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A
proposito di tutor e dintorni
Se un viaggiatore, dopo lunga assenza
Antonio Valentino
Anche
a guardarle con occhio distaccato le “novità”
introdotte dalla legge Moratti nella scuola sollevano
molte perplessità.
Anche per quello che c’è e non c’è
dietro alle definizioni
l ministro e i suoi più stretti collaboratori quando
parlano della riforma in atto sembrano oscillare tra posizioni
contrapposte: in certe sedi (televisioni e radio, in primo
luogo) e in particolari situazioni (tipo convegni) tendono
a presentarla come la “Grande riforma”; mentre
in altre circostanze e in atti amministrativi prevale
la tendenza a rassicurare il personale della scuola mandando
messaggi del tipo “ma perché tanto allarme?
Dopo tutto cambia ben poco rispetto alle pratiche scolastiche
precedenti”.
Per cui capita di sentire sul primo fronte, come è
successo in una recente trasmissione televisiva, dalla
signora Moratti, che la sua riforma va addirittura paragonata
a quella di Gentile del 1923 (la quale in realtà
– sia detto tra parentesi - aveva ben altro respiro
culturale e pedagogico ed una architettura generale funzionale
certo agli obiettivi del regime fascista e alla sua idea
di società e di sviluppo, ma pure capace di recuperare
e dare centralità a filoni importanti della tradizione
culturale del nostro paese).
Ma capita anche di leggere, come nella circolare di accompagnamento
al primo decreto legislativo applicativo della Legge 53/03,
affermazioni rassicuranti che esaltano gli elementi di
continuità dando, delle scelte fondanti della riforma,
una interpretazione che può apparire scolorita,
se confrontata con i giudizi di autoesaltazione di altre
situazioni.
Le scelte della riforma
In
realtà questa riforma (quale si può cogliere
attraverso le disposizioni legislative, la documentazione
aggiuntiva e complementare, interviste e saggi, le sperimentazioni
e gli atti amministrativi) ruota essenzialmente intorno
ad alcune scelte fondamentali che poco o niente sembrano
avere a che fare con strategie di ricollocazione dell’istituzione
scolastica dentro le grandi trasformazioni che investono
il nostro tempo (istruzione e diritti di cittadinanza,
il sapere nell’era di internet, la società
della conoscenza e nesso saperi-sviluppo globale, inclusione
e mobilità sociale).
Limitiamo queste considerazioni alle scelte già
“definite” (il termine non è del tutto
appropriato, perché di definito-definito c’è
poco; ma assumiamolo come tale per comodità di
ragionamento) a livello di primo ciclo, risultando il
discorso sul secondo ciclo più complesso e ancora
tutto da costruire.
Le scelte riguardano, come è noto:
-
il tempo scuola, caratterizzato da una quota obbligatoria
e da una opzionale facoltativa;
-
l’introduzione del “coordinatore tutor”;
-
l’anticipo;
-
un
ruolo più marcato della famiglia;
-
l’enfasi sul laboratorio.
La
riforma comprende, come si sa, anche la presenza dell’informatica
dalla prima classe della primaria e della seconda lingua
dal primo anno della secondaria di primo grado. Ma non
si tratta, come si è avuto modo di rilevare da
più parti, di vere e proprie innovazioni, ma di
pratiche già diffuse nelle nostre scuole e sostanzialmente
contemplate dalla riforma Berlinguer-De Mauro, ovviamente
abrogata.
Sostanzialmente penso si possa dire che le scelte della
riforma per la scuola di base siano tutte da ricondurre
- almeno nelle intenzionalità ripetutamente espresse
e nelle frequenze lessicali dei documenti ministeriali
e delle fonti normative - alla personalizzazione dei percorsi
formativi.
Consideriamole singolarmente con la mente il più
possibile sgombra da pregiudizi.
La questione del tutor
Una
persona - non digiuna di cose scolastiche - che per ragioni
misteriose, ma non inverosimili, si fosse allontanato
dal nostro paese in questi ultimi tre anni e ci ritornasse
adesso, ignaro di tutti i cambiamenti intervenuti nel
frattempo, si farebbe certamente molte domande sul senso
dell’intera operazione di riforma e del furore iconoclasta
di questo governo nei confronti della riforma precedente;
ma, messo di fronte alle scelte sopra indicate, chiederebbe
di saperne di più, ma non ne rimarrebbe, credo,
scandalizzato.
Prendiamo la questione del coordinatore-tutor, che pure
tanta preoccupazione ha suscitato nel mondo della scuola
e anche fuori.
Chi, tra quanti hanno un minimo di esperienza di scuola,
può essere contrario a funzioni di tutoring e di
coordinamento nelle nostre scuole? Pratiche su questi
terreni, almeno a partire dalla seconda metà degli
anni ’80, si sono andate sempre più diffondendo
nelle nostre scuole con buoni risultati. Si trattava e
si tratta di innovazioni didattiche organizzative introdotte
dapprima nelle classi sperimentali delle superiori e successivamente
anche nelle medie.
La scuola elementare per le sue caratteristiche strutturali,
a quanto risulta, non è sembrata interessata, non
ravvisandovi necessità al riguardo.
L’importanza della funzione di tutor, diffusa anche
nel panorama europeo (soprattutto nei paesi anglosassoni),
è fuori discussione. Si tratta di una strategia
didattica attraverso la quale l’insegnante “segue”
e “orienta” il percorso scolastico di uno
studente, i suoi sviluppi, le sue difficoltà e
i suoi problemi e fa sentire la sua presenza attraverso
l’individuazione e l’uso di strumenti, metodi,
risorse anche esterne, utili a raggiungere traguardi condivisi.
E lo fa, nelle esperienze migliori, in modo programmato
sulla base di un regolare incarico e provvisto delle richieste
competenze, normalmente previste dal progetto di scuola.
Che quasi mai prevede un incarico di questo tipo per l’intera
classe. Infatti, non solo questo snaturerebbe il rapporto
interno al consiglio di classe fondato sulla necessaria
collegialità, ma, sul piano della fattibilità
- e quindi dell’efficacia dell’intervento
-, sarebbe improponibile.
Invece nel Decreto, non solo questa funzione viene di
fatto attribuita ad un solo insegnante per l’intera
classe, ma la si abbina con altre funzioni tutte di grande
importanza (di coordinatore dell’attività
didattica, di responsabile del rapporto con le famiglie
e della gestione del portfolio delle competenze, di “orientatore”),
ma difficilmente destinate al successo se date in carica
al docente tutor. E’ una questione di buon senso,
a parte ogni considerazione, che pure in ogni caso andrebbe
fatta, su tre aspetti:
-
l’ambiguità
di un’operazione che probabilmente mirava ad altro
(all’introduzione di una nuova figura della docenza?
Al ritorno al maestro unico o al maestro prevalente
nella primaria?);
-
l’invasione di campo in prerogative proprie delle
scuole (autonomia didattica e organizzativa);
-
l’ incoerenza rispetto al dettato legislativo
(la legge 53 non prevede nulla del genere al riguardo).
Dov’è
allora lo scandalo? (Perché lo scandalo c’è
e il nostro viaggiatore, non prevenuto, ma neanche sprovveduto,
non può non coglierlo). Non è certo nel
richiamo di funzioni che se ben esercitate potrebbero
ben costituire strategie importanti per una scuola di
qualità - come tante esperienze fin qui condotte
hanno permesso di dimostrare - e utili ai fini di un insegnamento
individualizzato (grande conquista della pedagogia progressista
degli ultimi decenni); ma piuttosto nell'incapacità
di delineare un progetto credibile e fattibile sui temi
della qualità organizzativa fondata su una necessaria
divisione funzionale di compiti (coordinamento, tutorato,
cura della documentazione relativa allo sviluppo dell'allievo,
valorizzazione del ruolo dei genitori, …) dentro
il consiglio di classe e dentro gli istituti che fosse,
nello stesso tempo, rispettoso dell’autonomia delle
scuole.
I rischi di un’operazione del genere sono evidenti;
lungi dal rappresentare un’occasione di sviluppo
e accelerazione di processi – auspicata da quanti
hanno a cuore una cultura e una pratica organizzativa
più qualificata – finisce per sviluppare
ostilità, per come viene portata avanti, verso
funzioni che molte nostre scuole stavano sperimentando
e adattando alle proprie specificità.
L'area delle opzioni
Un
discorso analogo va fatto per le ore opzionali aggiuntive.
Il nostro viaggiatore di ritorno dopo la lunga assenza,
e - come abbiamo detto - non sprovveduto sulle cose scolastiche,
a sentire parlare di insegnamenti e attività opzionali
aggiuntive non troverebbe motivo alcuno di scandalo; anzi
potrebbe ritenere scandaloso il fatto che se ne parli
in termini negativi e con tanta animosità e allarmismo.
E richiamerebbe il fatto che questa scelta pedagogico-didattica
si è andata affermando nelle scuole di più
forte sensibilità democratica e progressista ed
era legata all’obiettivo di garantire opportunità
maggiori ai ragazzi: una strategia di attenzione alle
caratteristiche di ciascuno (attitudini, vocazioni, interessi,
biografie), pur dentro un percorso unitario finalizzato
al raggiungimento di obiettivi comuni. Anche in questo
caso, ritroverebbe il grande tema dell'insegnamento individualizzato
come risposta alle questioni dello sviluppo di studenti
in carne ed ossa e lo vedrebbe intrecciato con il progetto
di scuola.
Ma se spiegassimo al nostro viaggiatore che le attività
e gli insegnamenti opzionali sono facoltative e collocate
dentro uno spazio orario non obbligatori e sono indicate
dalle famiglie, allora probabilmente avrebbe difficoltà
a capire la scelta e il suo senso.
Capirebbe subito, infatti, che, in pratica, la posizione
ministeriale significa che sceglie chi vuole, chi può
e chi sa.
Nelle esperienze migliori delle nostre scuole, già
a partire dalla media, l'area delle opzioni era ed è,
dove resiste, quella fetta di offerta formativa articolata
in insegnamenti e attività capaci di sviluppare
identità, “vocazioni”, interessi, di
orientare scelte successive, di arricchire. In altri termini:
insegnamenti e attività offerti come percorsi individualizzati
del curricolo unitario della scuola.
Normalmente, come è noto, si trattava e si tratta
di un’area di alcune ore settimanali con più
offerte tra cui lo studente sceglie obbligatoriamente;
offerte legate all'identità di scuola - tipologia,
storia, risorse, bisogni formativi degli studenti e del
territorio, concorso di famiglie e studenti - in cui l'unità
classe "si rompe" per aggregazioni diverse in
base non più a logiche di equieterogeneità,
come si dice in gergo, - biografie differenti dentro la
stessa classe e classi dello stesso istituto formate tutte
con lo stesso criterio -, ma in base, appunto a bisogni
formativi dei singoli, riconosciuti dalle scuole e inserite
nel loro progetto educativo - classi aperte.
Cosa caratterizza queste pratiche di offerta opzionale-integrativa?
Certamente un'idea di scuola non come servizio a domanda
(a cui vanno ricondotte invece sia l’area opzionale-facoltativa,
sia i piani di studio personalizzati della riforma Moratti),
ma come luogo dove, in coerenza con traguardi formativi
definiti nazionalmente e tradotti a livello di istituto,
ragazzi diversi crescono assieme e sviluppano le loro
"multiple" intelligenze confrontando e scambiando
tra loro significati, sotto la guida aperta ed esperta
dell’insegnante; e dove quindi l’apprendimento
non è solo un’impresa individuale, ma anche
– e, per alcuni versi, soprattutto - impresa collettiva.
Questo ci consegnano le pratiche migliori delle nostre
scuole ed è questo che non ritroviamo nelle scelte
del decreto e nella riforma.
Ancora una strategia importante e vitale – l’attenzione
alla persona e alle storie individuali – che viene
piegata a visioni individualistiche dello sviluppo culturale
e sociale del ragazzo, oltre che a logiche economicistiche
(meno organici, meno risorse, meno tempo scuola per tutti).
Dove, inoltre, la personalizzazione dei percorsi, orientata
dalle famiglie, finisce col rispecchiare e riprodurre
la diversità delle condizioni sociali impedendo
trasformazioni e mobilità (nelle superiori questo
si traduce nella separazione precoce dei percorsi).
Ruolo delle famiglie e attività laboratoriali
Nelle
riflessioni precedenti è già emerso il ruolo
assegnato alle famiglie in questa nuova visione della
scuola secondo la riforma Moratti. E, anche in proposito
- per riprendere l’immagine del viaggiatore - il
nostro non troverebbe ovviamente niente di strano e scandaloso
in questa nuova attenzione presente nei testi ministeriali
al coinvolgimento dei genitori. In quanto sa per esperienza,
che la nostra scuola farebbe bene a imparare a dialogare
di più con le famiglie, a raccogliere e interpretarne
ansie e attese. Eppure, l’impianto prettamente individualistico
della riforma, come abbiamo visto, ne distorce il ruolo
e trasforma una possibile risorsa in un potenziale stravolgimento
della funzione sociale della scuola.
Lo stesso discorso può essere fatto per le attività
laboratoriali, Tra le altre spie in proposito, due vanno
considerate in modo particolare. La prima è contenuta
nella Circolare 29 del 5 marzo 2004 dove l’attività
laboratoriale “viene assunta in modo particolare
quale modalità operativa per la realizzazione di
interventi su compiti elettivi, di compito o di livello,
finalizzati al consolidamento e alla personalizzazione
degli apprendimenti”; e quindi da luogo dove la
cultura del pensare si coniuga con quella del fare - in
una logica di ordinarietà e di operatività
da problem solving (come di fatto ancora è nei
progetti e nelle esperienze più avanzate delle
nostre scuole) - a strumento per interventi compensativi
solo per chi ha difficoltà nell’apprendimento
di saperi teorici. Che questa sia la cultura del nostro
ministero in proposito, lo si evince anche dalla seconda
spia che intendo citare: la nozione di laboratorio negli
orientamenti ministeriali, sempre associata al recupero
e allo sviluppo degli apprendimenti (in sigla: Larsa).
E qui penso non ci sia bisogno di commenti.
Non sarebbe da capire allora il nostro viaggiatore se
decidesse, vista anche la situazione non amena in vari
altri settori della vita pubblica, di riprendere il suo
viaggio per almeno altri due anni?
Però a noi tocca altro. Per esempio, ripartire
dalle buone pratiche proprio sui terreni prima considerati,
per svilupparne una praticabilità non pasticciata
e verificarne ed estenderne la carica innovativa. E andare
oltre.
Che di questioni aperte ne abbiamo ancora tante altre
che reclamano una riforma vera.
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