L'intervista

Lo sciopero del pubblico impiego
Intervista a Giampaolo Patta, Segretario confederale Cgil

di Anna Maria Villari


Sembra cominciato l’autunno caldo del pubblico impiego. Sono già stati proclamati scioperi, uno della scuola. Ma andiamo con ordine. I contratti pubblici sono scaduti da quasi un anno, per qualcuno anche di più: i sindacati chiedono aumenti dell’8%, il governo propone il 3,7%. Le posizioni sono molto lontane. Come se ne viene fuori, soprattutto in previsione di una finanziaria draconiana?

La redistribuzione di redditi e ricchezze ha penalizzato negli ultimi anni i lavoratori dipendenti, ai quali è stata tolta una prospettiva di crescita. Questa tendenza va invertita e ai lavoratori dipendenti va distribuita la parte di ricchezza prodotta che gli spetta. Il rinnovo dei contratti, quindi, serve non solo per difendere il potere d’acquisto ma anche per distribuire il sia pur piccolo aumento di produttività del lavoro.
La nostra richiesta dell’8% in più è una misura adeguata per far fronte all’aumento, quello ufficiale e non quello “percepito”, del costo della vita e per recuperare lo scarto tra l’inflazione reale e quella programmata del passato biennio. Il Governo propone aumenti delle retribuzioni del 3,7%: una misura che non copre nemmeno l’inflazione già certificata dall’Istat per quest’anno e quella prevista per l’anno prossimo. In sostanza il Governo ci propone di rinunciare al recupero di quanto abbiamo perso nei due anni precedenti e di ridurre le retribuzioni di fatto. Una proposta irricevibile che non si confronta con la realtà e riduce il potere d’acquisto delle retribuzioni.
La proposta è persino inferiore a quanto ha proposto Confindustria per i contratti nel settore privato.

La prospettiva di avere i nuovi contratti è quindi lontana?

A queste condizioni nessuna organizzazione sindacale può sottoscrivere intese. Il rischio, quindi, è che non si rinnovino i contratti.
Noi, ovviamente, non ci arrendiamo, in questo siamo in sintonia con Cisl e Uil e con le categorie interessate: lo sciopero è quindi inevitabile - la scuola lo ha già proclamato tra il 20 e il 28 ottobre - per adesso ne sono previste otto ore articolate secondo le decisione di categoria e la scuola manifesterà a Roma il 15 novembre per i contratti, contro la Moratti e per il rilancio della scuola pubblica.


Un Governo può sopportare una tale situazione nel settore pubblico?

Il Governo non ci ha mai convocato. Ma all’interno della maggioranza si sente qualche voce di dissenso. Nella finanziaria che hanno appena approntato vi sono in proposito alcune formulazioni ambigue che, forse, consentiranno qualche spazio di manovra. Verificheremo presto se vi sono delle aperture.
Certo che questa maggioranza si presenta male ai dipendenti pubblici: niente rinnovi di contratto, tagli drastici in tutti i settori, nessun recupero del fiscal drag e neppure riduzioni di tasse... Tutto questo, oltre ad aggravare le condizioni di vita delle persone, provoca un calo nel consenso verso le forze del Governo.


Continuano a dirci che i costi della pubblica amministrazione sono una palla al piede dello sviluppo...

La spesa in questi settori è in linea con quella degli altri Paesi Europei, anzi negli ultimi anni è diminuita l’incidenza delle retribuzioni rispetto al Pil. Anche l’occupazione è diminuita, mentre le amministrazioni hanno scelto di ricorrere al lavoro precario e alle consulenze esterne.
Eppure il rapporto di lavoro stabile è fondamentale nella pubblica amministrazione proprio per l’attività che svolge e che deve essere necessariamente improntata a criteri di trasparenza e imparzialità. L’esempio più significativo è la scuola a cui spetta formazione delle coscienze e della cultura di un Paese. Chi lavora nella scuola deve essere forte: un esercito di precari significa debolezza del lavoratore e debolezza del sistema e questo non è educativo, è persino dannoso per i ragazzi.
Un Paese che non investe nei servizi pubblici diventa meno coeso e meno competitivo, soprattutto un Paese come il nostro che presenta un eccesso di microimprese, strutturalmente inadatte a competere nella fascia alta dei beni e dei servizi.


Con la cosiddetta devolution la situazione potrebbe peggiorare?

Con la proposta di modifica della Costituzione questi problemi si aggravano provocando una differenziazione del sistema educativo anche dal punto di vista culturale, dei mezzi messi a disposizione e nel sostegno all’istruzione.
Il mix tra devolution, riforma Moratti e progetto di legge sullo stato giuridico comporterà una frammentazione delle condizioni di lavoro del personale e una selezione dello stesso da parte delle singole scuole in concorrenza tra loro per accaparrarsi i migliori quando non prevarranno logiche clientelari.
Come si sta tentando con la magistratura, anche per la docenza si vuole la subordinazione al potere politico attraverso il controllo degli accessi e della carriera. Con lo spoils system hanno cancellato il senso della legge Bassanini che si fondava sulla separazione tra amministrazione e politica per riportare tutto sotto il controllo dei partiti. Un’idea molto vecchia, antidemocratica e sciagurata.
D’altronde è proprio questo lo scopo di eliminare la contrattazione e le Rsu a favore della creazione di una rappresentanza neocorporativa degli insegnanti. Senza più le regole del concorso pubblico la carriera del docente sarebbe sottoposta alla discrezione del dirigente scolastico a sua volta sottoposto al controllo di dirigenti amministrativi figli dello spoils system.
La scuola è davvero una grande emergenza nazionale. La scuola va potenziata economicamente perché bisogna estendere a tutti l’obbligo a 18 anni. Per questo servono investimenti.


L’università e la ricerca non stanno meglio...

Qui l’emergenza è ancora più grave. Siamo il fanalino di coda dell’Europa, dietro a paesi meno sviluppati di noi. I tagli alla spesa per l’innovazione e la ricerca sono la concausa del declino del nostro paese.
Questo Governo non guarda al futuro.

Torniamo ai contratti. Si vuole barattare lo scatto settennale di anzianità, unica progressione di carriera del personale della scuola, con il rinnovo del biennio economico...

E’ uno scambio inaccettabile. Gli scatti di anzianità devono restare almeno fino a quando non si trovano meccanismi alternativi di riconoscimento delle professionalità. Tra l’altro, tagliare tout court l’anzianità significa levare un giusto riconoscimento all’esperienza didattica, alla formazione sul campo che è molto importante, ad esempio, per fare di un insegnante un bravo insegnante.
Il nostro sforzo in questo momento, mi riferisco a noi, alla Cisl e alla Uil, è coordinare tutte le politiche rivendicative per mantenere un sistema di difesa delle retribuzioni e per tentare di cambiare una finanziaria iniqua.


Sembra che ci sia un disegno di mortificazione di tutti i settori pubblici, al di là della loro valenza strategica...

La filosofia di questo Governo è emersa chiaramente fin dall’inizio dalle politiche del ministro Tremonti, secondo il quale lo sviluppo avviene spontaneamente attraverso l’esplicarsi del libero mercato. Lo sviluppo si determina e basta agganciarsi alla sua locomotiva.
È successo che la ripresa è arrivata, l’economia mondiale va al massimo, ma lo sviluppo italiano è il più basso degli ultimi 20 anni: quest’anno forse arriveremo all’1%.
La strategia è fallita.
Non hanno capito che la conoscenza, la ricerca, una forte economia pubblica sono assi strategiche fondamentali per lo sviluppo.
Non solo non hanno riformato nulla, ma hanno depotenziato il Paese con tagli e riduzioni di spesa nei settori strategici per il nostro futuro.

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