Esiste un’industria dell’olocausto?
La conoscenza del passato 
come coscienza della giustizia

Marilena Menicucci

In un suo libro, Norman G. Finkelstein denuncia che 
dall’olocausto è nata una vera e propria industria. 
Una tesi non presa in considerazione 

Con il 2002 si è chiusa, positivamente, una vicenda dai contenuti gravissimi che riguardava il licenziamento annunciato di 16.000 lavoratori impegnati negli appalti di pulizia delle scuole. Nel disegno di legge finanziaria 2003 non erano stati stanziati i fondi necessari per il proseguimento dei contratti di appalto, che avrebbero consentito la stabilizzazione occupazionale dei lavoratori ex Lsu impegnati nelle pulizie scolastiche, in scadenza con il 31 dicembre 2002. Le imprese avevano quindi già inviato le lettere individuali di licenziamento ai lavoratori. La vertenza per la difesa del posto di lavoro portata avanti da Cgil Cisl e Uil, dai sindacati confederali di settore e della scuola è stata durissima. Per la drammaticità dei problemi e le ricadute sociali, questa situazione può essere paragonata a quella che stanno vivendo i lavoratori della Fiat, con l’aggravante che questi lavoratori ex Lsu, una volta licenziati, sono senza ammortizzatori sociali e, per di più, sono prevalentemente concentrati nelle zone meridionali del paese, dove è più diffudo il monoreddito. La mobilitazione e le moltissime manifestazioni territoriali, che hanno avuto anche momenti drammatici di tensione, al limite dell’ordine pubblico, hanno costretto il Governo a trovare in extremis i fondi per garantire il proseguimento degli appalti. Il posto di lavoro, quindi, è stato salvato almeno per l’anno in corso. 


L’insipienza gestionale del Miur 
Questa vicenda, purtroppo, rischia di ripetersi, a breve scadenza, per una nuova carenza di fondi che riguarda l’altra quota di appalti esistenti nelle scuole, quelli “storici” accesi dagli Enti locali, prima del trasferimento del personale Ata allo Stato. Appalti che coinvolgono altri 12.000 lavoratori circa. I fondi stanziati non garantiscono la copertura di questa spesa, anche perché non sono neanche sufficienti per le spese del 2001 e del 2002. Siamo, di nuovo, di fronte all’insipienza gestionale del Miur che affronta la questione del funzionamento dei servizi scolastici giorno per giorno basandosi sul concetto di precarietà. Sono evidenti i gravi problemi e le tensioni sociali che si creerebbero di nuovo se anche questa situazione precipitasse nell’insolvenza dei finanziamenti con le ripercussioni occupazionali che si riproporrebbero. La questione che si pone oramai riguarda l’idea di funzionalità del modello dei servizi che il Miur persegue testardamente. Un modello basato sulla privatizzazione assistita che non riesce a decollare e mostra inefficienze di gestione e funzionalità, non solo nel servizio, ma anche per i lavoratori in esso impegnati. 
L’ottimizzazione dei servizi di appalto sul territorio, che sarebbe dovuta essere garantita con l’intervento di società e di agenzie appositamente costituite, è ancora tutta da definire. La presenza parcellizzata del personale costituisce un ostacolo insormontabile alla possibilità di organizzare il lavoro utilizzando razionalmente tutto l’organico presente nelle istituzioni scolastiche, composto in maggioranza da personale dipendente statale. Incontrano problemi difficili da risolvere per organizzazione il lavoro nelle scuole sia i Dirigenti scolastici sia le Rsu che sono i soggetti deputati a contrattare modelli organizzativi funzionali per le esigenze della scuola. 


Un modello inefficiente 

La questione della funzionalità organizzativa degli appalti di pulizia si è posta sin dall’inizio, quando si decise di ricorrervi, a seguito, è bene ricordarlo, non tanto di una scelta alternativa ai servizi a dipendenza statale, ma come conseguenza del trasferimento del personale Ata dagli Enti locali allo Stato. Ciò ha comportato anche il trasferimento dei servizi già esistenti gestiti dagli Enti locali: tra questi sono compresi quelli socialmente utili impegnati dai Comuni in diverse attività. 
Il mantenimento degli appalti per mantenere l’occupazione è stato garantito riducendo l’organico di ogni scuola di almeno un quarto dell’organico statale. Questa soluzione non poteva che essere temporanea, ma è diventata, invece, un modello organizzativo.


I problemi irrisolti dopo oltre due anni
La vicenda del trasferimento del personale Ata dipendente dagli Enti locali è stata gestita male nelle diverse fasi anche dal precedente Governo. 
Ancora oggi, dopo oltre due anni, rimangono irrisolti problemi gravissimi riguardanti la gestione del personale transitato, come la perdita secca di quote di salario accessorio precedentemente percepito, che rendono complicate anche le soluzioni contrattuali. La Cgil, per ristabilire i diritti dei lavoratori, ha portato questa vicenda davanti al giudice del lavoro, sostenendo migliaia di ricorsi. Oggi il Miur prende a pretesto anche questa vicenda per sostenere una ipotetica riorganizzazione del sistema dei servizi basata soltanto su una concezione tutta privatistica.
Ma il modello organizzativo dei servizi e la loro funzionalità è importante per la scuola pubblica, ma il Miur intende lasciarlo affondare, riproponendo la terziarizzazione, cioè la privatizzazione generalizzata. Tutto ciò, al contrario di quello che viene pubblicizzato, accentuerà i problemi di gestione.
Questo è il succo delle proposte contenute nella finanziaria 2003, nella quale è stata istituzionalizzata la possibilità, per le scuole, della rinuncia di parte dell’organico a favore dell’istituzione di appalti di pulizia. Una soluzione che riteniamo inefficace e anche dispendiosa se quello che dice la stessa amministrazione Miur è vero: mantenere il sistema degli appalti attualmente funzionante costa di più che assumere stabilmente il personale di pulizia. C’è solo una spiegazione evidente: con questa linea di privatizzazione il Governo continua quell’opera di smantellamento del sistema scolastico pubblico anche sul versante dei servizi, per indebolire la funzionalità e per omologare il sistema a quello della miriade di scuolette private che funzionano con pochissimo personale precario e senza nessuna garanzia lavorativa.


Le iniziative della Cgil
Una linea, questa, che la Cgil sta contrastando concretamente con l’apertura della vertenza nazionale per la riforma dei servizi scolastici e la stabilizzazione del personale.
La vertenza ha bisogno della mobilitazione dei lavoratori del settore degli appalti e degli Ata dipendenti dallo Stato, ma anche del sostegno di tutto il mondo della scuola. A tale proposito è stato redatto un documento, oggi in discussione tra i lavoratori, che analizza questi problemi. 


La soluzione? Nel contratto
Il contratto di lavoro del personale della scuola dovrà, tra molte difficoltà, risolvere anche i problemi sorti dopo gli interventi della finanziaria 2003 sul personale dei servizi scolastici. 
Tra questi alcuni sono particolarmente gravi: l’ulteriore riduzione degli organici, la possibilità di estendere le forme di appalto delle pulizie, i problemi di gestione delle funzioni miste di competenza dei comuni (modificate nell’ultima stesura con la ridefinizione del mansionario degli ausiliari), la ricollocazione forzata in servizio di scuola del personale già dichiarato inidoneo al servizio d’istituto per problemi di salute. 
Tutti questi interventi, sostenuti dal Governo nella discussione parlamentare, oltre a invadere la sfera contrattuale e il ruolo del sindacato, lasceranno dei segni profondi nel funzionamento delle scuole. 
Il rinnovo contrattuale potrà cancellare queste distorsioni.
Ricordare la Shoah, per chi è nato in tempo di pace, vuol dire ridare la vita a milioni di persone qualunque, professionisti, artisti, uomini, donne, bambini, ragazzi, vecchi; significa far uscire dall’ombra i loro pensieri, i progetti, i sogni, i difetti, le passioni, i desideri, le scoperte, le grandezze, le miserie e le preghiere; ricordarli, porta ad immaginare come sarebbe oggi la nostra Europa, se tutti avessero potuto portare a termine un normale destino, fatto di lavoro e d’amore. Con loro e i rispettivi discendenti avremmo potuto vivere in un’Europa più ricca, più grande e più avanzata nelle scoperte, nella tecnologia e nella cultura, perché il rispetto e la valorizzazione delle diversità arricchisce, rinnova e stimola al meglio. 
Se si potesse, sarebbe da riscrivere qui nome e cognome di tutte le vittime, per dare un’identità all’apporto professionale, mentale, affettivo e spirituale, che il nostro continente e in particolare la generazione, nata nel secondo dopoguerra, hanno perduto. 
Ricordare la Shoah vuol dire quindi rimpiangere e soffrire per questa umanità violentata, incenerita, interrotta e impedita nella sua crescita dalle forze distruttive, fasciste, naziste, “puriste”, escludenti diversità e minoranze, che, cancellando un popolo, hanno immiserito un intero continente. 
L’Europa avrebbe potuto essere come un prato d’erba lussureggiante, dove nessuno stelo né alcun fiore sono uguali per forma e per funzione e dove ciascun elemento naturale contribuisce alla bellezza e alla funzionalità del tutto, proprio con la sua particolarissima diversità; invece questo continente è stato azzerato nei suoi germogli ed è stato ridotto a un campo di cenere. Parte da qui, da una terra desolata, bombardata, distrutta, deprivata di una buona parte dell’anima, la storia delle generazioni postbelliche; su questa cenere sono nati e il seme più vivo, che ha permesso loro di crescere e di sperare, è stato ed è la memoria. 
Memoria come consapevolezza storica, per situare i fatti nel loro concatenarsi e dare un nome ai responsabili; memoria come grido di giustizia, perché risultino con chiarezza le mani sporche di sangue, cercandone di pulite; memoria come poesia, per dare fiato al dolore, alla speranza e al suo contrario, alle preghiere e al bene; memoria come modo di pensare e di vivere, per fondare il futuro nella conoscenza del passato e del presente. Sarebbe lunghissimo l’elenco di quanti, narratori, storici, filosofi, scienziati, poeti, musicisti, registi, intellettuali in genere e gente comune hanno contribuito a mantenere viva la memoria, rispondendo all’esigenza di sapere da parte di coloro che sono cresciuti dopo la Shoah, per arrivare alla consapevolezza della perdita e dell’accaduto, anche per mano dei propri padri. Alcuni di questi sono fuggiti dalla Germania, hanno sposato una persona di un’altra nazionalità, hanno un passaporto diverso da quello tedesco e non hanno voluto che i propri figli studiassero la loro lingua madre. 
La storia, poi, fornisce i dati ufficiali di una guerra fredda fra gli stati e dentro le coscienze, dove il valore della vita partiva, comunque, dal gelo della paura e dell’odio, che erano stati insegnati ai genitori di questa generazione. 
Dopo l’illuminismo, il positivismo, la fiducia nel progresso e nella ragione umana, la logica della civiltà non poteva prevedere in Europa né la ricaduta in una barbarie così organizzata, né l’utilizzazione della tecnologia più avanzata al servizio di un programma, mosso da considerazioni criminali. Eppure è accaduto e folle e popoli interi hanno osannato o passivamente accettato. 
Solo la memoria, tenuta viva dai racconti dei testimoni sopravvissuti, dai libri di storia, dai romanzi, dai film e da qualsiasi altra forma di ricordo, ha mantenuto accesa una fiamma dentro il cuore delle generazioni, nate dopo la Shoah, che riscalda la speranza di agire per una società migliore della precedente. Ed è bene che sia stato ufficializzato un giorno all’anno, il 27 gennaio, dedicato a questo: verificare che la fiamma sia sempre accesa!


La tesi di Norman G. Finkelstein
C’è chi non la pensa così, come, ad esempio, Norman G. Finkelstein, nel suo libro L’industria dell’Olocausto - Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei (Rizzoli, pp 302, € 16,00), che già nel titolo denuncia come intorno a questo tragico fatto storico sia nata un’industria. L’autore, intervistato da Marco Spagnoli per Shalom (n. 11, Novembre 02), pensa che ”L’Olocausto è stato espropriato da un gruppo di persone senza scrupoli, che lo usano per i loro sporchi fini… Negli Usa l’industria dell’Olocausto ha una vita tutta sua: molte persone ci si sono fatte una reputazione e ne traggono profitti… Addirittura abbiamo corsi di specializzazione e master nella storia dell’Olocausto… ciò non è solo un’arma, ma un modo per ottenere finanziamenti… L’Olocausto oggi è solo un problema politico e finanziario”.
Finkelstein, infatti, collega l’industria dell’Olocausto con il conflitto fra israeliani e palestinesi, ritenendo che “ le organizzazioni ebraiche americane si siano impossessate dell’Olocausto per giustificare i crimini perpetrati ai danni dei palestinesi”. L’autore, che insegna storia e filosofia morale alla City University di New York, appartiene ad una famiglia sopravvissuta alla Shoah e i suoi genitori hanno conosciuto direttamente l’orrore dei campi di sterminio, tanto da affermare: “Sono sempre stato cosciente del fatto che le loro esistenze siano state distrutte da questa esperienza” e da concludere: “ La loro memoria merita qualcosa di più”. 
Questo insegnante, pur appellandosi alla memoria, nello stesso tempo si oppone alle commemorazioni; quale memoria pretende per i suoi genitori, per il suo popolo e per tutte le minoranze massacrate? Come ricordarli? 
Lo abbiamo chiesto ad alcuni giovani professionisti, di religione ebraica, i quali hanno preferito non entrare in polemica con Finkelstein, riconoscendo invece l’importanza del 27 gennaio, giorno della memoria. 
Si riportano due testimonianze. 


La testimonianza di Alessandro Ruben, avvocato

“Ho capito l’importanza del 27 gennaio quando, l’anno scorso, come membro del Comitato dei garanti, mi sono trovato ad aprire le casse dei deportati, presso la Banca d’Italia. Ho visto gli oggetti più disparati, bisacce, denti e perfino cucchiaini di bambini e catenine di bassissimo valore. 
Ho riflettuto su come i tedeschi si fossero attaccati a tutto, in modo da togliere alle vittime qualsiasi riferimento personale. 
In particolare mi ha colpito la catenina di una mamma, che terminava con un portaritratti, contenente le foto dei due figli, morti durante la prima guerra mondiale, combattendo per quello stesso paese, che nel secondo conflitto mandava la loro madre in campo di concentramento. 
Questo, come l’intera Shoah, oggi c’è chi dice che appartenga ad un passato e a una singolarità irripetibile; molti preferiscono non ricordare, per evitare le responsabilità. Invece credo che questo atteggiamento revisionista non serva per il futuro e che vada combattuto con la memoria, che aiuta a comprendere e insegna ai giovani come comportarsi nel futuro. 
In questo giorno in particolare, il 27 gennaio, e sempre, i dirigenti politici e ogni adulto dovrebbero pensare ai giovani, ricordare il passato per loro, per renderli attenti al presente e al futuro, perché mai si ripeta la violenza.” 


La testimonianza di David Gerbi, psicologo 

È importante che ci sia una giornata dedicata alla memoria. Lo ha capito, visitando Bet Hatefuzot, il museo della diaspora a Tel Aviv, dieci anni fa. Era con sua nipote e si trovò in una sala, dipinta di nero, con un altissimo soffitto, da cui pendeva una candela accesa, un vuoto completo con una sola scritta: Remember the past, live the present, trust the future (Ricorda il passato, vivi il presente, credi nel futuro). “Ricordare non ha la funzione di alimentare una speculazione del ruolo di vittima, ma vuol essere un monito per le generazioni presenti e future, affinché ciò che è accaduto non si ripeta più. Vuol essere un tributo al ricordo di chi ha subìto tali atrocità; non ricordare la Shoah significherebbe eliminare una seconda volta coloro che sono stati trasformati in cenere; la memoria di tale evento renderà giustizia ai trucidati ebrei, zingari, omosessuali e handicappati, appartenenti ad altre minoranze etniche.
La memoria permetterà con il tempo una comprensione e il difficilissimo perdono verso un popolo, il tedesco, che è stato capace di tale atrocità programmata. 
Oggi esistono organizzazioni tedesche che, con mio grande piacere, tentano di riparare i danni di allora, attraverso il risarcimento, con iniziative di volontariato negli ospedali israeliani; oppure promuovendo incontri ad Auschwitz tra figli di sopravvissuti e di nazisti, per confrontarsi sulle atrocità. 
Ci sono poi genitori tedeschi, che chiamano i figli con nomi ebraici, per contribuire alla memoria del nostro popolo. Questo prepara un futuro basato sul diritto, sull’accettazione, sulla coesistenza pacifica e sul rispetto delle minoranze, un mondo nuovo per le generazioni future; non si tratta di un desiderio di pacifismo astratto, ma di un bisogno impellente per l’umanità. 
Oggi lo sviluppo tecnologico ha velocizzato la comunicazione e il mondo è diventato più piccolo; si parla di società globale, multiculturale, multirazziale, multireligiosa, ma non si raggiungerà questa nuova civiltà se non c’è la pace tra i diversi. 
In nome di questo futuro migliore, ogni anno, nel presente è bene ricordare ciò che non deve ripetersi e ogni contributo individuale dovrebbe integrarsi con quello generale. è finita l’epoca del silenzio passivo, egoistico ed indifferente di fronte alle ingiustizie; ad ognuno è richiesto il coraggio di urlare contro le ingiustizie.”

 

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