27 gennaio "Giornata della memoria"
Uno sterminio chiamato shoah

Anna Maria Villari

Osservato un minuto di silenzio in 1.700 scuole. 
In Campidoglio tra riflessioni e testimonianze 
evocata una delle pagine più tragiche della storia europea

Il 27 gennaio 1945 alle ore 11.59 si aprivano le porte del campo di sterminio di Auschwitz e lo strazio dei sopravvissuti si presentava agli occhi dei liberatori, i soldati dell'Armata rossa.
Il 27 gennaio 2003 alle 11.59 in circa 1.700 scuole italiane è stato osservato un minuto di silenzio per ricordare la fine di quell'incubo.
Tutto questo è avvenuto nella "Giornata della memoria" - istituita dalla legge 211 del 20 luglio 2000 - che anche quest'anno, è il terzo, è stata l'occasione di riflettere su una delle pagine più tragiche e più disastrose della storia europea.
L'iniziativa del minuto di silenzio è stata promossa da Proteo Fare Sapere, Cidi, Legambiente-scuola, Fnism, Uciim, Aimc e ai siti web Furoiregistro, Edscuola, Didaweb, Scuolaidea. Oltre 18mila insegnanti hanno sottoscritto l'appello "Io non rinuncio alla memoria" con il quale è stato proposto il minuto di silenzio e si stima che siano stati coinvolti circa 2 milioni di studenti.
In Campidoglio, come ogni anno, su iniziativa di Proteo Fare Sapere e della Cgil Scuola è stato organizzato un incontro dal titolo "Il difficile cammino della speranza. L'universo concentrazionario nazista tra sterminio e schiavitù". 
Hanno svolto interessanti relazioni lo storico Nicola Tranfaglia che ha documentato la partecipazione dell'Italia con le leggi razziali alla persecuzione e la della Repubblica di Salò nelle deportazioni degli ebrei, degli oppositori e dei soldati italiani che non si consegnarono ai tedeschi dopo l'otto settembre; il giornalista Gad Lerner che ha ricordato come la sua famiglia sia fortunosamente sfuggita alla deportazione e ha spiegato che la shoah tra tanti massacri e persecuzioni, purtroppo ricorrenti nella storia contemporanea, ci turba in modo particolare perché è avvenuta nella "civile" Europa, l'Europa dell'Illuminismo e della Rivoluzione francese; il professor David Baldini, nostro redattore, ha riflettuto sui termini "sterminio" e "schiavitù" applicati alla shoah. Temi complessi e difficili dei quali la nostra rivista si occuperà ancora.
"Mi chiamo Maria Gentilini", si presenta così una mite signora di mezza età che racconta come fortunosamente sia stata salvata, ancora neonata, da una sicura fine in campo di concentramento. I suoi genitori, ucraini, la abbandonarono alla stazione di Odessa poco prima di salire sul treno della morte. La piccola attraverso una serie di fortunate circostanze giunse infine in Italia dove, appurata attraverso organismi umanitari la fine dei suoi genitori, venne adottata dalla famiglia di cui porta il cognome. Una testimonianza agghiacciante e commuovente, anche se resa senza nessun cedimento retorico. La verità non ha bisogno di orpelli.
Quest'anno la giornata della memoria ha avuto un sapore tutto particolare, anche perché si sta diffondendo in Italia una ventata revisionistica che vuol asservire la ricerca storica alle esigenze della politica e delle sue maggioranze, con buona pace della libertà del pensiero scientifico. Non è un caso che sia stata molto citata una amara dichiarazione di Primo Levi proprio sui revisionisti che vogliono dimostrare "che noi non abbiamo visto quello che abbiamo visto, e non abbiamo vissuto quello che abbiamo vissuto". Non rinunciare alla memoria, quindi, come recitava l'invito di tante associazioni, significa non banalizzare quella rottura epocale della storia e della cultura europea che l'avvento del fascismo prima e del nazismo poi hanno provocato. 
Coltivare il ricordo della shoah, "non usiamo la parola olocausto - avverte Saul Meghnagi in rappresentanza delle Comunità ebraiche - perché significa martirio, una scelta religiosa quasi volontaria. Nella deportazione non c'è volontà, non c'è il concetto di sacrificio: diciamo shoah che significa sterminio". Coltivare il ricordo della shoah "rafforza i sentimenti di solidarietà, di pacifica convivenza e di rispetto della libertà e della dignità umana che sono alla base di un dialogo costruttivo fra culture diverse" è l'invito del Presidente della Repubblica contenuto in telegramma inviato alla Protomoteca. Il sindaco di Roma Walter Veltroni ha detto, tra l'altro, che "il senso della giornata della memoria è il recupero del rapporto di sé con gli altri. Fare in modo cioè che non possano esistere razzismi che contrappongono razza a razza, ma solo un'intera grande umanità fatta di uomini e donne liberi". 
Ricordare ha dunque diversi significati. Da una parte non smarrire, banalizzandolo, il senso di quanto è accaduto, dall'altra conoscere bene questo recente passato affinché sia monito per il presente. E il nostro presente è agitato più che mai da tragedie immani che sembrano non sfiorarci perché capitano lontano dalla fortezza Europa che qualcuno pretende di rendere inespugnabile con le armi in pugno, con la xenofobia, con la chiusura in sé stesse di comunità sempre più piccole e sempre più gelose di identità incerte. Tutto questo, la storia ce lo insegna e ce lo insegna, non ha mai portato a un mondo migliore. Il totalitarismo è figlio della paura e la paura è spesso alimentata ad arte da signori della guerra vecchi e nuovi, da potentati vecchi e nuovi, da chi pensa di potere concentrare in poche mani tutta la ricchezza del mondo scatenando le classi medie dei paesi sviluppati contro i poveracci del Terzo mondo che minacciano il nostro tenore di vita. Un tenore di vita molto alto, certo, ma pagato con ritmi di vita e di lavoro pazzeschi, in città sempre più invivibili, in un ambiente sempre più inquinato e imbruttito... Quante volte ancora l'umanità, la maggioranza della gente, si farà fregare?
Pubblicheremo sul prossimo numero di VS le relazioni e buona parte degli interventi che si sono svolti in Campidoglio alla presenza di insegnanti, studenti, associazioni di ex deportati e rappresentanti delle comunità ebraiche. È il nostro modesto contributo per coltivare in modo il più possibile aperto e critico la memoria del passato.

 

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