No, no e poi no!
Laura Detti

L’immobilismo è la caratteristica fondamentale della nostra scuola, tant’è vero che a tutti i tentativi di riforma è stato risposto no.
Roberto Maragliano spiega il perché di questo curioso fenomeno tutto italiano.

La nostra scuola? È restia ai cambiamenti, alle riforme, più o meno radicali, che tentano di darle una nuova veste. È questa la tesi contenuta ne La scuola dei tre no, l’ultimo libro di Roberto Maragliano edito da Laterza. Un’analisi presentata sotto la forma del pamphlet per ragionare sull’ “immobilismo” che sembra colpire il nostro sistema scolastico, per non dimenticare il fatto che i tentativi di riforma proposti nel nostro paese hanno avuto vita breve.
E per sottolineare ancora una volta lo stretto legame tra scuola e politica.
Docente all’Università degli studi Roma Tre, Maragliano dedica all’introduzione delle nuove tecnologie nella scuola una parte consistente del suo libro. A parere dell’autore, le nuove tecnologie rappresentano una forma di cambiamento reale e simbolica per il sistema scolastico.
Leggendo il volume, emerge infatti l’idea che i computer sono oggetti e insieme veicoli del cambiamento. Una tesi che Roberto Maragliano ribadisce in questa intervista. “Credo che non si possa cambiare scuola - dichiara - senza cambiare in parte macchina”.


Ci può spiegare il significato del titolo La scuola dei tre no?

Il titolo non è sempre fedele al contenuto di un libro. E questo è uno dei casi in cui non lo è, o lo è in misura relativa. Infatti non si parla, lì, del perché e del percome la scuola italiana ha detto e continua a dire no al cambiamento (per chiarire: i rifiuti sono alla revisione dell’ordinamento, dei contenuti, delle attrezzature didattiche), ma sono chiamati in causa e analizzati gli strati e (stati) profondi intaccati e messi in forse dalle istanze di cambiamento, da qualunque parte politica esse provengano. Se volesse risultare più corretto, il titolo dovrebbe accogliere espressioni del tipo “a che cosa la scuola dice no”, “oltre la scuola dei tre no”, e così via.


Però dei “tre no” nel libro se ne parla…

Sono tre i no, e sono quelli che ho detto, perché a mio avviso non c’è argomento specifico che non rientri dentro quelle categorie. Inoltre, sono tre no diversi ma non assolutamente distinti tra di loro. Così, la questione delle nuove tecnologie si intreccia indissolubilmente con quella della revisione dei contenuti dell’insegnamento ed è evidente che non si può cambiare curricolo o organizzazione del lavoro didattico senza mettere in discussione l’impianto stesso della scuola. Più delicata è la questione “etica” su cosa convenga mettere sotto i riflettori, la parte piena o quella vuota del bicchiere.
Lasciatemelo dire, in questo momento, in presenza di una seconda grande riforma annunciata e non decollata (nulla vorrei dire nel merito di questa, escluso il fatto che non mi piace, ma anche che mi piace ancor meno che la scuola italiana rischi di accumulare in così breve periodo due sonanti sconfitte): non si può, o meglio non posso non essere sfiduciato, riguardo alla disponibilità complessiva della scuola - e del suo retroterra culturale e pedagogico - nei confronti dell’innovazione di sistema. L’ho detto più volte e qui lo ripeto. Quando si parla di crisi nella sanità o nei trasporti lo si fa nei termini di un mancato ammodernamento, quando si parla di crisi della scuola il più delle volte si fa riferimento ad una degenerazione: l’età dell’oro sembrerebbe stare nel passato. Nessuno rimpiange i tram degli anni Venti o i posti letto dell’ospedale di prima della guerra: tanti versano lacrime sulla bella scuola di quegli anni là. Dunque, ci vuole uno scossone. Il mio contributo allo scossone è di mettere in evidenza e sotto accusa il nucleo di resistenza al cambiamento da parte della “scuola perenne”.


Una domanda sulla relazione tra tecnologie, contenuti e riforma dell’ordinamento: perché dare tanta importanza ai media?

C’è modo e modo di portare il computer a scuola. La macchina, non c’è bisogno di ripeterlo, è quanto mai adattiva, fa tutt’uno con l’intelligenza di chi la gestisce. Sta bene in un laboratorio, se chi la piazza lì crede che questa sia la soluzione più giusta e che in quel modo vada usata. Sta bene in classe o anche in corridoio, se chi pensa che debba essere alla portata degli utenti fa di tutto per avvicinargliela. La macchina è stupida, se chi la aziona non ci mette intelligenza. Inutile che io dica, a questo punto, come giudico, sul piano dell’effetto didattico, la reclusione del computer dentro la gabbia del laboratorio. Il libro sta dappertutto, nella scuola, il computer sta dappertutto, fuori della scuola. C’è qualcosa che non va, in questo assetto delle cose. Dentro la scuola il computer dev’essere praticabile come il libro. Come minimo, ce ne vuole uno per classe. Una lavagna - un computer: e questo da usare come lavagna, quaderno, biblioteca, giornale, spazio di gioco, strumento di intercomunicazione, ecc. Poi, più computer nei laboratori, che però non mi piace classificare come laboratori informatici - sarebbe come chiamare la biblioteca laboratorio tipografico - ma, come laboratori di costruzione, produzione, navigazione, simulazione, individuando le attività nobili che ne qualificano la funzione e non la vile macchina che ne permette l’esercizio.
Lo voglio dire chiaramente: il tema veramente trasversale a tutto il libro è quello che diventa esplicito nel terzo capitolo, dedicato alle tecnologie. Io non penso che cambiando macchina si cambi scuola, credo che non si possa cambiare scuola senza cambiare in parte macchina, e senza che questo cambiamento non sia orientato a produrre effetti sull’uso dell’altra macchina, il libro, la cui funzione andrebbe comunque salvaguardata, e che anzi il computer stesso, se intelligentemente usato, contribuirebbe a salvaguardare.

Ognuno dei tre capitoli del suo libro si conclude con delle figure, tratte dal repertorio letterario. Come mai?

Perché Cervantes, Flaubert, Sterne? Che ci “azzeccano” con Berlinguer, De Mauro, Moratti? Preferirei non rispondere. Come del resto ho fatto nel libro. Mi limito a dire: tra quei brani e i frammenti di queste nostre vicende attuali ci sono delle possibili risonanze. A me l’accostamento tra certi passi letterari e certe scene del teatro scolastico del presente mi fanno suonare un campanello, come dicono gli inglesi. Non è detto che il campanello suoni anche al lettore. Comunque mi va di contribuire, anche in questo modo, a modificare l'azione e la percezione di un libro, testo "chiuso" per eccellenza. Da qualche anno lavro ad introdurre degli elementi di apertura nei miei libri. Ci ho messo floppy, li ho espansi tramite cd-rom, li ho redatti e pubblicati in forma (semi) reticolare, li prolungo quando posso (e quando il lettore ci sta) tramite la rete, sul mio sito.

Insomma adesso tocca alla letteratura...

Sì, è così. Adesso tocca alla letteratura, che accolgo come chiave per far vivere, e non solo per conoscere i problemi.
Per male che vada, la compagnia di quelli là è più sopportabile della compagnia di questi qua.

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