I mondi invisibili di Italo Calvino
Lo scontro tra città reale e città ideale
Laura Detti

Un filo rosso guida tutti i saggi di Calvino, il rapporto tra mondo scritto e mondo non scritto, tra letteratura e mondo reale.
Il che vuol dire confrontarsi con presenze e assenze, con valori opposti in continua tensione tra loro, con un linguaggio che rincorre il mondo ma non riesce mai a raggiungerlo


Pier Paolo Pasolini scrivendo nel 1973 delle Città invisibili di Italo Calvino diceva: “[…] nella letteratura archeologica di Calvino, è saltato fuori il platonismo, sotto il cui segno quella letteratura è nata. Tutte le città che Calvino sogna, in infinite forme, nascono invariabilmente dallo scontro tra una città ideale e una città reale: questo scontro ha il solo effetto di rendere surrealistica la città reale, ma non si risolve storicamente in nulla”. Prendiamo spunto dalle parole di Pasolini, anche se si riferiscono ad una sola opera di Calvino, perché toccano un punto particolarmente significativo per la comprensione della poetica calviniana.
Stiamo parlando del rapporto tra mondo scritto e mondo non scritto, tra letteratura e mondo.


Mondo scritto e mondo non scritto

A confermarci l’idea che questo aspetto sia fondamentale nel percorso letterario di Italo Calvino è lo stesso Calvino. In diversi suoi saggi infatti lo scrittore si pone come critico di se stesso, offre al lettore la sua visione della letteratura, la visione che ha accompagnato, che ha fondato la sua produzione narrativa. In queste “confessioni”, che in alcuni casi sono diventate delle vere e proprie opere, si pensi alle Lezioni americane, il rapporto tra mondo scritto e mondo non scritto, tra mondo letterario e quotidiano viene citato, presentato spesso come un nodo fondamentale. La complessità e la drammaticità, caratteristiche che si evincono dalle parole dello stesso scrittore, del rapporto tra mondo scritto e mondo non scritto sembra una delle radici determinanti da cui trae origine lo stile narrativo, la sperimentazione letteraria, il “fantastico” di Italo Calvino.
In una conferenza alla New York University nel 1983, intitolata per l’appunto Mondo scritto e mondo non scritto, espressione che ha dato il titolo anche ad una raccolta di saggi dello scrittore, Calvino dichiarava: “[…] Nella mia esperienza la spinta a scrivere è sempre legata alla mancanza di qualcosa che si vorrebbe conoscere e possedere, qualcosa che ci sfugge. […] In un certo senso, credo che sempre scriviamo di qualcosa che non sappiamo: scriviamo per rendere possibile al mondo non scritto di esprimersi attraverso di noi. Nel momento in cui la mia attenzione si sposta dall’ordine regolare delle righe scritte e segue la mobile complessità che nessuna frase può contenere o esaurire, mi sento vicino a capire che dall’altro lato delle parole c’è qualcosa che cerca d’uscire dal silenzio, il significato attraverso il linguaggio, come battendo colpi su un muro di prigione”. Partiamo da questo intervento perché è quello in cui Calvino sembra mostrare in modo più chiaro e diretto l’interesse per la questione del rapporto tra il linguaggio e il mondo. Il passo citato conclude la conferenza. E’ una conclusione che finisce col proporre la questione della relazione tra mondo scritto e mondo non scritto come qualcosa di aperto, irrisolvibile nell’una o nell’altra parte. In fondo, sembra dire Calvino, scriviamo proprio perché questa relazione è irrisolvibile. Il linguaggio dice Calvino, con toni di sapore wittgensteiniano, non esaurisce il mondo, cerca di uscire dal silenzio che lo imprigiona ma non ci riesce. Ciò vuol dire che la questione della relazione tra mondo e linguaggio non può che rimanere questione aperta, nel senso di viva e attiva.
La conclusione dell’intervento arriva dopo una rapida analisi di diversi argomenti legati a questa tematica. Dalla citazione delle correnti filosofiche che si occupano del rapporto tra il linguaggio e il mondo, al ruolo dei mass-media nell’osservazione e nella comprensione del mondo, all’osservazione diretta del mondo da parte degli individui. Dopo questa rapida, quasi accennata, analisi, Calvino approda alla letteratura.
Qual è allora il giusto modo per parlare del mondo? Si chiede. “La vera sfida per uno scrittore - scrive ad un certo punto - è parlare dell’intricato groviglio della nostra situazione usando un linguaggio che sembri tanto trasparente da creare un senso d’allucinazione, come è riuscito a fare Kafka”. E cosa intende Calvino per linguaggio trasparente? Nella conferenza Mondo scritto e mondo non scritto l’autore comincia una trattazione - che poi si ritrova in modo ampliato e approfondito nelle Lezioni americane - della “descrizione” come tecnica letteraria. Una descrizione, però, che non è la descrizione del mondo. E’ una descrizione, dice Calvino, rifacendosi alle esperienze della poesia del Novecento, minuziosa, in cui poniamo “tutto il nostro amore per il dettaglio”. Una descrizione che rende il nostro linguaggio così trasparente, quasi allucinatorio, come dice lo scrittore, da mostrare cose, oggetti presi dal mondo reale ma lontanissimi “da ogni immagine umana”. “Cerco di fare in modo - scrive ancora Calvino a proposito di Palomar - che la descrizione diventi racconto, pur restando descrizione”. Insomma, sto raccontando il mondo, ma vi sto dicendo qualcosa che è molto lontano dal mondo, qualcosa che è poi non altro che il “fantastico”.
Calvino dichiara di non essere un buon osservatore, di non ricordare ciò che del mondo ha osservato. La soluzione, dice, è osservare e descrivere allo stesso tempo. Ovvero, scrivere per immagini. Ma non immagini che siano fotografie, istantanee del mondo reale.
La descrizione di Calvino sembra somigliare ad un dipinto di parole. Le immagini sono qualcosa che già si allontanano dal mondo, per definirle si potrebbe usare il termine di immagini interne, mentali. E’ per questo che la descrizione non è descrizione dell’oggetto reale: è una descrizione che nasce nel momento stesso in cui scriviamo, una descrizione, appunto, che è racconto pur restando descrizione.
Si parte dal mondo non scritto, perché è da lì che nasce l’urgenza dello scrittore, ma si approda al “fantastico”, che poi per Calvino è la letteratura.
A Calvino non resta che concludere, come abbiamo visto nel passo sopracitato, che il rapporto tra mondo scritto e mondo non scritto non è risolvibile, è una questione aperta, è ciò ci permette di scrivere. Di nuovo le parole di Pier Paolo Pasolini risultano illuminanti. E’ così che lo scrittore contemporaneo ad Italo Calvino concludeva il suo omaggio alle Città invisibili: “Calvino non inventa nulla, tanto per inventare: semplicemente si concentra su un’impressione reale - uno dei tanti choc intollerabili, che meriggi o crepuscoli, mezze stagioni o canicole, ci causano negli angoli più impensati o più famigliari delle città note o ignote in cui viviamo - e, pur sentendolo in tutta la qualità struggente di sogno, lo analizza: i pezzi separati, smontati, di tale analisi, vengono riproiettati nel vuoto e nel silenzio cosmico in cui la fantasia ricostruisce, appunto, i sogni. E’ sempre dunque una ‘base’ di sensibilità reale che fornisce materia per i ‘vertici’ poetici e ideologici di Calvino”.
La conferenza alla New York University del 1983 si mostra particolarmente significativa perché da un percorso variegato, ma molto lineare, che parte dalla trattazione del rapporto tra il linguaggio e il mondo, Calvino giunge alla sua idea del “fantastico”, quel fantastico che poi si ritrova nella sua narrativa, nelle sue storie, quel fantastico che è il suo raccontare. Queste tematiche e queste argomentazioni vengono riprese, si diceva, ampliate e approfondite nelle Lezioni americane, sei proposte per il prossimo millennio - la nota opera saggistica pubblicata postuma - che contiene il ciclo di conferenze che l’autore aveva preparato per tenere le Charles Eliot Norton Poetry Lectures all’Università di Harvard.


Togliere peso al mondo

Proporre qui una analisi delle Lezioni americane non è possibile per ragioni di spazio, per la complessità che contiene l’opera, per la quantità di questioni qui affrontate. Ciò che però è interessante sottolineare è che leggendo quest’opera si ritrova spesso, come se rappresentasse un filo rosso che guida tutti i saggi, la necessità di Calvino di confrontarsi con presenze e assenze, con valori opposti in continua tensione tra loro, con un linguaggio che rincorre il mondo ma non riesce mai a raggiungerlo. Insomma, da questi saggi sembra emergere quell’ideologia platonizzante di cui parla Pasolini. E non si tratta di una riflessione a margine, uno dei molteplici argomenti che Calvino affronta nelle sue lezioni. Al contrario sembra un tratto caratterizzante, un filo rosso, per l’appunto, che percorre tutti i saggi.
Come è noto, Calvino dedica ognuna delle sue lezioni ad una caratteristica letteraria e ad un “valore” della letteratura, come dice lo stesso autore, da portare nello scenario del nuovo millennio: le cinque relazioni sono dedicate a Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità e Molteplicità (sembra che lo scrittore avesse programmato, in realtà, sei lezioni e l’ultima, doveva essere dedicata alla “Consistency”). Prenderemo in esame in particolare il capitolo sulla “Leggerezza”, anche se, come abbiamo detto, il rapporto tra mondo scritto e mondo non scritto percorre tutte le pagine di quest’opera.
La tensione tra mondo e letteratura sembra presentarsi come urgenza letteraria sin dall’inizio nel percorso di Italo Calvino.
Nelle prime pagine delle Lezioni americane dedicate alla “Leggerezza” l’autore, riferendosi all’inizio della sua esperienza di scrittore, ci dice: “Cercavo di cogliere una sintonia tra il movimentato spettacolo del mondo, ora drammatico ora grottesco, e il ritmo interiore picaresco e avventuroso che mi spingeva a scrivere. Presto mi sono accorto che tra i fatti della vita che avrebbero dovuto essere la mia materia prima e l’agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura c’era un divario che mi costava sempre più sforzo da superare. Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo: qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle”.
Tutto il capitolo sulla leggerezza è dedicata alla ricerca di Calvino di una scrittura che tolga peso al mondo, una scrittura che dia la possibilità all’autore di ergersi come una Perseo dai sandali alati (l’immagine è usata dallo stesso Calvino) per far sì che le proprie immagini non si lascino “dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro…”. Ma la ricerca di leggerezza, proprio perché parte dalla pesantezza del mondo, non porta alla negazione della pesantezza stessa.
Per ribadirlo Calvino usa di nuovo le immagini del mito di Perseo, l’unico eroe che riesce a tagliare la testa di Medusa. “Perseo - si legge nelle Lezioni americane - riesce a padroneggiare quel volto tremendo tenendolo nascosto, come prima l’aveva vinto guardandolo nello specchio.


La forza della fantasia

E’ sempre in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perseo, ma non in un rifiuto della realtà del mondo di mostri in cui gli è toccato di vivere, una realtà che egli porta con sé, che assume come proprio fardello”.
Del rapporto vivo e attivo tra i valori opposti Calvino parla anche nel capitolo dedicato alla ”Rapidità”. “Ogni valore che scelgo come tema delle mie conferenze - si legge - l’ho detto in principio, non pretende di escludere il valore contrario: come nel mio elogio della leggerezza era implicito il mio rispetto per il peso, così questa apologia della rapidità non pretende di negare i piaceri dell’indugio”.
La letteratura, il fantastico per sorgere hanno bisogno quindi che il mondo venga non negato ma guardato, o meglio rappresentato, trasversalmente, obliquamente, ovvero non direttamente. Di nuovo emerge la questione dell’immagine. La letteratura per Calvino parla per immagini, ci offre immagini, immagini che sono sì tratte dal mondo ma sono qualcosa d’altro da esso, si ergono sopra di esso, volando leggere.
La lezione sulla leggerezza termina non a caso con Kafka, quel Kafka che avevamo ritrovato nella relazione Mondo scritto e mondo non scritto. Calvino fa riferimento ad un racconto di Kafka intitolato Der Kübelreiter, “Il cavaliere del secchio”, in cui il protagonista, che è poi lo scrittore stesso, esce per andare a cercare il carbone con un secchio vuoto, un secchio che ad un certo punto gli farà da cavallo, lo farà sollevare e lo porterà a vagare in alto. Questo secchio vuoto “segno di privazione e desiderio e ricerca” sembra non riempirsi mai, dice Calvino, anche perché da pieno non permetterebbe al cavaliere di volare. Sembra che Calvino utilizzi queste immagini per volerci dire: se riempiamo la relazione tra mondo scritto e mondo non scritto, se scegliamo la leggerezza al peso o il peso alla leggerezza, se riempiamo quello spazio che ci permette di pensare questi due valori come separati, smetteremo di volare, smetteremo di fare letteratura, smetteremo di creare il “fantastico”.
La conclusione del capitolo sulla leggerezza ha il tono della speranza: “Così a cavallo del nostro secchio ci affacceremo al nuovo millennio, senza sperare di trovarvi nulla di più di quello che saremo capaci di portarvi.
La leggerezza per esempio, le cui virtù questa conferenza ha cercato di illustrare
”.

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