Il
centenario della morte di Cechov
Ritratto di uno scrittore di frontiera
David Baldini
Nonostante
la sua breve vita, il grande scrittore russo ha lasciato
un enorme patrimonio letterario. Dalla novella al teatro
la sua arte è sostenuta da un amore vero per l’uomo
e da un culto intransigente per la verità, attraversata
da contraddizioni e intrisa di sofferenze esistenziali
Cento
anni fa, il 2 luglio 1904, moriva di tisi polmonare a
Badenweiler, nella Foresta Nera, Antòn Pàvlovic’
Cechov, uno degli scrittori più straordinari di
tutti i tempi. Nato quarantaquattro anni prima a Tangaròg
(in Ucraina), proveniva da una famiglia di modeste origini:
il padre era stato fattore di campagna e piccolo commerciante,
ma il nonno aveva dovuto subire la non umana esperienza
della servitù della gleba.
Antòn trascorse l’infanzia e l’adolescenza
nel suo paese natale, dove frequentò il ginnasio.
Onde evadere dalla routine e dalla noia, tipiche delle
piccole città di provincia, ben presto (nel 1879)
raggiunse i suoi genitori a Mosca, dove si iscrisse alla
facoltà di Medicina.
Non meno alienante gli doveva tuttavia sembrare anche
la vita della grande città, egualmente soffocata
ed oppressa dal grigio conformismo del regime zarista.
Di qui la sua scelta di collaborare con riviste e giornali
di non grande risonanza (come ad esempio “La libellula”,
“La sveglia”, “Le schegge”), per
i quali scrisse brevi e briosi racconti umoristici. Finalmente
laureatosi nel 1884, all’inizio si illuse di riuscire
a fare pratica nell’ospedale distrettuale di Voskressènsk,
pensando ancora di poter conciliare tale attività
con la letteratura. Successivamente, incoraggiato anche
dai numerosi riconoscimenti tributatigli dal pubblico
e dalla critica, farà la sua definitiva scelta
di vita. Opterà senza esitazione per le lettere,
facendo così dono, all’umanità tutta,
della straordinaria grandezza della sua arte.
L’arte del novellare
Verve
ed inventiva ebbero modo di dispiegarsi in lui pienamente,
soprattutto a seguito della felice scelta del “genere”
letterario, precocemente operata: per Antòn, infatti,
il calco ideale nel quale colare forme e figure del suo
fervido e mobile mondo interiore fu la novella, da subito
eletta ad ideale cifra stilistica. E alla novella egli
instancabilmente si dedicherà, a segno di una fedeltà
durata tutta una vita.
Se tuttavia lo strumento (ovvero il “genere”)
in sé gli preesisteva - vantando tra l’altro
illustri precedenti, primo fra tutti Giovanni Boccaccio
-, il contenuto non poteva, al contrario, che essere il
portato della sua personalissima sensibilità e
concezione della vita. Nell’accezione cechoviana,
infatti, la novella - trattata sulla scorta di una non
comune perspicacia, per di più sostenuta da un
amore vero per l’uomo e da un culto intransigente
per la verità - doveva adattarsi ad una dimensione
apertamente contraddittoria, perché al tempo stesso
realistica e psicologica. Di qui l’inevitabile confronto
con Maupassant, l’alter ego francese a lui coevo
(1). Egli però, come non manca di sottolineare
Alfredo Polledro, era un “Maupassant russo”
sui generis, “meno classicamente nitido e perfetto,
ma più umanamente vivo, sotto l’apparente
grigiore e distacco di un’arte in sordina, pacata
e sobria, tutta sfumature, chiaroscuri, scorci e sottintesi,
meravigliosamente semplice nell’impiego dei mezzi
espressivi”. (2).
Rispetto al collega francese, Antòn mostrava infatti
di possedere il dono raro di saper padroneggiare i termini
della contraddizione, con una sagacia che solo può
essere spiegata con la duplicità della sua soggettiva
formazione, scientifica ed umanistica al tempo stesso.
Confliggevano infatti in lui, apertamente, da una parte
un solido ottimismo (di matrice positivistica), dall’altra
un sentimento di forte e radicato pessimismo (di natura
squisitamente personale).
Testimonianza del primo aspetto è la lettera (3)
scritta all’amico Suvorin, nella quale, tra l’altro,
dice: “La ragione ed il senso di giustizia mi dicono
che vi è maggior amore per l’uomo nell’elettricità
e nel vapore di quanto ve ne sia nella castità
e nel rifiuto di mangiare carni”. Indicazione del
secondo è la qualità tutta particolare della
sua concezione della vita, nutrita di acute meditazioni
e di non indifferenti sofferenze esistenziali, a riprova
di un carattere alieno da slanci entusiastici e da universalistiche
visioni, da falsi idealismi e da utopistiche suggestioni.
L’esistenza, ai suoi occhi estremamente mutevole
e varia, continuava a svolgersi quasi in sordina, sempre
aureolata dall’opacità della vita di tutti
i giorni. Ed è proprio all’interno di questo
particolare contesto - fatto di contadini poveri e di
emarginati, di impiegati spiantati e di ambigui rappresentanti
del demi-monde - che egli cerca di rinvenire quella labile
linea di umano progresso, nella quale - pure - non cessava
di credere. Di qui l’esperienza filantropica, tentata
nel 1892 (e ben presto conclusa) nel villaggio di Melichòvo,
sulle orme di Leone Tolstoj.
Punto d’avvio di questo entusiasmante viaggio artistico
sono le quattro raccolte di novelle - Le fiabe di Melpomene,
Racconti variopinti, Nel crepuscolo, Discorsi innocenti
-, da lui stesso curate tra il 1884 ed il 1887, cui va
aggiunto il racconto lungo La steppa (1888). Altre raccolte
seguiranno: l’intero corpus dei suoi racconti andrà
a riempire, alla fine, ben dodici volumi. Alcuni di questi
(da Una storia noiosa a La mia vita a Il duello, da Tre
anni a La camera n. 6, per giungere fino a Il monaco nero)
continuano ancor oggi a godere di un intatto successo
di critica e di pubblico.
La serena disperazione della sua arte
Se
vari sono gli argomenti trattati, altrettanto vari sono
anche gli esiti artistici cui egli pervenne, soprattutto
se considerati nell’intero arco della sua esistenza.
E tuttavia, la pluralità dei toni - da quelli comici
ed umoristici degli inizi, a quelli pensosi, malinconici
e crepuscolari dell’ultima fase - per nulla inficia
la cifra sostanzialmente unitaria della sua arte, esemplata
com’è su di una sorta (ci si passi l’ossimoro)
di serena disperazione.
Alternativamente fiducioso nel progresso e pessimista,
pervaso da un insopportabile sentimento di noia e convinto
assertore dell’impegno letterario, Antòn
non si discosterà mai dalla realtà concreta
delle cose, sempre pienamente accolta e mai rinnegata.
Commentando con grande modestia l’enorme successo
riscosso del suo racconto La corsia n. 6, egli osservava:
“Noi descriviamo la vita qual è, nient’altro
oltre ciò. Sferzateci, ma non possiamo fare di
più. Noi non abbiamo né fini immediati,
né fini lontani. Il nostro animo è simile
al deserto. Non abbiamo fede politica, non crediamo alla
rivoluzione, siamo senza Dio, non temiamo i fantasmi e,
per quanto mi riguarda personalmente, non ho paura di
niente, neppure della morte o della cecità. Colui
che non desidera niente, che non spera niente e non teme
niente non può essere un artista”. (4).
Ed invece egli artista lo era, ed anche versatile, come
ci dimostra l’altro genere letterario cui si dedicò
con slancio, il teatro, congeniale anch’esso alla
profondità della sua indole ed alla qualità
altissima del suo mondo interiore. Il fatto è che
tra le due attività non c’è soluzione
di continuità: mondo delle novelle e mondo del
teatro si intersecano e si sovrappongono, così
come accadrà ad un altro straordinario artista
del Novecento, per altro a lui coevo: Luigi Pirandello.
Tali mondi sono insomma tra di loro contigui, in quanto
ubbidiscono ad una stessa esigenza di analisi e di osservazione
della realtà, sempre per altro condotta sulla scorta
dei toni medi - e dunque prosaici - della vita quotidiana.
A suffragare tale sostanziale interscambiabilità,
basta un semplice riscontro cronologico: tra il 1880 e
il 1892, oltre agli Atti unici, compose anche Il Liesci
e il dramma Ivanov (1887-1889). Ad essi fece seguito,
poco dopo, la commedia Il gabbiano (1896) e, in un breve
volgere di anni, a cavallo del nuovo secolo, i suoi capolavori
Zio Vanja, scene di vita di campagna (1897), il dramma
Le tre sorelle (1900-1901), la commedia Il giardino dei
ciliegi (1903-1904).
Un ponte tra Oriente e Occidente
Di
conseguenza, particolarmente calzante ci sembra il giudizio
di uno dei suoi biografi, Henri Troyat, il quale, a proposito
della natura del suo mondo interiore, così ebbe
a scrivere: “Il pensiero di Cechov, spesso nei racconti
e nelle pièces, era senza dubbio pessimista per
il presente, ma impregnato di una candida fede nel progresso,
nella perfettibilità dell’uomo, nell’avvento
di una vita migliore. Materialista e miscredente, egli
conservava in fondo a un’inquietudine mistica, l’intuizione
di un mistero che si dichiarava incapace di definire”.
(5).
Ma c’è anche un’altra verità
da raccontare: nella Russia di fine secolo l’opera
di Cechov assomigliava tanto ad un fiore particolarmente
fragrante, ma ormai prossimo ad avvizzire. Grandi contraddizioni
incombevano, ed esse erano non certamente di segno crepuscolare,
bensì violentemente rivoluzionario. Nota, a tale
proposito, Valentin Gitermann: “Nella serra del
capitalismo la nobiltà russa non si trovava a suo
agio. Con tanto maggiore successo s’affollavano,
con i portafogli pieni di biglietti di banca, al mercato
dei beni fondiari, gli arrivisti provenienti dai bassi
strati del popolo, e non pochi parchi romantici, non pochi
“giardini dei ciliegi” alla Cechov caddero
preda della loro bramosia, della loro spietata ansia di
profitto. La decadenza della nobiltà russa era
sicura, il suo avvenire era senza speranza”. (6).
A dimostralo, se ne incaricheranno, tragicamente, i moti
del 1905 e, poco più di un decennio dopo, la rivoluzione
d’Ottobre. Ed allora, se così è, a
che si deve il fascino irresistibile esercitato dalle
novelle e dal teatro del grande scrittore russo, giunto
miracolosamente intatto fino ai nostri giorni? Dare una
risposta a questa domanda è come rendere conto
del mistero dell’arte, cosa notoriamente complicata,
se non del tutto impossibile. Meno difficile è
invece riconoscere il tratto evidentissimo di un Cechov
scrittore di frontiera, la cui arte sembra naturalmente
costituire una sorta di ponte, gettato idealmente tra
Oriente ed Occidente.
Nella futura Europa allargata, quella ancora futuribile
che dovrebbe andare dall’Atlantico agli Urali, nessuno
meglio di lui potrebbe aspirare al ruolo che gli è
proprio: essere l’artista di tutti. Proprio in quanto
fu scrittore di frontiera, egli ci sembra costituire quel
medium indispensabile, quel simbolo necessario intorno
a cui raccoglierci, onde meglio far risaltare gli aspetti
molteplici di una comune cultura continentale, le cui
radici affondano nel cuore più profondo d’Europa,
tanto ad Occidente quanto ad Oriente di quell’ucraina
Tangaròg, che circa un secolo e mezzo fa gli aveva
dato i natali.
Note
(1)
Era infatti nato a Miromesnil il 5.8.1850. Morirà
a Parigi il 6.7.1892.
(2) Alfredo Poliedro, Nota a Tutte le novelle, vol. I,
Rizzoli, Milano 1951.
(3) Lettera ad Aleksej S. Suvorin, del 27 marzo 1984,
contenuta in Antòn Cechov. Vita attraverso le lettere,
a cura di Natalia Ginsburg, Einaudi, Torino 1989.
(4) Cit, in Henri Troyat, Cechov, Rusconi, Milano 1988.
(5) Henri Troyat, Cechov, Rusconi, Milano 1988.
(6) Valentin Gitermann, Storia della Russia, vol. II,
La Nuova Italia, Firenze 1973.