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Francesco
Guccini, il cantastorie
La musica si fa pedagogia
Franco Frabboni
Le canzoni di Guccini narrano.
E narrano tra l’altro due fonti del disagio giovanile.
La prima è l’estraneazione come età
giovanile senza cittadinanza, la seconda è la defuturizzazione,
come età giovanile senza domani.
Ma il cantastorie infonde, attraverso la musica, anche
nuovi valori pedagogici
Ogni lettura interpretativa del mosaico
culturale di una accreditata e illustre figura di studioso
e di artista - come nel caso Francesco Guccini - è
abitualmente costretta a camminare in sentieri ermeneutici
insidiosi, disseminati di percorsi scoscesi e accidentati.
Fuori di metafora. Concorrono a complicare l’azzardo
interpretativo in ambito pedagogico componenti sia di
ordine personale (in questo caso, le “cifre”
di attrazione culturale di un cantastorie, come piace
farsi chiamare, di cui siamo da sempre affezionati fans),
sia di ordine scientifico (l’impossibile ricostruzione
fedele degli itinerari della ricerca e dell’arte
altrui).
In punta di piedi, non rinunceremo - protetti dai versi
delle sue canzoni - a identificare i nuclei pedagogici
che sostengono l’identità esistenziale del
soggetto-persona (a partire dal pianeta giovanile) narrata
e musicata da Francesco Guccini in questa stagione di
transizione tra il ventesimo e il ventunesimo secolo.
Indubbiamente, uno dei suoi castelli dell’arte è
recintato da una siepe pedagogica. La nostra telecamera
è per l’appunto posta sopra a questo balcone:
perché è in Pedagogia che le Università
di Bologna e di Modena-Reggio Emilia gli hanno consegnato
la laurea honoris causa. E’ un “castello”
nobilitato dal suo mondo letterario ed educativo che galleggia
su quella striscia sopra le nuvole dove si raccolgono
le idee-limite dell’umanità. Quella gucciniana,
in particolare, riannoda insieme il particolare (la singolarità,
l’incanto, il sogno, ma anche la protesta, la rabbia,
la ribellione) e il generale (le collettività,
le generazioni, le memorie, le transizioni, i miti, i
valori).
La pedagogia del pensiero plurale
Il ventunesimo secolo ha esordito dando
palcoscenico e voce ad un copione intitolato ad una mutazione
planetaria provocata da due emme (la globalizzazione dei
mercati e delle menti). Una mutazione che sta scoperchiando
un “pentolone” pieno di emergenze epocali
generate da questa ricorrente ingiustizia: le povertà
(economiche e culturali: destino ancora di molti) aumentano
in funzione della crescita stessa delle ricchezze (economiche
e culturali: attualmente a disposizione di pochi). Quali
sono le fondamentali emergenze epocali di cui è
riprovevole testimone un pianeta-terra da poco sbarcato
sulle spiagge del terzo millennio? Ineludibili e improcrastinabili
- se osservate con le lenti “valoriali” della
cooperazione, della solidarietà, dell’uguaglianza,
della giustizia, della pace - ci sembrano le emergenze
che fanno tutt’uno con la collana dei diritti (sociali
e civili) che vorremmo brillasse sul collo di ogni abitante
del nostro pianeta: il lavoro, la casa, il cibo, la salute,
la cittadinanza. A questo microset di emergenze, noi ne
aggiungiamo un’altra, anche questa ineludibile e
improcrastinabile: l’educazione.
Perché l’educazione si presenta sul palcoscenico
del duemila come emergenza epocale? Perché se il
pianeta-terra non investirà urgentemente in educazione
rischierà di allargare la “forbice”
tra umanità colta (ricca) e incolta (povera). E
perché, soprattutto, l’educazione è
a difesa del soggetto-persona (inviolabile e irripetibile)
contro l’incubo dell’uomo-massa (manipolabile
e omologabile) titolare di un encefalogramma piatto: la
mente unica. Il monopensiero genera un’umanità
modellata e standardizzata (è l’uomo “utile”,
in serie) nei suoi comportamenti quotidiani: affettivi,
cognitivi, creativi, etico-sociali. Un’umanità
reificata che dà scena ai fantasmi dell’uomo
ad una dimensione marcusiano e all’uomo rotondo
e in- piccolo niciano.
Se l’educazione è una delle autostrade intitolate
alle emergenze epocali, la Pedagogia è la sola
vettura di viaggio capace di giungere, senza rallentamenti
e ritardi, al traguardo del soggetto-persona. Questo perché
è dotata di uno “sguardo” a trecentosessanta
gradi, con il quale è possibile un’interpretazione
ecosistemica della vita personale. Come dire, la Pedagogia
combatte tutto ciò che porta a rimpicciolire e
a depauperare il piano esistenziale della persona. Il
che avviene quando si riducono le cifre della sua “singolarità”.
Le parole e la musica di Francesco Guccini danno voce
a questa Pedagogia, geneticamente di segno “plurale”:
per vocazione culturale, per fondazione scientifica, per
orizzonte progettuale. E’ una Pedagogia che conteggia
le cifre della discrezione: è antiautoritaria e
antidogmatica. Porta i colori della diversità,
è rispettosa dei tempi di crescita dei giovani,
è impegnata sui processi più che sui “prodotti”
dell’azione educativa.
A partire da questo “posizionamento” gucciniano
a favore di una Pedagogia illuminata dal raggio della
discrezione possiamo affermare che nel suo cielo educativo
appare ben visibile una “galassia” popolata
di giovani della ragione: equipaggiati sì di emozioni-sentimenti-lievità
esistenziali, ma corredati anche di corporeità-logica-cultura
antropologica. E’ una “galassia” che
allude ad una nuova generazione dotata di sangue sociale,
di voglia di conoscere, di partecipare e di trasformare
il proprio mondo di cose e di valori.
Francesco Guccini scommette molte delle sue fiches educative
su una roulette che porta i numeri dell’impegno,
della cooperazione, della solidarietà e della responsabilità.
Sono le sue parole-più, preziosissime per far sì
che le giovani generazioni non si smarriscano (o si perdano)
nel cupo tunnel dei disvalori che stanno inquinando e
imbarbarendo questa nostra società postindustriale
e postmodernista.
Testimoniano questo sentiero pedagogico molte sue canzoni.
Di due di queste (Via Paolo Fabbri 43 e Black out) daremo
voce a quei versi che richiamano ai valori della persona
nel segno della libertà, della mente plurale e
dell’utopia.
Via Paolo Fabbri 43
Gli arguti intellettuali
trancian pezzi e manuali,
poi stremati
fanno cure di cinismo,
son pallidi nei visi e
hanno deboli sorrisi
solo se si parla
di strutturalismo
in fondo mi sono simpatici
da quando ho incontrato Descartes
ma pensa se le canzonette
me le recensisse Roland Barthes.
Se fossi accademico,
fossi
maestro o dottore
ti insignerei in toga di quindici
lauree ad honorem
ma a scuola ero scarso in latino
e il “pop” non è fatto per me
ti diplomerò in canti e in vino
qui in Via Paolo Fabbri 43).
Black out
La luce è andata ancora via,
ma la stufa è accesa e così sia
a casa mia tu dormirai ma quali sogni
sognerai
con questa luna che spaccherà in due
le mie risate e le ombre tue
i miei cavalli e i miei fanti
il tuo esser sordo ed i tuoi canti
tutti i ghiaccioli appesi ai fili
tutti i miei giochi e i miei monili
i campanili i pazzi i santi e l’allegria.
E non andrà il televisore,
cosa faremo in queste ore?
Rumore attorno non si sente,
corriamo a immaginar la gente
giochiamo a fare gli incubi indiscreti,
curiosi d’ozi e di segreti,
di quei pensieri quotidiani
che a notte il sonno fa lontani
o che nel sogno sopra a un viso,
diventan urlo o un sorriso
il paradiso, inferno, mani,
l’odio e l’amore…
…Su sveglia e guardati d’attorno,
sta già arrivando il nuovo giorno
lo storno e il merlo son già in giro,
non vorrai fare come il ghiro
non c’è black-out e tutto è ormai
finito,
e il vecchio frigo è ripartito
con i suoi toni rochi e tristi
scatarra versi futuristi
lo so siam svegli ormai da allora,
ma qualche cosa manca ancora
finiamo in gloria amore mio,
e dopo, a giorno fatto,
dormo anch’io.
Guccini e il pianeta giovani
Le domande sono un po’ queste. Qual
è la percezione che i giovani hanno della propria
condizione esistenziale generata dall’odierna società
delle globalizzazioni? Quali sono i paesaggi della “cittadinanza”
(gli specchi rubati: le loro speranze e le loro utopie)
che scorrono nei fotogrammi quotidiani della stagione
giovanile?
Questi interrogativi ci sembrano ineludibili, oggi, proprio
perché la questione giovanile si configura come
la cassa di risonanza più emblematica e squillante
(è la punta di un iceberg) della fitta trama di
ingiustizie-sfruttamenti-emarginazioni che indebolisce
- fino a strapparlo - il tessuto socioculturale e valoriale
di una stagione storica che da poco ha varcato le frontiere
del terzo millennio.
A partire da questo scenario interpretativo, Francesco
Guccini dà palcoscenico e voce alla “denuncia”-
tutta pedagogica - (questo balcone di osservazione, la
Pedagogia, spiega la straordinaria longevità del
suo mondo musicale) del duplice disagio che la ricerca
scientifica più accreditata coglie all’interno
dell’universo giovanile.
Prima fonte di disagio: l’estraneazione
come età giovanile senza cittadinanza
Questa prima cifra di precarietà
esistenziale fa tutt’uno con questa sofferta condizione
identitaria. Essere-giovani significa avvertire sulla
propria pelle il segno della marginalità e dell’incomunicabilità,
generate da un mondo avvolto nel silenzio, dove la parola
è negata e il dialogo “strappato”:
il che produce un acuto sentimento di smarrimento e di
sgomento esistenziale.
Il continente giovanile si trova oggi di fronte ad uno
scenario istituzionale e sociale (la famiglia, la scuola,
il mondo del lavoro, i partiti politici) che sta accentuando
la storica divaricazione tra chi controlla queste agenzie
e chi intende accedervi, tra la scarsa permeabilità
delle istituzioni sociali e la forte domanda di partecipazione
dei giovani.
Tenuti fuori dai cancelli della cittadinanza-partecipazione,
respinti nella loro voglia di contare, i ragazzi e le
ragazze rispondono, in un primo momento, con la reazione
a caldo della contestazione, della protesta, della ribellione,
e, successivamente, con il linguaggio della rinuncia,
del disimpegno e persino del qualunquismo. Questo primo
“spettro” - l’esclusione e l’incomunicabilità
tra le età generazionali - occupa abusivamente
i punti nevralgici della stagione giovanile.
L’albero della contestazione e poi quello del disimpegno
hanno radici colpevoli nell’odierno sistema formativo:
scolastico ed extrascolastico.
Dentro i circuiti formativi della scuola, l’allievo
raramente incontra un’istruzione corredata di fonti
storico-antropologiche e di saperi tecnologico-scientifici.
E’ cronica la sua indisponibilità all’ingresso
e alla legittimazione dei linguaggi che popolano questa
nostra latitudine temporale. Con il risultato fallimentare
di farsi banca di conservazione di un’istruzione
depositaria, inattuale, calcificata.
Dentro i circuiti formativi dell’extrascuola, il
giovane rischia di estinguere la propria identità
sociale e pubblica sotto l’incalzare prepotente
dell’industria culturale di massa che diffonde il
virus dell’ estraneazione rinchiudendo la propria
utenza dentro ad un mondo mercificato, plastificato e
patinato. E’ una gioventù sempre più
immagine spettacolo consumo. E sempre meno presenza reale,
viva, sanguigna nella società: occasione quotidiana
di incontro, di dialogo, scambio di idee e di sogni.
Questo primo tracciato esistenziale intitolato al disagio
(generato dalla marginalizzazione e dall’incomunicabilità)
trova in Francesco Guccini un cantastorie della protesta,
della rabbia, dei disincanti, degli scacchi, delle rinunce
che danno identità al pianeta giovani.
Su questa stagione generazionale, Guccini aggiunge una
scommessa pedagogica: questo mondo vitale, sano, disilluso
contiene in sé l’utopia di una società
nuova, migliore: possibile soltanto partecipando, impegnandosi,
stando dentro ai processi della storia e alle transizioni
delle società.
Testimoniano questo sentiero pedagogico molte sue canzoni.
Di due di queste (Cirano e il Vecchio e il bambino), daremo
voce a quei versi che richiamano sia alla condizione esistenziale
dell’essere fuori (l’estraneazione), sia alla
speranza dell’essere dentro (la comunicazione e
la partecipazione) all’odierna società complessa
e del cambiamento. transizione.
Cirano
Facciamola
finita, venite tutti avanti
Nuovi protagonisti, politici rampanti;
venite portaborse, ruffiani e mezze calze,
feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto
del qualunquismo un arte;
coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese
in questo benedetto assurdo bel paese…
…
le verità cercate per terra, da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti,
per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Ai dogmi e ai pregiudizi da
sempre
non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco.
Il Vecchio e il bambino
Un
vecchio e un bambino si presero per mano
e andarono insieme incontro alla sera …
…
I due camminavano, il giorno cadeva
il vecchio parlava e piano piangeva.
Con l’anima assente, con gli occhi bagnati
seguiva il ricordo di miti passati.
I vecchi subiscono le ingiurie degli anni
non sanno distinguere il vero dai sogni,
i vecchi non sanno, nel loro pensiero
distinguere nei sogni il falso dal vero.
E il vecchio diceva, guardando lontano
“Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti, immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori.
E in questa pianura fin dove si perde
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell’uomo e delle stagioni.
Il
bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste,
e poi disse al vecchio con voce sognante
“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”
Seconda fonte di disagio: la defuturizzazione
come stagione giovanile senza domani
Questa seconda cifra di precarietà
esistenziale fa tutt’uno con questa sofferta percezione
assiologica. Essere-giovani significa avvertire sulla
propria pelle il brivido della “defuturizzazione”,
generata da una società vuota di domani: spoglia
di cifre etico-valoriali e miope quanto a sguardo prospettico
sul futuro. Davanti al mondo giovanile si spalanca una
società priva di cieli stellati, di volte celesti
punteggiate di progettualità esistenziali e di
nuove utopie. In questo nostro paesaggio socioculturale
cosparso delle “tagliole” della dissoluzione
e della decomposizione morale, il destino della quarta
infanzia sembra irreversibilmente quello dello “smarrimento”:
costretta come si trova a dovere costruire proprie Tavole
sociali e morali senza potere disporre di saldi puntelli
di appoggio. Come dire. E’ una adolescenza costretta
ad inoltrarsi - da sola - nell’intricato sentiero
che porta alle spiagge delle opzioni individuali e collettive.
Guccini dà risposta alla domanda di assiologie
e di futuro dei giovani.
Le prime in Francesco spesso si nutrono di miti, a partire
da quella stagione poetica nella quale fece rientrare
in questa sfera anche quella giustizia proletaria che
ebbe a lungo sulle spalle la responsabilità di
avere frantumato l’innocenza di una generazione
e delle sue vittime. Molto più pedagogica è
la sua “fede cieca in poveri miti”, come dicono
i versi di Lettera che concluderà questa laudatio.
Dove nel mito c’è la condensazione della
radicale ambiguità di ogni ideologia, perché
con la sua prometeica pretesa di catturare la realtà
spesso la distrugge. Contro il mito c’è la
realtà: quella della “piccola città,
bastardo posto” dell’appenino e di quella
frontiera misteriosa che sta fra la via Emilia e il West,
nella quale Guccini propone di ritrovare radici e alberi
della vita.
Quando si incammina lungo le frontiere del futuro, Francesco
si fa cantastorie raffinatissimo. La sua poesia si fa
ancora più alta, perché si fa appello alla
costruzione di un domani fatto di coscienze molto attente
e sensibili alle nostre radici.
A partire dai massacri di massa che hanno funestato la
storia recente, ma anche dai valori costruiti da donne
e da uomini senza volto, senza potere: ma pronti a dare
sudore e fatica, spesso anche la vita, pur di potere credere
in un mondo nuovo, fatto di donne e uomini nuovi.
E le sue note e i suoi versi si alzano al cielo per richiamare
tutti i giovani del mondo ad essere già nel futuro,
a rivolgere il proprio sguardo sulle possibili vallate
incantate della società di domani.
Testimoniano questo sentiero pedagogico molte sue canzoni.
Di due di queste (Auschwitz e L’isola non trovata)
daremo voce a quei versi che richiamano ad un futuro possibile.
A patto che non sia rimosso il passato, a partire dalla
memoria delle suebarbare tragedie come quella dell’olocausto.
Un futuro dove i giovani sono i custodi naturali degli
inalienabili valori universali della dignità, del
rispetto, della diversità e dell’inviolabilità
della persona umana.
Auschwitz
Son
morto ch’ero bambino
son morto con altri cento
passato per un camino
e ora sono nel vento
Ad Auschwitz c’era la neve
il fumo saliva lento
nei campi tante persone
che ora sono nel vento
Nei campi tante persone
ma un solo grande silenzio
che strano non ho imparato
a sorridere qui nel vento
Io chiedo come può un uomo
uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni
in polvere qui nel vento
Ancora tuona il cannone
ancora non è contenta
di sangue la bestia umana
ancora ci porta il vento
Io chiedo quando sarà
che un uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare
e il vento si poserà.
L’isola non trovata
Ma bella più di tutte è
l’isola non trovata,
appare a volte avvolta di foschia magica, e bella,
ma se il pilota avanza su mari misteriosi
è già volata via
tingendosi d’azzurro color di lontananza.
Siamo all’ultimo ramo dell’albero
pedagogico di Francesco Guccini. Il suo nome è
Lettera. Sono i versi che custodiscono la sua teleologia.
Che testimoniano il senso e il significato dell’indecifrabile
e misterioso libro della vita.
Lettera
“…Come vedi tutto è
usuale, solo che il tempo chiude la borsa e c’è
il sospetto che sia triviale l’affanno e l’ansimo
dopo una corsa, l’ansia volgare del giorno dopo,
la fine triste della partita, il lento scorrere senza
uno scopo di questa cosa che chiami vita”.
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