Inserto
Scuola superiore

Il ciclo dei vinti
Maria Brigida

Un lavoro di tre anni per costruire un sistema precocemente selettivo, che abbassa la qualità dell’offerta formativa, dequalifica l’istruzione professionale, non fa bene ai giovani e non serve al paese...

Sta arrivando, purtroppo, il tempo anche per la scuola secondaria superiore di fare i conti con l’attuazione della legge 53/03.
Ciò non significa che, dall’insediamento dell’attuale Governo ad oggi, nella secondaria superiore non sia accaduto nulla, anzi. Ma ora il rischio che il disastro si completi è molto alto.
Abbiamo ritenuto, quindi, opportuno dedicare questo inserto alla situazione che si è creata nella scuola secondaria superiore per effetto dei provvedimenti già adottati dal Governo e a quanto si prevede di introdurre con le bozze dei primi decreti attuativi.


I provvedimenti già in atto

Dall’emanazione della Legge Finanziaria 2002 in poi, molti sono stati gli atti legislativi e amministrativi che hanno determinato cambiamenti significativi, ma non positivi, nella secondaria superiore, e che hanno preceduto e accompagnato l’approvazione della legge 53.
Vale la pena ripercorrere brevemente le tappe di questo sciagurato cammino, perché in tal modo diventa evidente che in realtà, dietro l’apparente confusione e sconnessione fra i vari interventi, si cela un disegno organico e coerente del Governo, teso a ridurre la presenza della scuola pubblica, in un segmento in cui la presenza del privato è stata finora marginale, e a minarne profondamente la qualità.

  1. La modifica della composizione delle Commissioni degli esami di maturità ha fatto riesplodere il fenomeno dei diplomifici, oltre a penalizzare fortemente il valore del titolo rilasciato.
  2. L’obbligo a completare le 18 ore con l’insegnamento frontale disarticola in modo casuale le cattedre, aumenta il numero dei docenti per classe, ne fa saltare la continuità, producendo un annuale balletto di insegnanti, con evidenti e gravi ripercussioni sulla qualità dell’offerta scolastica.
  3. La pesante e progressiva riduzione degli organici che, oltre a diminuire i posti di lavoro per i docenti, sta avendo effetti perversi sul numero degli alunni per classe.
  4. La pesante riduzione degli insegnanti di sostegno ed il diffuso mancato rispetto dei parametri per l’inserimento degli alunni portatori di handicap, nega a questi ultimi nei fatti il diritto all’istruzione: si inseriscono persino tre o quattro alunni con handicap in classi numerose.
  5. I criteri fortemente restrittivi per la costituzione delle classi, che ne vietano la costituzione con un numero inferiore a 20 alunni e che obbligano ad accorpamenti forzati di classi intermedie, e contribuiscono ad elevare fino a 38, 39 il numero degli alunni per classe. In tal modo la selezione appare sempre più spesso l’unica risposta ai problemi posti dall’affollamento delle classi, con grave pregiudizio del diritto all’istruzione per tutti;
  6. La progressiva, pesante riduzione delle risorse finanziarie alle istituzioni scolastiche autonome rende fortemente problematico l’ordinario sviluppo delle attività, non consente la realizzazione di progetti di arricchimento e miglioramento dell’offerta, mette in discussione la possibilità di garantire parti dello stesso curricolo obbligatorio, come nel caso della terza area delle quarte e quinte classi degli istituti professionali, nonché l’utilizzo dei laboratori che, necessitando di manutenzione e acquisto ricorrente dei materiali di base, necessitano al contrario di risorse adeguate non più disponibili;
  7. La riduzione della durata dell’obbligo scolastico ha ridotto il numero degli iscritti alla scuola secondaria, con grave danno al diritto all’istruzione per gli alunni più deboli che, in uscita dalla media inferiore, sono lasciati soli a decidere del proprio futuro, senza che la Repubblica assuma su di sé il compito della loro promozione culturale e sociale. In tal modo la condizione iniziale di debolezza rischia di trasformarsi in condanna a vita ad un futuro di emarginazione sociale.

L’effetto combinato di questi provvedimenti finisce per penalizzare i diritti del personale, a partire da quello alla stabilità del posto di lavoro, e i diritti degli studenti, che devono accontentarsi di una scuola pubblica più povera, più selettiva, a favore di una concorrenza con il privato in cui chi è più forte vince, sia dal punto di vista dell’offerta di istruzione che delle condizioni soggettive delle persone.


L’incerto assetto della secondaria superiore

L’approvazione della legge 53/03 ha aggiunto a questi provvedimenti, determinati in buona parte dalle tre leggi finanziarie approvate dal governo di centro-destra, un alone di grande incertezza sull’assetto complessivo del cosiddetto secondo ciclo, che ha aggravato il disagio dei lavoratori di questo segmento del sistema di istruzione, degli studenti e che sta nei fatti provocando distorsioni sulla secondaria superiore, a partire dalle iscrizioni ai vari indirizzi.
Mentre, infatti, sul primo ciclo la legge 53 non ha modificato durata e struttura rispetto alla situazione esistente, sul secondo ciclo di istruzione si è introdotta una separazione, che prevede la divaricazione tra il sistema dei licei, statale, quinquennale e definito nei numeri e nelle denominazioni, e il sistema di istruzione e formazione professionale, quadriennale, di cui si adombra la regionalizzazione.
Per la precisa identificazione di questo secondo sistema si fa rinvio all’apposito, emanando decreto legislativo. A rigore di logica, questo avrebbe dovuto essere il primo dei decreti da emanare, non fosse altro perché di esso non esiste alcun riscontro nel sistema di istruzione esistente, né tantomeno nei sistemi regionali di formazione professionale. Qualunque intervento, infatti, che riguardi il secondo ciclo avrebbe bisogno di essere collocato all’interno di questa novità, per certi versi dirompente, introdotta dalla Legge 53.
Così non è stato finora, per evidenti difficoltà all’interno della stessa maggioranza di governo che, nell’approvare quel testo, ha anche approvato una serie di ordini del giorno in qualche modo in contraddizione con l’impianto proposto dalla legge.
Queste difficoltà si sono accentuate nel corso degli ultimi mesi, per l’opposizione e la contrarietà non solo del sindacato, in particolare della Cgil, ma anche di buona parte del mondo delle imprese che vede nella possibile regionalizzazione degli istituti tecnici il rischio di un abbassamento del livello di preparazione dei giovani di cui l’industria italiana non ha davvero bisogno.
Il silenzio del Governo su questo punto essenziale, a fronte di proposte, “voci”, testi più o meno ufficiali che si rincorrono e si smentiscono reciprocamente, fa sì che sia iniziata una fuga di docenti e di studenti da quegli indirizzi, ritenuti a rischio di regionalizzazione.
Ma non tutti i docenti sono in grado di trasferirsi verso i licei, poiché non tutte le discipline, in particolare quelle di indirizzo degli istituti tecnici e professionali, si ritrovano in quei curricoli. Inoltre il taglio degli organici porta alla diminuzione delle classi. Questa situazione aumenta le ansie e le incertezze del personale, che di certo non si riflettono positivamente sulla qualità del servizio prestato.
Da parte loro, anche gli studenti e le loro famiglie, a fronte di questa situazione di incerta collocazione e destino di quegli istituti, hanno cominciato a migrare verso i licei, segmento ritenuto più stabile. Ciò aggrava la situazione, distorce l’assetto della scuola superiore, perché finora circa il 63% degli studenti si ripartiva tra i diversi indirizzi dell’istruzione tecnica e professionale, secondo i dati del Miur. Di conseguenza gran parte del personale e delle strutture erano impegnati su questi indirizzi, che ora sono in via di diminuzione a favore dei licei, che, al contrario, non sono attrezzati adeguatamente a far fronte a numeri così elevati di studenti e ai loro bisogni formativi.
Siamo, quindi, in un momento di grave indeterminatezza, in cui la scelta del Governo di un’impostazione duale del secondo ciclo non viene sostanziata da atti conseguenti, in assenza dei quali però si rischia il determinarsi di una situazione non governata e difficilmente reversibile.


Sistema duale: è ingiusto socialmente sbagliato pedagogicamente

A questa incertezza sulla struttura del secondo ciclo si aggiungono le valutazioni, negative, pedagogiche, didattiche, sociali e politiche sull’impostazione duale, confermate dagli esiti anche dell’Indagine PISA, che ha analizzato i sistemi formativi dei paesi appartenenti all’area Ocse. Essa ha rilevato che i paesi i cui sistemi formativi hanno esiti migliori sono quelli dove la durata dell’obbligo scolastico è più elevata e la scelta sui diversi percorsi formativi è rinviata nel tempo. La Germania, paese culla del sistema duale e delle scelte precoci, si è ritrovata persino dietro all’Italia per alcuni apprendimenti e competenze e per questo è impegnata a riscrivere le regole del proprio sistema scolastico. Mentre accadeva tutto ciò, il Governo del nostro paese decideva di adottare quel modello.
Un impianto duale di questa natura è anacronistico rispetto alla complessità ed interdipendenza dei fenomeni, caratteristiche dominanti dell’attuale società. Non è funzionale neppure ai bisogni del mondo del lavoro, che richiede, invece, manodopera sapiente, in grado di leggere e governare autonomamente i cambiamenti, sempre più frequenti. Presuppone una matura capacità di scelta, che invece è negata dalla stessa legge 53, nel momento in cui ha abbassato la durata dell’obbligo di istruzione.
Si chiede ai giovani di scegliere tra due percorsi profondamente diversi, per impianto, finalità, durata e contenuti proprio nella fase adolescenziale, nel pieno dei tumulti tipici di quella fase, di cui l’incertezza è il tratto dominante.
Fare scegliere il proprio futuro a tredici anni significa negare loro la prospettiva di cambiare e migliorare le condizioni di partenza, familiari e sociali, che in tal modo diventerebbero le uniche variabili che determinano scelte così importanti.
Il carattere selettivo di questa impostazione appare evidente: mentre tutte le indagini e le analisi definiscono la nostra come la società della conoscenza, in cui il sapere è l’elemento che determina l’inclusione o l’esclusione delle persone, questo governo ha deciso di separare precocemente i giovani proprio nell’accesso al sapere, determinando ed accentuando la stratificazione sociale fra chi, più debole socialmente, è destinato a rimanere nella sua condizione di subalternità e chi, più forte, è destinato a mantenere e rafforzare il suo potere decisionale.


Di obbligo scolastico c’è ancora bisogno

I dati resi noti dal Miur dicono che grazie alla legge 9/99, che aveva elevato di un anno la durata dell’obbligo scolastico, circa 40.000 ragazzi in più si erano iscritti alla prima classe della scuola superiore e la stragrande maggioranza di loro ha proseguito gli studi nel sistema di istruzione, anche dopo l’assolvimento dell’obbligo.
Appena la legge 9/99 è stata abrogata, a seguito dell’approvazione della legge 53/03, il numero di questi ragazzi è immediatamente sceso: una parte si è rivolto alla formazione professionale regionale, un’altra si è persa per strada, nonostante i tentativi di trattenerli con gli Accordi Stato Regioni.

Esattamente il contrario degli impegni che il nostro paese aveva assunto a livello europeo. Al vertice europeo di Lisbona nel 2000 i Paesi membri si sono impegnati a combattere la dispersione scolastica, portandola al di sotto del 10%, a portare almeno l’85% dei giovani in età al diploma di scuola secondaria, a costruire un sistema di educazione permanente. Entro il 2010.
In un Paese moderno, i cittadini hanno bisogno di rimanere più a lungo a scuola per acquisire i saperi necessari all’esercizio pieno della cittadinanza, in una società sempre più complessa.


Gli Accordi Stato Regioni

Per far fronte all’emergenza prodotta dall’abrogazione della legge 9/99 è stato sottoscritto, il 19 giugno 2003, dalla Conferenza Unificata Stato, Regioni, Autonomie Locali un Accordo quadro. Con questo accordo ed i successivi - sottoscritti bilateralmente da tutte le Regioni, dal Miur e dal Ministero del Lavoro - sono stati previsti percorsi triennali sperimentali tra la scuola e la formazione professionale. In base a questi accordi si dovrebbero realizzare percorsi integrati tra il sistema di istruzione ed i sistemi regionali di formazione professionale, in esito ai quali i ragazzi ottengono una qualifica professionale valida su tutto il territorio nazionale.
Le soluzioni adottate, però, nelle singole regioni, sono così diversificate che è impossibile tracciare un quadro unitario nazionale di queste sperimentazioni e nei fatti è diminuito il numero dei ragazzi iscritti alla prima classe della scuola secondaria superiore. In molte regioni i ragazzi frequentano corsi di formazione professionale regionale di primo livello, finalizzati a qualifiche di basso profilo professionale, poveri di sapere, senza avere alcun rapporto con il sistema di istruzione. Insomma un anticipo preoccupante della canalizzazione precoce, così come delineata dalla legge 53.


Il decreto sull’alternanza scuola lavoro

Il Ministro Moratti vanta tra i meriti della sua legge quello di aver introdotto nel sistema scolastico italiano l’alternanza scuola-lavoro. L’art. 4 della legge 53/03 prevede, infatti, la possibilità per i giovani fra i 15 e i 18 anni di età di realizzare l’intera formazione in alternanza, appunto, tra scuola e lavoro. In questo modo si fa dell’alternanza una sorta di percorso differenziato, cui destinare presumibilmente gli alunni più deboli, che è bene imparino presto un mestiere. Insomma un’ulteriore differenziazione tra i giovani, contraria nello spirito e nella lettera al ruolo di promozione sociale delle persone che la Costituzione ha affidato alla scuola pubblica.
La “novità” propagandata dal Ministro Moratti, risale in realtà ai primi anni Ottanta, realizzata dalle scuole che con l’alternanza intendevano superare la dicotomia, la separatezza tra il momento della formazione e quello del lavoro. Quella sperimentazione si basava sulla considerazione che anche il lavoro ha valore formativo e che non era più tollerabile che i giovani nel loro percorso formativo fossero tenuti distanti dal lavoro, esperienza fondamentale nella vita delle persone. L’alternanza scuola-lavoro, quindi, come arricchimento della formazione culturale di base dei giovani, senza alcuna finalità addestrativa; una modalità didattica che, alla stessa stregua di altre, è disponibile per tutte le classi e per tutti gli indirizzi della scuola superiore, che le singole scuole programmano all’interno del proprio progetto formativo, nell’esercizio dell’autonomia didattica.
Nello schema di decreto approvato dal Consiglio dei Ministri persiste, al contrario, la possibilità che l’alternanza costituisca un ulteriore percorso differenziato. In più parti si evince che essa non riguarderebbe tutti gli studenti ma solo una parte.


Alternanza tra che cosa?

Nessuna indicazione oraria viene stabilita per la quota da destinare alle esperienze fuori dall’aula, che potrebbe anche essere pari o addirittura superiore a quella destinata alle ore in aula. In questo caso sarebbe impensabile realizzare un tale percorso ad esempio nei licei e soprattutto nei licei così come delineati dal documento di Fiuggi della primavera 2003 e confermati nei diversi documenti in circolazione. Oltretutto non stabilendo alcun criterio minimo nazionale, ognuno (le regioni, le singole scuole, chi?) deciderà per proprio conto. Ciò significa che saremmo in presenza di tanti percorsi, nominalmente uguali, ma profondamente diversi fra loro, con orari e discipline diversificati, persino tra scuola e scuola, visto che le convenzioni si prevedono a quel livello. Anche in questo caso salterebbe l’idea di un sistema scolastico unitario, nazionale, a favore di un sistema regionale ad arlecchino.
Ma se sarà possibile dedicare un monte ore consistente alle esperienze in azienda, quelle ore si aggiungono o si tolgono alle ore del curricolo scolastico ordinario? si sostituiscono alle discipline? Se sì, chi decide quali? Ed in questo caso, quale è la ripercussione sugli organici, cioè sui posti di lavoro dei docenti?
È previsto il tutor per l’alternanza, ma, pare, al di fuori di qualsiasi deliberazione collegiale e della contrattazione. Il pensiero va a quanto previsto in materia nel decreto sul primo ciclo e l’idea che questo governo pensi di introdurre in modo sistematico specifiche figure professionali, staccate dall’insegnamento, non pare infondata. Ma tutto ciò non può essere condiviso.
Nulla si dice sulle aziende ospitanti, per le quali invece sarebbe opportuno stabilire alcuni criteri. Uno per tutti? il rispetto della legalità. Trattandosi infatti di esperienze inserite in un percorso formativo, non dovrebbe accadere che i ragazzi vengano inseriti, ad esempio, in aziende colluse con la mafia, in aziende che inquinano, che non rispettano le normative fiscali o quelle sulla sicurezza sul lavoro, o che siano arretrate dal punto di vista del processo produttivo e tecnologico.
Non si prevede alcun coinvolgimento del sindacato aziendale, che invece in molte esperienze realizzate dalle scuole svolge anche una funzione di controllo sociale, ne “garantisce” l’uso corretto e non quello distorto di sostituzione gratuita di manodopera.
Manca qualunque indicazione sul governo di tale sistema. Uno dei problemi che si incontrano nella realizzazione dell’alternanza è trovare aziende disponibili ad accogliere ragazzi in formazione. Troppo spesso praticare tale modalità didattica dipende dal sistema di “conoscenze” della singola scuola, mentre ad essa dovrebbe poter accedere ogni scuola che decide di usufruirne, sulla base del proprio progetto formativo.
La regionalizzazione degli Istituti tecnici e professionali pare essere considerata cosa già fatta. Essa verrebbe confermata anche dal punto di vista del finanziamento.
Le fonti di finanziamento dell’alternanza sono esattamente quelle che finanziano i sistemi regionali di Formazione Professionale. Anche da questo punto di vista, quindi, l’alternanza appare come operazione che riguarda i soli sistemi di formazione professionale e non l’intero sistema di istruzione.
Insomma mettendo in relazione i testi dei due decreti, in assenza del quadro di riferimento sull’assetto del secondo ciclo, siamo in presenza di provvedimenti che, se adottati in via definitiva, contribuirebbero pesantemente all’ulteriore divisione tra giovani adolescenti che necessitano, al contrario, di stare a scuola insieme almeno fino a 16 anni di età, per acquisire quelle conoscenze di base utili a fare scelte successive consapevoli. Di certo in una scuola superiore riformata, ma dentro un sistema di istruzione che garantisca l’inclusione di tutti gli studenti, che li sostenga a raggiungere gli obiettivi formativi.
Ma tutto questo richiede un progetto di scuola opposto a quello dell’attuale governo ed un impegno serio ad investire in risorse professionali, strutturali e finanziarie opposto ai tagli pesanti e continui che si stanno abbattendo ormai da qualche anno sulla scuola pubblica.

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