Un
racconto di Pontiggia sull'handicap
Padre due volte
Laura Cerrocchi
Nel
romanzo di Pontiggia un bambino portatore di handicap
cambia, in meglio, la vita di un genitore. Come è
possibile? Attraverso la rivisitazione della diversità,
riconosciuta piuttosto che negata, padre e figlio scoprono
la possibilità di nuovi rapporti.
A partire da quei meccanismi che negano la normalità
Il
romanzo di Giuseppe Pontiggia, Nati due volte
(Mondadori, Milano 2000) narra la sciagurata conduzione
di un parto che fa del professor Frigerio, insegnante
presso un Istituto d’Arte, il padre di un figlio
disabile. L’affinità autobiografica, nell’acquisizione
della dolorosa consapevolezza di questa faticosa paternità,
consente all’autore, tramite il protagonista principale,
di muoversi costantemente attraverso autoanalisi e analisi
di personaggi e di relazioni. Così, tra la competenza
professionale di un docente e l’intelligenza e gli
affetti sofferti di un padre coinvolto in prima persona,
i meccanismi di analisi messi in campo permettono di cogliere
quel dinamismo storicizzato che più verosimilmente
da modo alla vita reale di emanciparsi dai determinismi
del macrosistema (società) e del microsistema (famiglia,
scuola, associazioni, etc.) per aprirsi al possibile,
al cambiamento, all’educabilità di sé
e degli altri.
La colpa
L’ingiunzione a non emozionarsi, situata nel costume
e perpetuata dai mille anni di educazione maschile, viene
messa in un attimo a dura prova dai sentimenti di colpa,
dal senso di frustrazione e dalla sensazione di impotenza
che costanti accompagneranno il professor Frigerio nella
sua paternità. Si mescolano così: un’amante
riapparsa mentre sua moglie aspettava il bambino; la sua
colpa a non avergli resistito; la colpa condivisa di sua
moglie ad averlo indotto ad una relazione esterna, colpa
che, però, agli occhi di Frigerio appare (e/o deve
apparire) meno importante. E’ la sua, infatti, confesserà
all’amante ignara mentre la congeda, ad essere la
colpa più grave: Franca aveva scoperto dell’altra
proprio durante la gravidanza. Nessun medico può
escludere il ruolo di questa presa di coscienza sull’esito
del parto. Emergono così le contraddizioni: mentre
per Frigerio (preda dei suoi sensi di colpa) questo non
doveva accadere proprio a sua moglie, ferita così
nella sua parte più debole; la moglie fa fronte
al tradimento mostrandosi più forte del marito
nei suoi ruoli parentali. Sarà lui, infatti, che
al limite della resistenza, per ridurre sensi di colpa
e frustrazioni e per reggere ai suoi doveri di marito
e di padre ad aver bisogno di essere meno presente, di
non implicarsi, di conservare spazi privilegiati di libertà.
E’ così che Frigerio, per uscire da quel
dubbio troppo grande legato alla nascita di suo figlio
e da un senso di impotenza cronicizzato che lo induce
a scappare da una stanza di giocattoli mancati, di disperazione
positiva, di speranza angosciata, sceglierà di
interrompere la sua relazione extraconiugale. In un mondo
efficientista, per il quale tutti stiamo diventando disabili,
questo sarà l’input per impegnarsi a far
nascere suo figlio una seconda volta e a far rinascere
se stesso come padre.
Paolo, infatti, dovrà nascere due volte. La prima
nascita è stata quella biologica che lo ha consegnato
segnato da un disagio fisicamente insanabile, impreparato
ad una vita impostata su ritmi standard diversi dai suoi.
Poi sarà obbligato ad imparare a muoversi in un
mondo che la prima nascita ha reso più difficile.
In questa seconda nascita la strada impervia, documentata
dagli sforzi, dai successi e dai fallimenti, e la pena
per farsi accettare in quel mondo di presunta normalità
che gli sfugge, corrisponde, per lui (e più in
generale, secondo la lezione narrativa di Pontiggia, per
chi è fisicamente e/o psichicamente diverso), all’essere
accettato e corrisposto nei suoi bisogni specifici (quelli
dichiarati e quelli che gli dovranno essere attribuiti)
da un ambiente affettivamente e cognitivamente intelligente.
La scrittura preferisce registrare le fenomenologie che
precedono, accompagnano e succedono gli eventi stessi.
Attori principali diventano le autopercezioni e le rappresentazioni
reciproche dei personaggi: dai limiti estremi dell’invadente
guardare degli altri, alla dolorosa consapevolezza compagna
di Paolo che lo induce a replicare a suo padre “se
ti vergogni, puoi camminare a distanza. Non preoccuparti
per me”.
I personaggi, i ruoli, le relazioni rappresentano possibili
modalità di rapportarsi quotidianamente all’handicap,
esemplificano profili specifici, stereotipi, ingiunzioni,
che rintracciamo nel loro segno positivo (la competenza
scientifica, l’amore utile, l’aiuto intelligente,
etc.) o negativo (l’incompetenza, l’ostilità,
l’aiuto distorto, etc.).
Bisogni speciali
La
variegata palestra nella quale, il padre-professor Frigerio,
impara ad allenarsi, a demolire o a costruire verità
dinamiche è caratterizzata da personaggi che appartengono
a differenti contesti.
Da un lato, ci sono gli sono attori che a diverso titolo
appartengono alle istituzioni esterne alla famiglia (medici
specialisti, docenti, studenti, direttore, preside, genitori,
amante, ma anche semplici sconosciuti passanti, etc.),
dall’altro lato, ci sono i famigliari stessi (padre,
madre, fratello, nonni).
In mezzo a tutti c’è Paolo, con i suoi bisogni
speciali, impegnato nei continui passaggi tra vecchie
dipendenze e nuove autonomie cognitive, sociali, motorie.
Paolo impara a far economia lucida delle sue risorse;
rimprovera e protegge suo padre dal rimprovero; piange
con le mani aggrappate al pavimento, come se anche questo
dovesse sfuggirgli; smette di pensare quasi a voler sbagliare
quando il padre gli chiede di pensare; all’unisono
con il padre si fa felice quando si parla di più
degli uomini e delle donne e meno di lui; si sente dire
“non è che non ti credessi, speravo in te,
ma non volevo illudermi, sennò sarei diventato
insofferente ad ogni tuo sbaglio. Perciò contro
il mio sentimento preferivo disperare. Capisci?”
Ancora. Paolo si sente dire “non me lo aspettavo”:
frase che gli causava quel dispiacere proprio del riaprire
una ferita che voleva chiudere; giustifica ad una beffa
ricevuta: “l’ha fatto perché sono un
disabile”; più realista del padre considera
che la preghiera non è magia. Infine, c’è
Paolo, che, punito al pari di qualsiasi ragazzo della
sua età per il trascurato controllo di una macchina
fotografica, si sente trattato da uomo a uomo.
Una smorfia di sofferenza
Arriva
alla scuola superiore, e nella sofferenza, relazionato
da persona matura, più matura di quanto non lo
siano e non lo credano gli altri, Paolo si forma e forma:
“dapprima respinge poi attira. Ha imparato per talento
naturale e per esperienza che dagli altri bisogna farsi
perdonare non solo i nostri beni, ma anche i nostri mali.
Perciò guarda con fiducia gli altri sapendo che
è il primo modo di suscitarla”.
Ecco allora la diversità rivisitata, riconosciuta
piuttosto che negata a partire da quei meccanismi che
cominciano a negare la normalità perfino nel linguaggio.
Paolo si accorge di essere guardato, l’impressione
è che arranchi con una smorfia di sofferenza, ma
è abituato e più verosimilmente sta soltanto
cercando di mantenere l’equilibrio. E’ il
padre a non rassegnarsi. Una smorfia di sofferenza li
unisce, a distanza.
Paolo esemplifica il diverso che imperdonabilmente ci
fa sentire diversi. Tante cose di lui passano per vie
meno ufficiali dei linguaggi più comunemente in
uso, ma servirà molto tempo per capirlo. Non può
essere considerato uguale agli altri, perché questo
corrisponderebbe ad una discriminazione per gli altri
e ad una nuova per lui. Così, chi si prende cura
di lui non può far corrispondere alla differenza
una discriminazione, allo stesso modo, in cui non può
negare le differenze per evitare una discriminazione.
Allora ne consegue la necessità, da un lato, di
combattere quelle differenze che sono limiti o negazioni
ai diritti di benessere, di appartenenza e di cittadinanza
attiva, dall’altro lato, di valorizzare quelle differenze
che sono specificità identitarie e risorse per
promuovere emancipazioni e integrazioni.
La lezione del romanzo
Nei
tempi di Paolo più adulto Frigerio tornerà
a fare i conti con il go-kart di suo figlio. Il go-kart
guardato con occhi golosi dai bambini dell’asilo,
tramutava a quei tempi una inferiorità in superiorità.
Paolo era in quel periodo davanti a loro, l’unico
a possederlo. Si trattava, però di una sensazione
temporanea, precaria, ma “non più illusoria,
di altre che crediamo durevoli”. Frigerio lo ritroverà
molti anni dopo in cantina (ovviamente, luogo di forte
simbolismo), come uno scheletro fossile: gli incuterà
la paura di toccarlo, come fosse la rovina di un sogno.
Il sogno era probabilmente quello di riuscire, prima o
poi, ad avere il figlio che aveva in mente.
Così, più realisticamente, la presa in carico
della cura di un figlio diverso mostra di camminare nella
rinegoziazione continua di una richiesta latente “devi
essere come ti voglio, perché solo così
io posso avere un rapporto con te”.
Da qui la lezione del romanzo. Nascere la seconda volta
significherà, per Paolo, rinascere agli e con gli
altri costruendo identità e appartenenze, mentre
significherà per gli altri, rinascere nei suoi
confronti nelle identità parentali e professionali
e nelle corrispettive modalità relazionali.
Dunque, se quando l’amico affogava Frigerio aveva
detto “io so che senza il mio amico ...mi sarei
salvato”, mentre affermava che non sarebbe stato
vero il contrario e, al racconto di quella occasione qualcuno
aveva dubitato: “la storia però non si fa
con i se”, nelle ultime righe di questo romanzo,
invece Frigerio arriverà a dire: “altre volte
ho provato a chiudere un attimo gli occhi e a riaprirli.
Chi è quel ragazzo che cammina oscillando lungo
il muro? Lo vedo per la prima volta, è un disabile.
Penso a quella che sarebbe stata la mia vita senza di
lui. No, non ci riesco. Possiamo immaginare tante vite,
ma non rinunciare alla nostra. Una volta, mentre lo guardavo
come se lui fosse un altro e io fossi un altro, mi ha
salutato. Sorrideva e si è appoggiato contro il
muro. E’ stato come se ci fossimo incontrati per
sempre, per un attimo”.