Sudditi
di un dio maggiore
di Franco Frabboni
I
segnali e le cause di un fenomeno vecchio, ma in aumento
e con forme nuove. Le responsabilità della famiglia
e della scuola, ma anche di modelli utilitaristici mutuati
dall’economia
Il
bullismo si può definire una forma di “relazione-malata”
tra due allievi nella quale l’uno è il carnefice
(prepotente, torturatore, ricattatore) e l’altro
la vittima (introversa, mansueta, dipendente: che soffre
in silenzio per la sua bassa stima di sé). E’
un virus che si manifesta attraverso dinamiche ripetute
di aggressività diretta (fisica e/o verbale) e
indiretta (mediante la pratica del discredito, del prendere
in giro un compagno per delegittimarlo, emarginarlo e
poi assoggettarlo) e che sta “strappando”,
nella vita della classe, i fili nobili della collaborazione-amicizia-cooperazione-solidarietà.
Anche perché le sue frecce segnaletiche (quantitative,
generazionali, sessuali, sociali e culturali) stanno fornendo
notizie di segno opposto rispetto a quelle di qualche
anno fa, tanto che si dovrà riscrivere la sua tradizionale
cartella clinica. Vediamole.
Prima
freccia segnaletica: sta espandendosi a velocità
siderale in tutto il mondo. Non solo nei sistemi scolastici
più evoluti e qualitativi, ma anche in quelli neofiti
dalla precaria tenuta formativa. I dati ci dicono che un
alunno su cinque recita a scuola il copione del bullo o
della vittima.
Seconda
freccia segnaletica: sta precocizzandosi. Già
nella scuola dell’infanzia si registrano cifre allarmanti
di bullismo, che si moltiplicano a macchia d’olio
nella successiva scuola elementare.
Terza
freccia segnaletica: sta cambiando genere, diventando sempre
più femmina (Floriana, incoronata reginetta
dal Grande Fratello, insegna). Le sue prevalenti forme di
violenza indiretta (la messa al bando di un compagno più
debole attraverso calunnie e sottili minacce allo scopo
di escluderlo e renderlo dipendente) stanno proliferando
soprattutto tra le piccole amazzoni all’inizio dell’obbligo
scolastico. Si configura come una sorta di guerra stellare
con i “maschietti” per strappare loro, per tempo,
l’esercizio del potere nelle dinamiche underground
della vita di classe. Come dire, vogliono essere riconosciute.
E temute.
Quarta
freccia segnaletica: stanno cambiando i mondi di appartenenza
dei bulli. Le tradizionali “variabili”
della condizione sociale, dei vissuti metropolitani, della
residenzialità in quartieri-dormitorio, della scolarizzazione
in sedi dall’utenza a rischio e dall’edilizia
fatiscente contano sempre di meno come frecce segnaletiche
della natalità del bullismo. Oggi sembra invece diffondersi
- con crescente virulenza - tra i ragazzi di ceto borghese,
che vivono in piccoli centri, in zone “parioline”
e che frequentano scuole capienti dalle moderne strutture
edilizie. Dunque, le vere cause vanno cercate altrove. Tra
queste, vedrei di non perdere di vista le seguenti quattro.
La
numero uno è da addebitare al rispecchiamento
dei figli sulle figure parentali bulle. I modelli
di comportamento e di identificazione dei genitori sembrano
fungere sempre di più da potente “calamita”
di attrazione e di riproduzione di stili di vita (a partire,
da quelli cosparsi di violenza).
La
numero due è da ascrivere al sempre
più diffuso precoce abbandono della propria
età evolutiva, della propria “domenica”:
simbolo del proprio mondo generazionale, dei bisogni-interessi-sogni
della propria stagione evolutiva: infanzia, adolescenza,
giovinezza. Tra gli allievi proliferano vuoi le personalità
del “sabato” (sono le vittime, che
restano prigioniere - in quanto immature - della loro precedente
stagione temporale), vuoi le personalità del “lunedì“
(sono i bulli-carnefici, che anticipano l’uscita
dalla loro “domenica” per popolare l’età
successiva, nella quale credono inconsciamente di potere
assumere - con l’arroganza e la prevaricazione - un
ruolo riconosciuto di potere).
La
numero tre è da imputare alla scuola
per il suo non raro clima di competitività-cognitiva.
Questa atmosfera di cruenta rivalità tra gli allievi
non solo dissemina nella classe i disvalori dell’individualismo-privatismo-indifferenza
nei confronti dell’altro, ma produce soprattutto una
sorta di “terra-bruciata” nella quale non diventa
più possibile fare crescere la pianta pedagogica
della cooperazione e della solidarietà.
La
numero quattro, infine, è da mettere in
conto a questa società complessa e di transizione
inginocchiata al totem dell’economia,
al tandem produzione-consumo. Questo “dio maggiore”
impone alle età evolutive infantili e giovanili il
culto dell’accelerazione-velocizzazione, allo scopo
- tutto economicista - di tramutarle in tante “bonsai”
costrette a sbarcare al più presto sul pianeta dell’adultità:
simbolo e garante dell’uomo che lavora, che è
utile, che dà dedizione esclusiva alla produttività
e ai mercati.
Questa corsa senza respiro verso l’adultità
crea nei ragazzi sradicamento esistenziale, squilibri, emozioni
negative, ripetuti conflitti nei loro vissuti quotidiani.
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