L’arte
L'altra mano di Dio
Paolo Cardoni
Gli artisti classici quando dipingevano o affrescavano
narravano. E sapevano come far parlare le immagini.
Raramente si aiutavano con didascalie.
L'Autore ci propone la lettura della vicenda narrata da
Michelangelo nella Cappella Sistina
L'arte figurativa è nata per raccontare. E forse
un tempo chi guardava un dipinto, una volta o una parete
affrescate sapeva capire al volo il significato più
diretto delle immagini che aveva di fronte o sulla testa.
Molto raramente era aiutato da scarne didascalie - tutt’al
più qualche nome e poco altro -, anche perché
saper leggere era ben più raro che saper guardare.
Del resto gli artisti, ad esempio gli autori dei grandi
cicli di affreschi medievali, sapevano bene come far parlare
le immagini. Solo più tardi si cominciò
a porre il problema contrario, vale a dire quello di raccontare
a parole ciò che le immagini per secoli avevano
già raccontato facendone a meno, o quello di spiegare
- o di interpretare - ciò che gli artisti avevano
voluto rappresentare. Storia dell’arte e critica
d’arte nascono quasi assieme per rispondere alle
esigenze di un pubblico sempre più acculturato,
da una parte, e sempre più estraneo, distante,
culturalmente oltre che cronologicamente, dai soggetti
rappresentati, dall’altro…
Da semplici dilettanti della materia ci possiamo accontentare
di ricordare a mo’ d’esempio la straordinaria
opera di Giorgio Vasari nota col rinascimentale titolo
di Le vite de’ più eccellenti architetti,
pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’
tempi nostri, per i tipi di Lorenzo Torrentino, Firenze
1550 (a cura di Luciano Bellossi e Aldo Rossi, Pres. di
G. Previtali, Einaudi, Torino 1986), che contiene fra
l’altro delle eccezionali descrizioni delle figure
dei Profeti e delle Sibille della Sistina. E ai nostri
tempi, quell’altrettanto significativa opera di
Roberto Longhi, che risponde al titolo di Breve ma veridica
storia della pittura italiana, Sansoni, Firenze 1980,
in cui l’analisi tecnico-stilistica delle opere
si avvale di una capacità di lettura e di descrizione
che sembrano veramente ri-creare le immagini che abbiamo
davanti e farcele vedere per la prima volta (si veda,
tra le tantissime, la descrizione del “Pippo Spano”
di Andrea del Castagno, un’opera del 1450, forse
non notissima, che si trova a Firenze, al cenacolo di
Santa Apollonia, o quella della più nota “Sacra
famiglia” del cosiddetto Tondo Doni degli Uffizi).
Oggi che le immagini sembrano parlare da sole, tanto più
che il movimento ha dato loro un vantaggio straordinario
rispetto alla staticità dei dipinti o alla lentezza
della parola-che-analizza, rileggere (o leggere per la
prima volta) queste opere, o altre simili (si veda la
bellissima lettura e quindi il bellissimo racconto della
cinquecentesca “Visione di Sant’Agostino”
del Carpaccio - Venezia, Scuola di S. Giorgio degli Schiavoni
- fatta da Giorgio De Marchis nel libretto Il pittore,
l’umanista e il cagnolino, Einaudi, Torino 2002),
può essere un’esperienza straordinaria, molto
simile a quella che si fa leggendo un romanzo. E’
inutile. Di fronte a certi dipinti si avverte tutta l’incompletezza
dello sguardo-che-corre e si avverte il bisogno di raccontare,
innanzitutto a se stessi, o di farsi raccontare, qualcosa
che pure sta lì, squadernato davanti a tutti, ma
che sarebbe destinato a restare muto. O quanto meno a
non dire tutto. E forse non è un caso se tanti
scrittori hanno descritto dipinti più o meno famosi,
traendone interessanti spunti narrativi (si pensi al dipinto
“La tentazione di Sant’Agostino” di
Rutilio Manetti, nell’omonima chiesa di Siena, rivisitato
a suo modo da Leonardo Sciascia nel suo celeberrimo Todo
modo, edito da Einaudi nel 1974).
Ora, non è certo a questi modelli che intendiamo
rifarci, neanche alla lontana… Ma sfogliando libri
d’arte - e ultimamente non sono mancate certo le
occasioni, viste le continue proposte editoriali che hanno
invaso le edicole - ci è capitato di incappare
in qualcosa che ha messo in moto la riflessione che stiamo
sviluppando.
L’uomo
Tutti,
ma proprio tutti, conoscono la creazione di Adamo, che
Michelangelo ha raffigurato sulla volta della Cappella
Sistina. E tutti, ma proprio tutti tutti, ne conoscono
un particolare, piuttosto piccolo, in fondo, ma straordinariamente
evocativo: gli indici delle mani delle due figure dipinte,
rispettivamente la destra di Dio e la sinistra di Adamo,
che si sfiorano. Quell’indice destro, imperioso,
carico di energia creativa, che sembra attirare a sé
l’indice sinistro di Adamo, che a sua volta sembra
sollevarsi tirandosi dietro tutto il braccio del primo
uomo, ancora molle di creazione, è certamente negli
occhi di tutti. Lo troviamo addirittura sulle magliette
vendute nei grandi magazzini o sul display di certi telefonini.
Già lo è un po’ meno, forse, la direzione
dello sguardo di Adamo, che, per chi non lo avesse presente,
è attratto da quello magnetico del Creatore.
Ma l’altra mano di Dio, mentre la destra infonde
la vita, che fa? Chi sarebbe in grado di dirlo ex abrupto,
o anche dopo qualche riflessione, senza andare a riguardarsi
su qualche libro di storia dell’arte la fotografia
di quell’affresco straordinario? Non è un
quiz da Settimana enigmistica quello che stiamo proponendo,
né si tratta di una sorta dotta scoperta; è
solo un esempio, assolutamente personale, di quel piacere
di raccontare l’arte di cui abbiamo sopra detto.
E come tale speriamo che sia preso.
Ebbene,
l’altra mano di Dio, la sinistra, dunque, si appoggia
con una certa pesantezza sulla spalla destra di un cherubino,
il dito indice puntato sulla - anzi, quasi infilato con
una certa forza nella - clavicola dell’angioletto,
proprio alla base del collo di questi. Questi, dal canto
suo, gira la testa all’indietro, in direzione opposta
rispetto al movimento complessivo della figura di Dio
- che si muove da destra verso sinistra rispetto a chi
guarda -, quasi volesse liberarsi da quella specie di
potente gancio che lo tiene ancorato; è come se
il cherubino, che chiude il novero delle altre figure
che attorniano il creatore - delle quali diremo - venisse
trascinato dal movimento complessivo impresso al gruppo
dalla forza motrice che sta al centro. In una rivisitazione
in chiave fumettistico-parodistico-dissacrante, che si
potrebbe sempre proporre, se non fosse irriverente, la
posa plastica del dio creatore potrebbe richiamare (o
avrà effettivamente ispirato?) certe vignette del
Superman di Siegel-Shuster o di O’Neil-Swan (cfr.
“Chi è Superman” e “Segnali di
stile”, in I Classici del Fumetto di Repubblica,
n. 14, Roma 2003); nel qual caso, al cherubino trascinato
mancherebbe solo un contorno di linee cinetiche a renderne
chiaro e grottesco a un tempo il movimento imposto dal
divino strattonatore…
Il bambino
Il
cherubino refrattario, che volge le spalle alla creazione,
quasi fosse un bambinetto che volesse tornare ai suoi
giochi piuttosto che accompagnare il padre nelle sue fatiche,
non è però l’unica figura minore della
porzione di affresco dominata dal braccio sinistro di
Dio. Questo braccio, infatti, ne avvolge un’altra,
una figura femminile, il cui busto spunta dietro al fianco
possente dell’Eterno. La spalla di questa figura
è nuda, come il seno giovane, che appare schiacciato
nel pesante-possente abbraccio da cui è circondata.
La testa, bellissima, si staglia netta sullo sfondo scuro,
investita dal riverbero luminoso della tunica bianca che
veste il veglio eterno. Dietro a questa testa emblematica
ed enigmatica, il braccio di Dio forma una specie di triangolo,
dal cui vertice superiore, costituito dal gomito, essa
sembra emergere, altera e quasi con un moto di sfida.
Ma c’è dell’altro. Questa testa costituisce
infatti il vero centro di tutta la scena rappresentata
da Michelangelo dietro alla figura obliqua di Dio, in
quello che potremmo definire il “dominio”
del braccio sinistro. Curiosa scena e affollatissima,
cui in genere non si presta molta attenzione, colpiti
come si è - e non si può non essere - dal
messaggio principale indicato, rappresentato, illustrato
dal braccio destro. In essa, sullo sfondo scuro di un
grande mantello-conchiglia, si contano ben dodici figure,
strette attorno al corpo dell’onnipotente, che le
copre tutte. Andrebbero lette e raccontate una per una
- in senso antiorario, si vedono le teste di quattro cherubini
che sporgono dalle spalle di Dio, mentre un quinto spunta
da sotto il suo braccio destro, un sesto e un settimo
sembrano sostenere il volo della grande figura bianca,
e altre quattro, incluso il cherubino refrattario, stanno
attorno al polso e all’avambraccio sinistri -; ma
indubbiamente è la dodicesima figura, la centralissima
testa femminile, che spicca su tutte, dal vertice di quel
triangolo di cui s’è detto.
La donna
E’
una donna o ragazza bellissima e alquanto misteriosa.
Bionda, i capelli raccolti - e quindi “acconciati”,
a significare qualcosa che la allontana dal contesto primigenio
in cui è inserita - il profilo imperioso, la mano
sinistra che sembra aggrappata al braccio di Dio, ha gli
occhi neri fissi in una direzione che va al di là
del Creatore che la contiene col suo abbraccio: seguendone
lo sguardo, si incontra quello di Adamo, il quale è
tuttavia ben lontano, non solo perché figurativamente
è fuori da questa porzione di scena, ma soprattutto
perché lo si direbbe mentalmente del tutto inconsapevole
di questo “secondo” sguardo che lo inquadra.
Adamo è infatti mollemente ancora tutto compreso
solo nello sguardo e nell’atto creatore del Creatore,
mentre la donna-ragazza che lo fissa da lontano è
già “formata”, ha già una sua
autonoma capacità di discernimento, e sembra a
suo modo partecipe dell’atto creativo, che non la
riguarda direttamente, ma che sembra coinvolgerla e forse
turbarla. E il suo sguardo verso Adamo è molto
diverso, per intensità e per forza, da quello dei
cherubini che si affacciano incuriositi a vedere che cosa
si muova laggiù: è uno sguardo “vivo”,
leggermente aggrottato, che esprime sentimenti contrastanti,
si direbbe di sorpresa e quasi di contrarietà.
E’ uno sguardo da ritratto. (E in effetti, la somiglianza
tra questa testa femminile e la Ma-donna della “divina
famiglia di giocolieri” - cfr. R.Longhi, Breve ma
veridica storia della pittura italiana, cit., pag. 116
- del Tondo Doni, ad esempio, che è di qualche
anno prima rispetto alla “Creazione”, è
molto forte, forse anche per l’acconciatura, e lascia
incerti sull’adozione di stereotipi o sull’eventuale
riferimento dell’artista a un modello concreto).
Ma chi è dunque questa donna, che Dio abbraccia,
conchiude, ma che non sembra dominare fino in fondo? Può
essere Eva “in mente Dei”? Di sicuro è
parte integrante della “corte” celeste racchiusa
nel mantello-conchiglia che avvolge tutta questa scena
secondaria. Ma che posto occupi in questa corte pre-cristiana,
che assomiglia a una porzione di Olimpo pagano più
che ad una corte celeste dantescamente ordinata, non è
chiaro. Considerando la posizione, l’abbraccio,
e soprattutto lo sguardo, vigile e preoccupato a un tempo,
viene da pensare che Michelangelo abbia voluto esprimere
un’idea primigenia di donna, qualitativamente diversa
dall’idea di uomo: questo è rappresentato
come già plasmato a immagine e somiglianza di Dio,
quasi attraverso un procedimento di prova ed errore arrivato
al suo compimento, ma ancora privo di vita sua (“vide
che era cosa buona”, si legge…). Quella, invece,
è rappresentata come un’idea già formata,
anche se ancora non materializzata. (E la cosa diventa
anche più intrigante se si pensa che una delle
undici figure angeliche poste attorno a questa dodicesima,
e precisamente quella che sta dietro alla testa della
pseudo-eva, è a sua volta una donna, e sembra bisbigliare
qualcosa all’orecchio di lei…; dettagli peraltro
assolutamente invisibili dal basso, e dunque destinati
a parlare più dell’artista che non a chi
ne avrebbe guardato l’opera da semplice “spettatore”).
Non è necessario scomodare la psicanalisi per pensare
che “Eva in mente Dei” possa essere - nella
lettura michelangiolesca, e quindi in Michelangelo stesso
- addirittura una specie di parte femminile di Dio ancora
non espressa: immagine di Dio, l’uomo, parte di
Dio, la donna.
Il pensiero femminil-femminista sulla differenza di genere
e anche una certa teologia femminile hanno sicuramente
affrontato la questione; e forse la cosa è stata
considerata e risolta dagli studiosi di Michelangelo.
Ma al di là del fatto se la domanda abbia veramente
un senso e sia, comunque, pertinente, resta tuttavia il
piacere di una piccola scoperta nata proprio dalla lettura
di immagini, che ognuno, del resto, può raccontare
come meglio crede…
Per quanto ci riguarda, però, valgono una volta
di più le parole con cui Vasari chiudeva la sua
enorme fatica: “Pigliate dunque quel ch’io
vi dono, e non cercate quel ch’io non posso”.