Inserto
Scuola
superiore
L'alternanza
scuola-lavoro
Un sistema a pezzettoni
Maria Brigida
Le
finalità previste nella bozza di decreto non hanno
alcun riscontro concreto.
Non c’è sistema, ma solo un percorso addestrativo
per chi non riesce bene nella scuola. Le ricadute
negative sull’istruzione professionale
Il Ministro Moratti vanta tra i meriti della sua legge
quello di aver introdotto nel sistema scolastico italiano
l’alternanza scuola-lavoro. L’art. 4 della
legge 53/03 prevede, infatti, la possibilità per
i giovani fra i 15 e i 18 anni di età di realizzare
l’intera formazione in alternanza, appunto, tra
scuola e lavoro. In questo modo si fa dell’alternanza
una sorta di percorso differenziato, cui destinare presumibilmente
gli alunni più deboli, che è bene imparino
presto un mestiere. Insomma un’ulteriore differenziazione
tra i giovani, contraria nello spirito e nella lettera
al ruolo di promozione sociale delle persone che la Costituzione
ha affidato alla scuola pubblica.
La “novità” propagandata dal Ministro
Moratti, risale in realtà ai primi anni Ottanta,
realizzata dalle scuole che con l’alternanza intendevano
superare la dicotomia, la separatezza tra il momento della
formazione e quello del lavoro. Quella sperimentazione
si basava sulla considerazione che anche il lavoro ha
valore formativo e che non era più tollerabile
che i giovani nel loro percorso formativo fossero tenuti
distanti dal lavoro, esperienza fondamentale nella vita
delle persone. L’alternanza scuola-lavoro, quindi,
come arricchimento della formazione culturale di base
dei giovani, senza alcuna finalità addestrativa;
una modalità didattica che, alla stessa stregua
di altre, è disponibile per tutte le classi e per
tutti gli indirizzi della scuola superiore, che le singole
scuole programmano all’interno del proprio progetto
formativo, nell’esercizio dell’autonomia didattica.
Nello schema di decreto approvato dal Consiglio dei Ministri
persiste, al contrario, la possibilità che l’alternanza
costituisca un ulteriore percorso differenziato. In più
parti si evince che essa non riguarderebbe tutti gli studenti
ma solo una parte.
Alternanza tra che cosa?
Nessuna
indicazione oraria viene stabilita per la quota da destinare
alle esperienze fuori dall’aula, che potrebbe anche
essere pari o addirittura superiore a quella destinata
alle ore in aula. In questo caso sarebbe impensabile realizzare
un tale percorso ad esempio nei licei e soprattutto nei
licei così come delineati dal documento di Fiuggi
della primavera 2003 e confermati nei diversi documenti
in circolazione. Oltretutto non stabilendo alcun criterio
minimo nazionale, ognuno (le regioni, le singole scuole,
chi?) deciderà per proprio conto. Ciò significa
che saremmo in presenza di tanti percorsi, nominalmente
uguali, ma profondamente diversi fra loro, con orari e
discipline diversificati, persino tra scuola e scuola,
visto che le convenzioni si prevedono a quel livello.
Anche in questo caso salterebbe l’idea di un sistema
scolastico unitario, nazionale, a favore di un sistema
regionale ad arlecchino.
Ma se sarà possibile dedicare un monte ore consistente
alle esperienze in azienda, quelle ore si aggiungono o
si tolgono alle ore del curricolo scolastico ordinario?
si sostituiscono alle discipline? Se sì, chi decide
quali? Ed in questo caso, quale è la ripercussione
sugli organici, cioè sui posti di lavoro dei docenti?
È previsto il tutor per l’alternanza, ma,
pare, al di fuori di qualsiasi deliberazione collegiale
e della contrattazione. Il pensiero va a quanto previsto
in materia nel decreto sul primo ciclo e l’idea
che questo governo pensi di introdurre in modo sistematico
specifiche figure professionali, staccate dall’insegnamento,
non pare infondata. Ma tutto ciò non può
essere condiviso.
Nulla si dice sulle aziende ospitanti, per le quali invece
sarebbe opportuno stabilire alcuni criteri. Uno per tutti?
il rispetto della legalità. Trattandosi infatti
di esperienze inserite in un percorso formativo, non dovrebbe
accadere che i ragazzi vengano inseriti, ad esempio, in
aziende colluse con la mafia, in aziende che inquinano,
che non rispettano le normative fiscali o quelle sulla
sicurezza sul lavoro, o che siano arretrate dal punto
di vista del processo produttivo e tecnologico.
Non si prevede alcun coinvolgimento del sindacato aziendale,
che invece in molte esperienze realizzate dalle scuole
svolge anche una funzione di controllo sociale, ne “garantisce”
l’uso corretto e non quello distorto di sostituzione
gratuita di manodopera.
Manca qualunque indicazione sul governo di tale sistema.
Uno dei problemi che si incontrano nella realizzazione
dell’alternanza è trovare aziende disponibili
ad accogliere ragazzi in formazione. Troppo spesso praticare
tale modalità didattica dipende dal sistema di
“conoscenze” della singola scuola, mentre
ad essa dovrebbe poter accedere ogni scuola che decide
di usufruirne, sulla base del proprio progetto formativo.
La regionalizzazione degli Istituti tecnici e professionali
pare essere considerata cosa già fatta. Essa verrebbe
confermata anche dal punto di vista del finanziamento.
Le fonti di finanziamento dell’alternanza sono esattamente
quelle che finanziano i sistemi regionali di Formazione
Professionale. Anche da questo punto di vista, quindi,
l’alternanza appare come operazione che riguarda
i soli sistemi di formazione professionale e non l’intero
sistema di istruzione.
Insomma mettendo in relazione i testi dei due decreti,
in assenza del quadro di riferimento sull’assetto
del secondo ciclo, siamo in presenza di provvedimenti
che, se adottati in via definitiva, contribuirebbero pesantemente
all’ulteriore divisione tra giovani adolescenti
che necessitano, al contrario, di stare a scuola insieme
almeno fino a 16 anni di età, per acquisire quelle
conoscenze di base utili a fare scelte successive consapevoli.
Di certo in una scuola superiore riformata, ma dentro
un sistema di istruzione che garantisca l’inclusione
di tutti gli studenti, che li sostenga a raggiungere gli
obiettivi formativi.
Ma tutto questo richiede un progetto di scuola opposto
a quello dell’attuale governo ed un impegno serio
ad investire in risorse professionali, strutturali e finanziarie
opposto ai tagli pesanti e continui che si stanno abbattendo
ormai da qualche anno sulla scuola pubblica