La scuola ai tempi del terrore
La paura dei bambini
Pino Patroncini

Il difficile lavoro di insegnanti e genitori per spiegare ai bambini l’orrore che viviamo. Una ricerca di “El Pais” all’indomani degli attentati di Madrid, oggi tragicamente attuale

Il 29 marzo scorso, 18 giorni dopo gli attentati terroristici di Madrid, il quotidiano “El Paìs” pubblicò nella rubrica del lunedì dedicata alla scuola una ricerca su come le scuole, gli insegnanti, i bambini avevano vissuto quell’evento e su come trattare avvenimenti sconvolgenti che tanti problemi pongono non solo dal punto di vista materiale, ma anche su quello della formazione delle coscienze. Avevo messo da parte quelle pagine con l’intenzione di parlarne in momenti più tranquilli. Nessuno avrebbe pensato che in così poco tempo l’argomento sarebbe tornato di drammatica attualità con la strage terroristica nell’Ossezia settentrionale.
Vi sono molti parallelismi tra le due vicende e non solo per gli avvenimenti in sé: se in Spagna gli attentati colpivano l’immaginario infantile, oltre che per l’atrocità, per la vicinanza dei luoghi, l’orario in cui avvennero, la quotidianità delle azioni che interruppero, la strage dell’Ossezia all’interno di una scuola colpisce l’immaginario non solo infantile, ma anche quello di genitori e insegnanti per l’ambiente in cui è avvenuto, per il fatto che essa era direttamente rivolta contro bambini, per quella specie di somiglianza di tutte le situazioni scolastiche che ci rende più sensibili tutte le volte che una disgrazia, una calamità naturale o come stavolta dipendente da volontà umane, colpisce una scuola. E pongono insegnanti e genitori di fronte al rischio, soprattutto per i bambini più piccoli, che l’emozione stravolga i processi di conoscenza o lo sdegno si stemperi nel luogo comune e vanifichi l’acquisizione di consapevolezza.


I bambini spagnoli di fronte all'11 marzo

Nel caso madrileno la vicenda aveva toccato molto da vicino i bambini. Ne sono testimonianza le numerose iniziative che le scuole di tutto il paese intrapresero in quei giorni. In Andalusia promossero discussioni e attività manuali sull’argomento. Quelle basche (ricordiamo che in un primo momento l’attentato era stato attribuito all’ETA) organizzarono dibattiti sul valore della pace. Le scuole di Valencia, dove l’attentato giunse alla vigilia di una festa in cui si bruciano fantocci, modificarono i soggetti per i loro falò con simboli allusivi alla tragedia e le feste e i balli furono sostituiti da concerti dove il Requiem di Mozart si alternava ad Imagine di John Lennon. Gli scolari della Catalogna mandarono lettere e poesie ai loro colleghi di Madrid: magari molti di loro si immagivano che tutti i bimbi di Madrid avessero assistito alle esplosioni o ne fossero rimasti coinvolti.
A Madrid c’era anche chi più di tutti era rimasto colpito dalla vicenda: come tre scuole vicine alla stazione di Atocha, dove lo spostamento d’aria aveva mandato in frantumi i vetri e dove si registrava anche qualche morto e ferito tra gli allievi e tra i loro genitori. I più grandi, i liceali, in qualche caso avevano partecipato anche ai soccorsi. Intorno ad alcune scuole, per lo più secondarie, ci furono manifestazioni o catene umane che coinvolsero anche la cittadinanza. E la tensione era alta così come lo stress nervoso. L’Educazione alla Pace, una materia trasversale già esistente ma un po’ trascurata nelle scuole spagnole, riscosse improvvisamente grandi successi.
Con i bambini più piccoli la difficoltà era il controllo delle emozioni (molti avevano visto alla televisione le prime immagini) e la spiegazione dei fatti (“Come si fa a spiegare a un bambino che cosa è l’ETA senza cadere nel banale?” diceva un insegnante). Bisognava approntare un metodo di risposte. Sollecitare la descrizione con disegni dei bambini stessi: “El Paìs” ne riporta alcuni di treni spezzati o in fiamme, di soccorsi, di bambini in barella. Alcune scuole lavorarono anche con i genitori affinché, soprattutto per i bambini più piccoli, fosse istituito un filtro e si verificò che nei giorni successivi i genitori avevano più volte spento la televisione.


I bambini e il terrore

Nel caso madrileno si era potuto far tesoro dell’esperienza dell’11 settembre 2001 a New York, dove si era già fatto tesoro dell’esperienza dell’attentato di Oklahoma City (provocato non da islamici ma da gruppi politici interni agli Stati Uniti). “El Paìs” riporta la testimonianza di Manuel Trujillo, direttore del servizio di psichiatria dell’ospedale Bellevue di New York. In sostanza, dice Trujillo, dopo Oklahoma City apparve chiara la capacità delle immagini televisive di indurre ansia nella popolazione - fatto dimostrato ulteriormente dopo la distruzione delle Torri Gemelle - e più in particolare nei bambini. Più del 40% dei bambini che dedicavano varie ore alla visone di programmi televisivi sull’esplosione sviluppò sintomi come tremiti, tachicardia o sensazione di terrore. Il caso di Oklahoma City consentì di definire meglio la strategia da adottare dopo le Torri Gemelle. In che cosa consisteva?

  1. Assicurarsi che tutti i bambini scolarizzati nella città fossero sottoposti ad almeno una visita medica per stabilire la presenza di sintomi di stress o di fattori di rischio che rendessero possibile l’apparizione posteriore degli stessi.
  2. Stabilire contatti con insegnanti e personale sanitario in tutte le scuole per dare informazioni e sostenere il lavoro preventivo di insegnanti, pedagogisti e genitori. Questo rese possibile che ogni scuola si trasformasse in un centro di informazione e di interevento sullo stress e che si facilitassero tecniche di intervento da parte del personale scolastico con l’appoggio e la supervisione di psicologi e psichiatri specializzati nella diagnosi e nel trattamento dello stress postraumatico.
  3. Facilitare il contatto con centri specializzati del sistema sanitario da parte di bambini con gravi turbamenti postraumatici.”
    Il Servizio di Salute Mentale di Madrid svolse un’opera preziosa diramando istruzioni per docenti e genitori partendo dall’assunto che se la maggior parte degli adolescenti era in grado di superare il trauma, tra i minori di 11 anni le conseguenze psicologiche dell’attentato avrebbero potuto trascinarsi per tutta la vita.

Ai docenti si suggeriva:

  • cercare di tenere lezioni normali garantendo però ai ragazzi uno spazio per discutere degli avvenimenti;
  • limitare i dettagli scabrosi nella testimonianza degli avvenimenti;
  • facilitare l’espressione dei sentimenti degli alunni sia attraverso la parola sia attraverso il disegno e il gioco; offrire possibilità di espressione più intima ai più timidi;
  • fare attenzione alle reazioni degli alunni: il bimbo depresso si mostrerà più isolato, quello inquieto iperattivo, l’insicuro aumenterà paura e ricerca dei familiari;
  • rispondere con sincerità alle domande dei bimbi con risposte concrete, a seconda dell’età;
  • informare i genitori di cambiamenti nel comportamento dei figli e anche delle iniziative prese in classe;
  • lasciare che i bambini esprimano il proprio malessere, se necessario anche uscendo dalla classe e parlando con il capo di istituto o con altre figure scolastiche come psicologi ecc.;
  • partecipare a cerimonie di lutto, se necessario creandone di proprie in forma più intima e consona all’età dei bambini;
  • mettere in guardia contro il razzismo evitando comportamenti aggressivi o toni vendicativi soprattutto nei confronti di alunni immigrati.

Ai genitori invece si suggeriva:

  • mantenere la tranquillità, dal momento che i figli cercano sicurezza dai genitori e un comportamento tranquillo trasmette sicurezza;
  • parlare con i figli: non bisogna aver timore di discutere della situazione traumatica con loro e occorre accertarsi prima di quanto effettivamente ne sanno, se temono per la sicurezza della scuola, se temono i mezzi pubblici ecc.;
  • limitare e gestire la televisione e non lasciarli soli mentre vengono date notizie sull’attentato: la ripetizione della notizia nei giorni successivi può indurre i più piccoli a pensare che tutti i giorni ci siano attentati o oppure produrre stress per la sola visone delle immagini in tv.

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