini, agli insegnanti, alle famiglie.
Piace a tutti. Peccato che i dati su cui si fonda il trionfo
sono alquanto deboli, provengono da tre scuole statali e
cinque paritarie, dieci dichiarazioni in tutto, alcune di
queste dedicate agli stipendi troppo bassi degli insegnanti
o al fatto che con la sperimentazione "i bambini piangono
di meno" (sic).
Nelle numerose riunioni organizzate dalla Cgil Scuola su
tutto il territorio nazionale emerge una realtà diversa,
fatta di adesioni parziali alla sperimentazione, di bambini
di due anni e mezzo e cinque anni e mezzo in difficoltà
perché inseriti in ambienti educativi non preparati ad accoglierli,
di bambini rimandati a frequentare l'ultimo anno di scuola
dell'infanzia, di insegnanti tutor a disagio nel dover ritornare
tuttologi e nel dover elaborare 25 piani personalizzati,
di insegnanti dei laboratori che si sentono emarginati e
subordinati.
Promossa senza esami
Questa esperienza manca dei requisiti essenziali, tipici
di una autentica sperimentazione, ed è anche difficilmente
verificabile.
La sperimentazione dei moduli, precedente la riforma della
scuola elementare del 1990, durò alcuni anni, si valutarono
i risultati e poi si approvò la legge. Ora le cose stanno
andando in tutt'altro modo. La sperimentazione è appena
iniziata, risultati e valutazioni non ce ne sono, eppure
si vuole approvare la legge in febbraio. La sperimentazione
non ha quindi nulla a che fare con la ricerca, la valutazione
e la scelta tra ipotesi aperte, è un cuneo introdotto nella
scuola dell'infanzia ed elementare oggi, domani nella media,
per modificarne profondamente gli assetti.
Da questo punto di vista, la generalizzazione dell'insegnamento
dell'inglese e dell'informatica dalla prima elementare non
è in discussione, anzi, era già una realtà in molte scuole
ma è stata tagliata per ridurre gli organici.
Non è un problema neppure una maggiore sistematizzazione
dell'attività di documentazione e valutazione, attraverso
un portfolio, purché tenga conto delle esperienze già in
corso ed eviti i rischi di burocratizzazione cartacea.
Le novità strategiche sono rappresentate dall'anticipo,
dal docente "tutor", dal tempo scuola, dai modelli di organizzazione
didattica e naturalmente, dalla cultura pedagogica dei documenti
programmatici (Indicazioni e Raccomandazioni), elaborati
a porte chiuse dalle commissioni ministeriali.
Anticipo,
a furor di popolo?
Sperimentare l'anticipo, nella logica del governo, ha lo
scopo di mandare un messaggio preciso alle famiglie: si
può fare, spingete le scuole ad accettarlo, mettetele in
concorrenza.
La spinta populistica di questa proposta è chiara: mancano
i nidi (coprono il 7% dell'utenza), viene diffusa una logica
adultistica secondo la quale l'accelerazione dell'apprendimento
scolastico è indizio di successo sociale, quindi facciamo
leva su questa spinta per imporre al mondo della scuola
un modello che la stragrande maggioranza della cultura pedagogica
ha sempre escluso, Bertagna compreso. La spinta del familismo
competitivo, infatti, rischia di travolgere la dovuta centralità
che la scuola deve attribuire ai diritti dei bambini ad
uno sviluppo equilibrato, ad un ambiente educativo pensato
e modellato in relazione alle diverse fasi evolutive, al
rispetto dei ritmi di apprendimento.
La ricerca di consenso a buon mercato e la priorità politica
dell'unità della coalizione di centro destra sono la vera
ragione della scelta dell'anticipo. Il progetto Bertagna
presentato un anno fa agli Stati Generali della scuola escludeva
l'anticipo, considerava negativa ogni forma di accelerazione
degli apprendimenti e proponeva una durata quadriennale
della secondaria per poter concludere a 18 anni il percorso
di istruzione. Poi, per esigenze di compromesso politico
nella maggioranza, si è tornati al percorso liceale di cinque
anni e al pasticcio di un "anticipino" di quattro mesi,
che ha comunque un effetto destrutturante sulla scuola dell'infanzia,
senza peraltro realizzare effettivamente l'obiettivo europeo
della conclusione a 18 anni del percorso di istruzione.
I rischi di un ritorno della scuola dell'infanzia al modello
assistenziale sono evidenti: perde una buona fetta di bambini
di 5 anni; deve assicurare, a domanda dei genitori, un'offerta
scolastica da 1000 a 1500 ore, senza garanzie di risorse
per assicurare standard minimi di qualità; è esclusa dal
profilo educativo, culturale e professionale dello studente,
compreso tra 6 e 14 anni.
Il nome non è la cosa
La nuova figura di insegnante si chiama tutor, ma non è
così. Siamo di fronte ad un docente cui sono attribuite:
18-21 ore di insegnamento frontale nella stessa classe in
relazione a tre ambiti disciplinari (linguistico, matematico-scientifico,
antropologico), la responsabilità delle relazioni con le
famiglie e della stesura del portfolio, il coordinamento
degli atri docenti che ruotano sulla classe. Questo non
è un tutor. La funzione "tutoriale" riguarda l'attribuzione
di particolari funzioni di accoglienza, accompagnamento,
orientamento in relazione ad alunni o gruppi di alunni.
La sperimentazione propone un'altra cosa, diversa anche
dal concetto di insegnante prevalente di tipo funzionale,
già possibile con l'autonomia scolastica e abbastanza diffuso
nel primo ciclo.
Qui, come si diceva prima, si ritorna all'insegnante tuttologo,
unico responsabile della classe, cui si aggiungono gli insegnanti
dei laboratori. Finisce in questo modo il gruppo docente
corresponsabile, cuore della riforma del '90, nato dall'esperienza
del tempo pieno e dalla sperimentazione dei moduli per superare
il modello povero e lineare della vecchia scuola elementare
(1 insegnante-1 classe-1 aula) e realizzare una pluralità
docente capace di garantire specializzazione negli ambiti
disciplinari e unitarietà al percorso formativo.
L'insegnante tutor, previsto dalla sperimentazione Moratti,
impedisce la corresponsabilità. È un insegnante sovraordinato,
destinato ad avere un diverso trattamento giuridico-contrattuale,
che determina una gerarchia nell'ambito della funzione docente.
Gli insegnanti dei laboratori, di conseguenza, si configurano
come insegnanti subordinati e deresponsabilizzati, con un
impegno di insegnamento frammentato su diverse classi, deboli
nella relazione educativa.
Anche la programmazione settimanale del gruppo docente,
in questo quadro, cade e con essa il principale strumento
che la riforma aveva previsto per garantire la corresponsabiltà
degli insegnanti, il coordinamento degli interventi, l'unitarietà
dei percorsi formativi.
Le misure restrittive sugli organici previste nella legge
finanziaria, coniugate al superamento del gruppo docente
corresponsabile, delineano una funzione docente tutta centrata
sull'insegnamento frontale. I tempi della contemporaneità
docente sono sempre più ridotti e, con essi, l'opportunità
di modelli di organizzazione didattica flessibili.
Riforma addio
Dalla sperimentazione Moratti esce una scuola elementare
impoverita, che offre meno opportunità cognitive e relazionali,
meno unitarietà e meno flessibilità nell'organizzazione
didattica. In sostanza cancella la riforma della scuola
elementare del '90.
È bene ricordare il lungo percorso che ha portato a quella
riforma: l'esperienza del tempo pieno, la legge 517/77,
i programmi '85, la sperimentazione dei moduli. È altrettanto
utile non dimenticare che, dopo cinque anni dalla prima
attuazione, si è avviata un'ampia verifica, coinvolgendo
tutto il mondo della scuola, che si è conclusa in parlamento
con una risoluzione di conferma delle innovazioni introdotte.
Le successive circolari 116/96 e 335/98 e l'introduzione
dell'organico funzionale di circolo hanno indicato nell'autonomia
l'opportunità di sviluppo della riforma, permettendo alle
scuole di adattare i modelli di organizzazione didattica
alle situazioni locali con l'obiettivo di contenere un'eccessiva
frammentazione degli interventi verificatasi in alcuni casi.
Il risultato è che oggi la scuola elementare italiana ha
un ampio gradimento tra gli insegnanti e i genitori. Il
gruppo docente è preferito al maestro unico da oltre il
65 % dei genitori interpellati dall'Istat nel dicembre 2001;
disporre di una pluralità di figure e di relazioni educative
è considerata dalle famiglie e dagli insegnanti un'opportunità
di arricchimento e di crescita per i ragazzi.
Allora perché cambiare? L'unica risposta credibile è che
dietro il riemergere di vecchie ipotesi (chi si ricorda
del "modello costellato" della Falcucci?), superate dal
dibattito pedagogico e professionale da oltre un decennio,
vi sia la spinta di Tremonti a tagliare gli organici. Una
volta stabilito che vi è un unico insegnante responsabile
della classe e che insegna le materie cosiddette "forti",
è facile immaginare un curricolo minimo obbligatorio coincidente
con queste ultime e che tutte le altre attività siano considerate
facoltative. Inoltre, secondo la proposta della commissione
Bertagna, la famiglie potrebbero chiedere alla scuola l'offerta
di questa parte di curricolo oppure ricorrere a corsi extrascolastici.
È evidente che, in questa logica, gli insegnanti dei laboratori,
residuali e deresponsabilizzati, possono anche essere assunti
come precari, supplenti o a prestazione d'opera, come in
qualche sperimentazione già succede.
Inoltre, dalla sperimentazione in corso emerge il ritorno
agli storici steccati tra scuola elementare e scuola media.
Infatti, le articolazioni interne imposte dalla legge delega
(1 + 2 + 2 per le elementari e 2 + 1 per la media) rafforzano
la separazione. Eppure è da oltre due decenni che le scuole
lavorano per un percorso di base più continuo e progressivo
e, quindi, più efficace.
Anche il biennio comune quinta elementare-prima media, inizialmente
proposto dalla stessa commissione Bertagna, è stato abbandonato,
così come la sperimentazione del curricolo verticale, nonostante
l'esistenza di molti istituti comprensivi (il 43% di istituzioni
scolastiche di base).
La sfida della fattibilità
In questi giorni la maggioranza ha deciso di "blindare"
la delega sulla scuola, espropriando ulteriormente il confronto
parlamentare: se effettivamente non verranno approvati emendamenti,
tra poco tempo la controriforma potrebbe essere approvata.
La lotta della Cgil e della Cgil Scuola continuerà anche
nel corso della fase attuazione, contrastando punto per
punto i provvedimenti del governo.
La sperimentazione in corso dimostra tutti i limiti di un
disegno destinato a far tornare indietro la scuola italiana
rivelando una enorme distanza dalle esperienze della scuola
reale. Per questo siamo fiduciosi che questa legge, anche
se fosse approvata a colpi di maggioranza, senza discussione
e confronto nel Parlamento, non riuscirà ad avere il consenso
necessario per gestire con successo il processo attuativo.
Per parte nostra siamo impegnati a promuovere, oltre a una
grande mobilitazione nazionale, un diffuso monitoraggio
delle sperimentazioni in corso per informare e "controinformare"
circa il loro effettivo esito e ad attivare vertenze territoriali
a sostegno delle scuole autonome impegnate in progetti di
qualificazione della scuola pubblica. |
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