la notizia
Il futuro dei nidi
Zerosei in movimento
Fabrizio Dacrema

I servizi educativi per la prima infanzia rischiano di venire schiacciati dagli anticipi.
Le conseguenze: si destruttura il progetto educativo triennale della scuola dell’infanzia e si trasformano i nidi in servizi assistenziali a domanda individuale. Ma c’è un’alternativa


Negli ultimi tempi siamo stati quasi per seguitati dal rincorrersi di rappresentazioni depressive della situazione italiana. Abbiamo cominciato noi della Cgil a lanciare l’allarme del declino, poi ci hanno seguito in tanti, chi parlando di “paese con le pile scariche”, chi di “società ripiegata su se stessa”, chi, ancora, di “paese bloccato”.
Ora, grazie alle lotte che abbiamo sviluppato, l’aria sembra stia cambiando, si comincia a intravedere qualche spiraglio positivo, l’aria, insomma, è decisamente più elettrica, tanto che si discute su quale possa essere la scossa capace di far ripartire il motore dello sviluppo.
Naturalmente la scintilla scaturirà dal convergere di più scelte politiche positivamente orientate verso il futuro. Se è così, le politiche per l’infanzia non possono non essere uno dei principali punti da segnare nell’“agenda della scossa”.


Investire nelle politiche educative per l’infanzia

Siamo convinti che la strada dello sviluppo passi attraverso la qualità, per questo sosteniamo che si debba puntare sull’intelligenza di tutti e sull’innalzamento dei livelli culturali della popolazione italiana, oggi tra i più bassi dei paesi sviluppati.
In questa direzione occorre una maggiore consapevolezza del ruolo determinante svolto dai servizi educativi e dalla scuola dell’infanzia nella costruzione di tutte le strutture mentali della persona e per la realizzazione di una effettiva uguaglianza delle opportunità di partenza.
Come è ormai ampiamente acquisito, infatti, gli interventi volti a superare i condizionamenti socio-culturali negativi hanno maggiore possibilità di successo se realizzati nella prima età evolutiva.
Una coerente strategia finalizzata a ridurre l’insuccesso scolastico deve, quindi, puntare sul decondizionamento precoce, dopo, tutto diventa più difficile come testimoniano le cifre da record (negativo) della dispersione scolastica nel nostro paese, nonostante decenni di proclami e di interventi nelle fasce alte di età.
A dimostrazione dell’esistenza di questa correlazione positiva tra successo scolastico e quantità e qualità degli interventi educativi nella fascia 0–6 è sufficiente analizzare il caso Emilia Romagna, la regione che contemporaneamente ha la più bassa percentuale di dispersione scolastica e la più alta percentuale di asili-nido e di scuole dell’infanzia, il cui livello qualitativo è notoriamente molto elevato.
La situazione complessiva del paese è, invece, molto diversa: l’offerta formativa nella fascia 0-3 è al 7-8%, tra le più basse dell’Unione Europea, mentre la scuola dell’infanzia arriva al 95-96% degli aventi diritto, con livelli qualitativi a macchia di leopardo. Nel sud sono drammaticamente concentrate le situazioni di carenza di offerta formativa e di servizi.
Questa grave insufficienza dei servizi educativi per l’infanzia rappresenta certamente uno dei fattori principali del crollo della natalità italiana: siamo oggi il paese a più bassa natalità e con minor incidenza della fascia di età 0-14 nella popolazione complessiva.
L’estrema difficoltà a trovare soluzioni sostenibili per i genitori che lavorano, una volta venuta meno la rete familiare allargata, è anche una delle principali cause dei bassi tassi di occupazione femminile (in Italia lavorano 4 donne su 10).
Anche in questo settore le scelte del governo stanno rivelandosi fallimentari e destrutturanti.
I tagli delle risorse per il welfare locale e per la scuola hanno pesantemente colpito la capacità di intervento degli enti locali e hanno arrestato il processo di generalizzazione quantitativa e qualitativa della scuola dell’infanzia. Gli interventi legislativi in materia stanno prospettando soluzioni ispirate ai modelli del welfare residuale e della scuola minima.


L’anticipo nella scuola dell’infanzia ed elementare

La legge 53/03, attraverso l’introduzione dell’anticipo nella scuola dell’infanzia e nella scuola elementare, indebolisce pesantemente il progetto educativo triennale della scuola dell’infanzia. Infatti, per i bambini che compiono gli anni nella fascia temporale compresa tra il 31 agosto e il 30 aprile sarà indifferentemente possibile, in base alle scelte delle famiglie, una durata del percorso della scuola dell’infanzia di due, tre o quattro anni.
L’opera di destrutturazione viene poi completata dalle scelte sul tempo scuola: sempre a richiesta delle famiglie, i modelli di orario potranno variare da un minimo di 875 ore annue (24/25 ore settimanali) a un massimo di 1.700 ore annue (47/48 ore settimanali).
Il messaggio è chiaro: non c’è più una scuola dell’infanzia con un proprio progetto educativo, ma un “supermarket assistenziale” dove la famiglie parcheggiano i figli secondo le necessità.
Nella fascia 0-3 il governo, mentre continua a ridurre le risorse agli enti locali, punta sull’ingresso anticipato nella scuola dell’infanzia a 2,5 anni e sugli asili nido aziendali. Due soluzioni che rischiano di compromettere la qualità senza realizzare un significativo innalzamento quantitativo dell’offerta.
L’anticipo nella scuola dell’infanzia è, infatti, possibile solo in forma sperimentale, a condizione che vi siano posti disponibili, strutture e servizi idonei, l’assenso e la disponibilità finanziaria dei comuni interessati, nuove professionalità e modalità organizzative.
Condizioni minime per consentire un ingresso degli “under tre” nella scuola dell’infanzia a misura della loro età evolutiva e, al tempo stesso, inesistenti nelle specifiche situazioni territoriali, anche perché le nuove professionalità e modalità organizzative devono essere definite contrattualmente e, ad oggi, la trattativa non è nemmeno iniziata.
Tuttavia non mancano le spinte dell’amministrazione scolastica a procedere in modo selvaggio, senza il rispetto delle regole poste dalla stessa legge, aprendo conflitti giuridici e sindacali in cui a farne le spese saranno in ogni caso i diritti educativi dei bambini.
In queste situazioni il ripristino della legalità rappresenta un passaggio ineludibile per avviare processi positivi attraverso i quali la scuola dell’infanzia possa offrire risposte rispettose dei diritti educativi dei bambini “under tre”, come avviene in alcune situazioni (“sezioni primavera” in Emilia Romagna, “sezioni ponte” del Comune di Roma).


Gli asili-nido aziendali

L’iniziativa del governo di puntare sugli asili-nido aziendali per rispondere alla grave carenza di servizi educativi per l’infanzia da 0 a 3 anni si sta rivelando del tutto inadeguata.
Con la finanziaria 2002 si assicura alle imprese una linea di finanziamento, per metà a fondo perduto, per realizzare nei luoghi di lavoro nidi e micronidi per i figli dei dipendenti di età tra 3 mesi e 3 anni. A tal fine è stato istituito un Fondo di rotazione, per un importo pari a 10 milioni di Euro.
Un’idea, questa di puntare sugli asili-nido aziendali, del tutto inadeguata all’esigenza di costruire un moderno sistema di servizi per la prima infanzia, capace di risalire la drammatica china dell’insufficienza quantitativa, garantendo la qualità dell’offerta.
La soluzione governativa, inoltre, non ha tenuto conto delle nuove competenze di Regioni ed Enti Locali dopo la riforma del Titolo V della Costituzione. La Corte Costituzionale ha, infatti, dichiarato incostituzionale il Fondo Nazionale vincolato al finanziamento di asili-nido aziendali, riconoscendo alle Regioni la potestà legislativa in materia (allo Stato compete la sola definizione dei principi fondamentali) e l’autonomia finanziaria sia di entrata che di spesa.
La prima attuazione di questo provvedimento ne sta rivelando tutti i limiti: al di là di alcune buone intenzioni, contenute nella normativa applicativa, i nidi aziendali sono concepiti sostanzialmente come strutture destinate alla cura e all’accoglienza dei figli dei dipendenti. Né troviamo mai un riferimento esplicito a intese o accordi con le Organizzazioni sindacali o con le Rsu, che, infatti, sono state sistematicamente escluse dalle decisione e dalle informazioni.
In qualche situazione l’intervento dell’ente locale ha permesso di collocare gli asili nido aziendali all’interno del sistema integrato dei servizi educativi per l’infanzia, aprendoli al territorio e prospettando, in questo modo, una risposta di carattere educativo a bisogni specifici dei genitori lavoratori che trovano più conveniente ricorrere ad un asilo nido in prossimità del posto di lavoro.
Laddove, invece, questa norma è gestita al di fuori della programmazione territoriale governata dagli Enti locali sta contribuendo a trasformare la fascia 0-3 in un territorio governato dal “fai da te” popolato da asili aziendali, nidi famiglia o di vicinato, asili di condominio e aziendali, anticipo nella scuola dell’infanzia, voucher regionali alle famiglie che non ricorrono ai servizi pubblici. Tutte riposte volte a risolvere prioritariamente i problemi degli adulti, ma prive di attenzione per i diritti educativi dei bambini.


Una sentenza della Corte Costituzionale

Di fronte a queste scelte sbagliate e inefficaci del governo, occorre mettere in campo un progetto alternativo per il rilancio delle politiche per l’infanzia.
Occorrono, innanzi tutto, azioni di supporto alla genitorialità responsabile, sia in termini di servizi (sociali e educativi) che di organizzazione dei tempi di lavoro e della città, in modo da facilitare lo sviluppo delle relazioni genitori-figli e dei bambini nell’ambito del gruppo dei pari.
A questo proposito è interessante il documento sottoscritto dai candidati sindaci del centrosinistra “Città per i bambini e gli adolescenti: 10 proposte per le amministrative 2004” nel quale si impegnano a favorire la partecipazione dei più piccoli, a permettere la riappropriazione degli spazi urbani da parte dei bambini, a potenziare i sevizi educativi e a realizzare spazi per la socializzazione, il gioco e l’esplorazione.
In ordine ai servizi educativi è essenziale la rivendicazione di un fondo e di un piano nazionale di investimento, che attribuisca risorse certe alle regioni e agli enti locali
L’obiettivo di riferimento è quello stabilito dall’Unione Europea a Lisbona: raggiungere entro il 2010 il 33% di offerta formativa nella fascia 0-3.
Occorre poi superare la Legge 1044/71 per riconoscere carattere educativo ai nidi, come riconosciuto dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 370 del 2003. Una sentenza decisamente interessante, a seguito del ricorso presentato da alcune regioni contro l’art. 70 della finanziaria 2002 (fondo per gli asili nido aziendali), che afferma in merito agli asili-nido “è indubbio che la relativa disciplina non possa che ricadere nell'ambito della materia dell'istruzione (sia pure in relazione alla fase pre-scolare del bambino), nonché per alcuni profili nella materia della tutela del lavoro”.
In base dunque all'attuale legislazione e agli esiti di tale sentenza, allo Stato compete la sola definizione dei principi fondamentali in materia di asili nido, mentre alle Regioni spetta la potestà legislativa. Ne consegue, conclude la sentenza, che “dal momento che l'attività dello speciale servizio pubblico costituito dagli asili-nido rientra palesemente nella sfera delle funzioni proprie delle Regioni e degli Enti locali, è contraria alla disciplina costituzionale vigente la configurazione di un fondo settoriale di finanziamento gestito dallo Stato, che viola in modo palese l'autonomia finanziaria sia di entrata che di spesa delle regioni e degli enti locali e mantiene allo Stato alcuni poteri discrezionali nella materia cui si riferisce”.
A seguito di questa sentenza il disegno di legge in materia di servizi socio-educativi per la prima infanzia, approvato dalla Camera dei deputati il 13 novembre 2003 e attualmente all'attenzione del Senato, risulta del tutto superato, visto che considera i nidi servizi sociali a domanda individuale e tende a favorire il fiorire di nidi-parcheggio, affidati all’iniziativa privata senza regole.


Una proposta alternativa

Diventa, invece, possibile e necessario affrontare fin dall’inizio unitariamente il percorso educativo, superando la divisione tra la collocazione dei nidi e dei servizi educativi nell’ambito dei servizi sociali a domanda individuale e sconfiggendo il piano del governo di far regredire il pianeta zerosei ad assistenza e custodia.
Il riconoscimento della funzione educativa ai nidi permette di prospettare una proposta alternativa alle politiche regressive della Moratti e della Prestigiacomo fondata su un sistema unitario e flessibile in cui i nidi e i diversi servizi educativi siano posti in continuità con la scuola dell’infanzia.
Per quest’ultima si deve prospettare un piano triennale per la sua generalizzazione quantitativa e qualitativa (eliminazione delle liste di attesa e garanzia di standard di qualità in merito agli orari, al numero degli alunni per sezione e alle compresenze degli insegnanti) e per la costruzione di percorsi di continuità forte con la scuola elementare.
In questo quadro è anche ipotizzabile che gli istituiti comprensivi aggreghino tutta l’offerta formativa 0-14 nell’ambito di un percorso unitario di base cui contribuiscono anche gli asili-nido e i servizi educativi per l’infanzia.
Queste tematiche devono essere immediatamente poste al centro dell’attenzione e dell’iniziativa.
Il movimento che in questo anno scolastico si è sviluppato a partire dalla difesa del tempo pieno deve effettivamente ampliare il suo raggio di iniziativa dal nido all’università per fermare la Moratti e prospettare una alternativa possibile.
La Cgil intende fare la sua parte promuovendo vertenze territoriali a supporto di politiche positive per l’infanzia. A questo fine saranno costruite piattaforme, aprendo il confronto con Cisl e Uil, che coniughino i diritti dei bambini, dei genitori e degli operatori e che siano capaci di realizzare le più vaste alleanze con la società civile e di interloquire positivamente con le istituzioni locali.
Gli accordi di programma delle Regioni e degli Enti locali sono le sedi politiche dalle quali ottenere piani di intervento, destinazione dei flussi finanziari, requisiti, regole, offerte formative alte, aggiornamento del personale e soprattutto la messa in rete delle strutture educative per la prima infanzia.
Si deve puntare a patti territoriali per l’infanzia, mettendo insieme tutti i protagonisti pubblici e privati che si occupano di infanzia e di adolescenza (enti locali, scuola, associazionismo, cooperazione, mondo degli operatori e della formazione).
Occorre, nell’ambito del confronto sul documento di programmazione economica regionale, rivendicare investimenti significativi a supporto delle politiche per l’infanzia, in particolare nei servizi educativi per la prima infanzia (0-3).
Si deve, poi, puntare a ottenere leggi regionali che introducano regole, standard, controlli, visto che l’attività legislativa delle Regioni negli ultimi anni, ad eccezione di alcune pregevoli realtà, non ha introdotto novità in linea con i profondi cambiamenti intervenuti nella società. Tutto si è fermato alle leggi di attuazione della 1044 del lontano ’71.
L’obiettivo è un piano per eliminare le liste di attesa e per il supporto dei modelli di qualità, a partire dai progetti di continuità nidi-scuola dell’infanzia-scuola elementare. Legato a questo è la rivendicazione di politiche volte ad armonizzare tempi di vita e di lavoro delle città e la costruzione di spazi urbani dove i bambini possano giocare, esplorare, conoscere.
Recentemente si è registrata una rinnovata convergenza tra i Sindacati Confederali e la nuova Confindustria, in particolare su un punto si sono utilizzate quasi le stesse parole: “La priorità oggi non è la riduzione delle tasse, ma investire nell’innovazione, nella ricerca e nella formazione”. Investire, appunto, pensare al futuro, mettere al centro le politiche per l’infanzia: anche su questi temi si misurerà la possibilità di un patto per lo sviluppo che ridia slancio al paese.

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