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Inserto
Scuola
superiore
L'operazione
sul diritto-dovere
Come occultare la verità a suon di slogan
Antonio Valentino
l
bisogno di una riforma e il senso (o non senso) delle
parole.
Ancora non è chiaro quale percorso di istruzione
e formazione utile abbiano i nostri ragazzi.
E’ chiaro solo che c’è un doppio (forse
triplo) canale e una selezione precoce
Sono stati a dir poco sorprendenti i titoli dedicati da
quasi tutta la stampa al Decreto sul diritto-dovere all'indomani
della sua approvazione in via prelminare.
Si va da “Scuola obbligatoria fino a 18 anni”
di Italia Oggi a “In classe fino a 18 anni”
del Corriere, da “Tutti a scuola fino a 18 anni”
del Messaggero a “Moratti: tra i banchi fino a 18
anni” del Mattino. Anche negli articoli il messaggio
si ripete tal quale, complici le dichiarazioni dello stesso
Ministro. Valga per tutti Sole 24 ore che attribuisce
al ministro questa affermazione (preceduta, tra l’altro,
dall’assicurazione che la diversa denominazione
non cambia la sostanza): “I ragazzi saranno obbligati
ad andare a scuola, o nel percorso dell’istruzione
o in quello dell’istruzione e formazione”.
Ora, certamente il Ministro ne saprà più
di tutti, ma a me i conti non tornano.
Non interessa tanto riprendere qui la polemica - tra l’altro
fondata - sulla scomparsa del principio dell’obbligo
scolastico previsto dalla nostra Costituzione, ma considerare
il senso del messaggio trasmesso attraverso quasi tutta
la stampa (non ho seguito l’evento in televisione,
ma non immagino contenuti e modi diversi); messaggio decisamente
più rassicurante rispetto ai contenuti del decreto.
Il quale, come si può facilmente verificare, non
parla né di obbligo scolastico, né del diritto-dovere
per tutti di “stare a scuola” o “tra
i banchi fino a 18 anni”. Non solo, ma tende ad
accreditare l’idea che l’obbligo alla formazione
fino a 18 anni sia stato introdotto nel nostro sistema
dalla signora Moratti.
I fatti e la propaganda
Vale
la pena in proposito richiamare, senza tuttavia inutili
e fastidiose nostalgie, ma per ragionarci serenamente
su, un po’ di cose e mettere in fila una serie di
elementi che aiutino a fare chiarezza e a capire.
Primo: la Legge Berlinguer-De Mauro (n.9/99),
abrogata da questo governo, prevedeva
-
l’innalzamento
dell'obbligo scolastico a 9 anni nell’immediato
e a 10 anni “a regime” (come previsione
legislativa);
-
l’obbligo
formativo per tutti i ragazzi fino a 18 anni (l’anno
conclusivo era previsto a 18 anni, risultando di 7 anni
- e non di 8 - il ciclo di base);
-
che
l’obbligo formativo si potesse realizzare sia
nel sistema dei licei, in cui si articolava l’intera
istruzione nelle superiori (classica, scientifica, artistica,
tecnico-professionale…), sia nella formazione
professionale e nell'apprendistato (che prevedeva in
ogni caso, in base alla legge Treu, momenti di formazione
generale extra-aziendale).
Secondo:
la nozione di obbligo scolastico nella nostra costituzione
richiama il diritto all’istruzione, cioè
ai saperi e alle competenze di base da garantire a tutti
i cittadini della repubblica e non anche il diritto alla
formazione professionale che è cosa certamente
importante e fondamentale, ma che appartiene ad un altro
ordine di diritti.
Cosa prevede in proposito la legge Moratti?
A questa domanda allo stato attuale (nonostante sia passato
più di un anno dall’approvazione della legge
53/03) non è ancora possibile dare una risposta
univoca e definitiva perché sappiamo ancora poche
cose sul secondo ciclo. Le cose che sappiamo con certezza
dalla legge sono:
-
che
il secondo ciclo si articola in due sistemi (dei Licei
e dell’Istruzione e formazione professionale);
-
che il secondo segmento formativo non viene considerato
sistema scolastico.
Quest'ultima
affermazione trova riscontri non equivoci in tutta legge
53 che definisce “istituti scolastici” quelli
dei licei e “istituti formativi” quelli in
cui si realizzano istruzione e formazione professionale.
Nominalismi?
In
attesa che i decreti sui licei e sul secondo canale chiariscano
tutte le questioni allo stato attuale ancora molto nebulose,
quello che possiamo dire adesso è che tutti i ragazzi
vanno a scuola fino al terzo anno della secondaria di
primo grado e che, dopo, alcuni proseguono nella scuola
per i 5 anni dei licei, altri vanno nei Centri regionali
o accreditati di FP - che in nessun testo ufficiale sono
mai chiamate scuole - per conseguire una qualifica o un
diploma professionale; altri ancora, dopo i 15 anni, vanno
in azienda con un contratto di apprendista che prevede
un piano personalizzato definito dalla stessa; piano che
comprende un certo numero di ore di formazione gestibili
anche dall'azienda (e con suo personale) e finalizzate
al conseguimento di una qualifica (legge 53, art. 2, c.1g).
L’elemento di chiarificazione che mi pare introdotto
dal nuovo decreto riguarda l’apprendistato che tende
a configurarsi di fatto come il terzo sistema del secondo
ciclo, riconoscendosi che il diritto-dovere si può
realizzare, oltre che nei licei e nell’istruzione
e formazione, anche nel “sistema dell'apprendistato”
(art. 1, comma 3, ma anche gli artt. 3 c.1; 5 c. 1; 6
commi 1 e 2).
(Quello che ancora non si capisce è la collocazione
dell’apprendistato rispetto alle finalità
del secondo ciclo e ai profili professionali, culturali
ed educativi. Perché, da una parte si riconosce
all’apprendistato la dignità di segmento
in cui si realizza il diritto-dovere alla stessa stregua
degli altri due sistemi, dall’altra non sono ad
esso attribuite le finalità che sono proprie del
ciclo. Il che apre, mi sembra, contraddizioni di difficile
ricomposizione).
Ad ogni buon conto però, se i tre segmenti realizzano
il diritto-dovere, ne dovrebbe conseguire che realizzano
altresì le finalità comuni del ciclo. Ma,
allo stato attuale, come ciò possa avvenire è
un mistero fitto come nebbia a visibilità zero.
Ciò detto, va ribadito che anche nel decreto si
conferma - di fatto - non solo la diversa “dignità”
dei segmenti, ma anche la natura di scuola per i soli
licei.
Se le cose stanno così, perché allora un
uso così disinvolto di parole e concetti e quindi
tanta opera di disinformazione su questi aspetti della
legge di riforma?
A chi obietta che in fin dei conti si tratta di nominalismi
e che sul piano operativo cambia ben poco, occorre in
primo luogo richiamare che l’uso, da parte del ministro
(e negli stessi termini ripreso dalla stampa), del termine
“scuola” per indicare i CFP o le aziende -
a me sembra una operazione mistificante in quanto volta
a far credere alla gente che i ragazzi sono trattati tutti
allo stesso modo e che a tutti vengono date le stesse
opportunità di crescita culturale, sociale, umana.
Cosa che con evidenza non è.
La scelta di un bambino
Inoltre
l’operazione nasconde la cancellazione definitiva
dell’obbligo scolastico così come si configura
nella nostra Costituzione; il diritto cioè per
i ragazzi fino a 16 anni (in prospettiva) a maturare scelte
consapevoli dentro un sistema unitario di istruzione,
attraverso percorsi di formazione culturale e di orientamento
anche professionale. La scelta normativa della legge 53
e del decreto applicativo ha invece come conseguenza -
è opportuno sottolinearlo - quella di dividere
a 14 anni (se non addirittura prima) i ragazzi destinati
ai licei da quelli destinati alla formazione per l’avviamento
al lavoro e di segnarne il futuro in misura difficilmente
reversibile.
Non ci si nasconde che la questione è complessa
e che anche le scelte della precedente legislatura in
proposito si prestavano a varie obiezioni.
Ma, se il Ministro pensa, con le sue scelte sul diritto
dovere, di affrontare e risolvere - come ama dire - il
problema gravissimo (anche per responsabilità del
mondo della scuola) della dispersione scolastica e dell’insuccesso
formativo - di cui si parla anche nel decreto in questione
- parte da un presupposto sbagliato: quello di considerare
che panacea per questo fenomeno possa essere l’avviamento
al lavoro, attraverso i Cfp o in apprendistato, dei ragazzi
più deboli o svantaggiati.
Il senso delle riforme
Onde
evitare fraintendimenti: non è in discussione la
necessità di riforme anche profonde.
Ma “riforma” è parola nobile di cui
va conservato e difeso il significato di trasformazione
che produce cambiamenti positivi. In primo luogo sul terreno
della mobilità sociale, dell’uguaglianza
delle opportunità, della equità degli interventi
e del successo formativo per tutti (dove formativo non
comprende necessariamente la qualifica professionale,
ma attiene in primo luogo agli strumenti culturali di
base per realizzarsi e vivere da cittadino).
Se è così, va allora richiamato in primo
luogo che le riforme hanno senso se servono:
-
per risolvere i veri mali della nostra scuola (riconducibili
soprattutto a una didattica ancora troppo trasmissiva
e frantumata, a una relazione educativa spesso approssimativa
o addirittura inesistente, a contesti culturalmente
e strumentalmente poveri, oltre che scarsamente curati);
-
per
affrontare le necessità di una rinnovata tavola
di saperi e di competenze di base che favorisca tendenzialmente
spirito scientifico, autonomia di pensiero e di ricerca
e di scelta, cittadinanza responsabile e solidale, investendo
in formazione dei suoi operatori, in leadership organizzativa,
in coinvolgimento di tutto il personale.
Di
queste cose ha bisogno la scuola italiana.
La riforma Moratti sembra invece limitarsi a fotografare
l’esistente e a razionalizzarne i termini secondo
logiche, per alcuni aspetti, regressive e in cui è
assente, in ogni caso, ogni idea di mobilità sociale
e ogni ragionamento sulle risorse umane necessarie in
una società e in un’economia basata sulla
conoscenza (nozione forse discutibile, ma con un suo nucleo
forte di verità); non affronta nessuno dei problemi
delle nostre scuole (quando non le aggrava) e, quel che
è peggio, vuol far credere alla gente cose che,
come il ministro stesso sa, non sono vere, occultando
fatti e seminando slogan.
E’ sconvolgente - rileggete i titoli dei giornali
- che riesca a farsi credere.
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