L’effetto
combinato di questi provvedimenti finisce per penalizzare
i diritti del personale, a partire da quello alla stabilità
del posto di lavoro, e i diritti degli studenti, che devono
accontentarsi di una scuola pubblica più povera,
più selettiva, a favore di una concorrenza con
il privato in cui chi è più forte vince,
sia dal punto di vista dell’offerta di istruzione
che delle condizioni soggettive delle persone.
L’incerto assetto della secondaria superiore
L’approvazione
della legge 53/03 ha aggiunto a questi provvedimenti,
determinati in buona parte dalle tre leggi finanziarie
approvate dal governo di centro-destra, un alone di grande
incertezza sull’assetto complessivo del cosiddetto
secondo ciclo, che ha aggravato il disagio dei lavoratori
di questo segmento del sistema di istruzione, degli studenti
e che sta nei fatti provocando distorsioni sulla secondaria
superiore, a partire dalle iscrizioni ai vari indirizzi.
Mentre, infatti, sul primo ciclo la legge 53 non ha modificato
durata e struttura rispetto alla situazione esistente,
sul secondo ciclo di istruzione si è introdotta
una separazione, che prevede la divaricazione tra il sistema
dei licei, statale, quinquennale e definito nei numeri
e nelle denominazioni, e il sistema di istruzione e formazione
professionale, quadriennale, di cui si adombra la regionalizzazione.
Per la precisa identificazione di questo secondo sistema
si fa rinvio all’apposito, emanando decreto legislativo.
A rigore di logica, questo avrebbe dovuto essere il primo
dei decreti da emanare, non fosse altro perché
di esso non esiste alcun riscontro nel sistema di istruzione
esistente, né tantomeno nei sistemi regionali di
formazione professionale. Qualunque intervento, infatti,
che riguardi il secondo ciclo avrebbe bisogno di essere
collocato all’interno di questa novità, per
certi versi dirompente, introdotta dalla Legge 53.
Così non è stato finora, per evidenti difficoltà
all’interno della stessa maggioranza di governo
che, nell’approvare quel testo, ha anche approvato
una serie di ordini del giorno in qualche modo in contraddizione
con l’impianto proposto dalla legge.
Queste difficoltà si sono accentuate nel corso
degli ultimi mesi, per l’opposizione e la contrarietà
non solo del sindacato, in particolare della Cgil, ma
anche di buona parte del mondo delle imprese che vede
nella possibile regionalizzazione degli istituti tecnici
il rischio di un abbassamento del livello di preparazione
dei giovani di cui l’industria italiana non ha davvero
bisogno.
Il silenzio del Governo su questo punto essenziale, a
fronte di proposte, “voci”, testi più
o meno ufficiali che si rincorrono e si smentiscono reciprocamente,
fa sì che sia iniziata una fuga di docenti e di
studenti da quegli indirizzi, ritenuti a rischio di regionalizzazione.
Ma non tutti i docenti sono in grado di trasferirsi verso
i licei, poiché non tutte le discipline, in particolare
quelle di indirizzo degli istituti tecnici e professionali,
si ritrovano in quei curricoli. Inoltre il taglio degli
organici porta alla diminuzione delle classi. Questa situazione
aumenta le ansie e le incertezze del personale, che di
certo non si riflettono positivamente sulla qualità
del servizio prestato.
Da parte loro, anche gli studenti e le loro famiglie,
a fronte di questa situazione di incerta collocazione
e destino di quegli istituti, hanno cominciato a migrare
verso i licei, segmento ritenuto più stabile. Ciò
aggrava la situazione, distorce l’assetto della
scuola superiore, perché finora circa il 63% degli
studenti si ripartiva tra i diversi indirizzi dell’istruzione
tecnica e professionale, secondo i dati del Miur. Di conseguenza
gran parte del personale e delle strutture erano impegnati
su questi indirizzi, che ora sono in via di diminuzione
a favore dei licei, che, al contrario, non sono attrezzati
adeguatamente a far fronte a numeri così elevati
di studenti e ai loro bisogni formativi.
Siamo, quindi, in un momento di grave indeterminatezza,
in cui la scelta del Governo di un’impostazione
duale del secondo ciclo non viene sostanziata da atti
conseguenti, in assenza dei quali però si rischia
il determinarsi di una situazione non governata e difficilmente
reversibile.
Sistema duale: è ingiusto socialmente sbagliato
pedagogicamente
A
questa incertezza sulla struttura del secondo ciclo si
aggiungono le valutazioni, negative, pedagogiche, didattiche,
sociali e politiche sull’impostazione duale, confermate
dagli esiti anche dell’Indagine PISA, che ha analizzato
i sistemi formativi dei paesi appartenenti all’area
Ocse. Essa ha rilevato che i paesi i cui sistemi formativi
hanno esiti migliori sono quelli dove la durata dell’obbligo
scolastico è più elevata e la scelta sui
diversi percorsi formativi è rinviata nel tempo.
La Germania, paese culla del sistema duale e delle scelte
precoci, si è ritrovata persino dietro all’Italia
per alcuni apprendimenti e competenze e per questo è
impegnata a riscrivere le regole del proprio sistema scolastico.
Mentre accadeva tutto ciò, il Governo del nostro
paese decideva di adottare quel modello.
Un impianto duale di questa natura è anacronistico
rispetto alla complessità ed interdipendenza dei
fenomeni, caratteristiche dominanti dell’attuale
società. Non è funzionale neppure ai bisogni
del mondo del lavoro, che richiede, invece, manodopera
sapiente, in grado di leggere e governare autonomamente
i cambiamenti, sempre più frequenti. Presuppone
una matura capacità di scelta, che invece è
negata dalla stessa legge 53, nel momento in cui ha abbassato
la durata dell’obbligo di istruzione.
Si chiede ai giovani di scegliere tra due percorsi profondamente
diversi, per impianto, finalità, durata e contenuti
proprio nella fase adolescenziale, nel pieno dei tumulti
tipici di quella fase, di cui l’incertezza è
il tratto dominante.
Fare scegliere il proprio futuro a tredici anni significa
negare loro la prospettiva di cambiare e migliorare le
condizioni di partenza, familiari e sociali, che in tal
modo diventerebbero le uniche variabili che determinano
scelte così importanti.
Il carattere selettivo di questa impostazione appare evidente:
mentre tutte le indagini e le analisi definiscono la nostra
come la società della conoscenza, in cui il sapere
è l’elemento che determina l’inclusione
o l’esclusione delle persone, questo governo ha
deciso di separare precocemente i giovani proprio nell’accesso
al sapere, determinando ed accentuando la stratificazione
sociale fra chi, più debole socialmente, è
destinato a rimanere nella sua condizione di subalternità
e chi, più forte, è destinato a mantenere
e rafforzare il suo potere decisionale.
Di obbligo scolastico c’è ancora
bisogno
I
dati resi noti dal Miur dicono che grazie alla legge 9/99,
che aveva elevato di un anno la durata dell’obbligo
scolastico, circa 40.000 ragazzi in più si erano
iscritti alla prima classe della scuola superiore e la
stragrande maggioranza di loro ha proseguito gli studi
nel sistema di istruzione, anche dopo l’assolvimento
dell’obbligo.
Appena la legge 9/99 è stata abrogata, a seguito
dell’approvazione della legge 53/03, il numero di
questi ragazzi è immediatamente sceso: una parte
si è rivolto alla formazione professionale regionale,
un’altra si è persa per strada, nonostante
i tentativi di trattenerli con gli Accordi Stato Regioni.
Esattamente
il contrario degli impegni che il nostro paese aveva assunto
a livello europeo. Al vertice europeo di Lisbona nel 2000
i Paesi membri si sono impegnati a combattere la dispersione
scolastica, portandola al di sotto del 10%, a portare
almeno l’85% dei giovani in età al diploma
di scuola secondaria, a costruire un sistema di educazione
permanente. Entro il 2010.
In un Paese moderno, i cittadini hanno bisogno di rimanere
più a lungo a scuola per acquisire i saperi necessari
all’esercizio pieno della cittadinanza, in una società
sempre più complessa.
Gli Accordi Stato Regioni
Per
far fronte all’emergenza prodotta dall’abrogazione
della legge 9/99 è stato sottoscritto, il 19 giugno
2003, dalla Conferenza Unificata Stato, Regioni, Autonomie
Locali un Accordo quadro. Con questo accordo ed i successivi
- sottoscritti bilateralmente da tutte le Regioni, dal
Miur e dal Ministero del Lavoro - sono stati previsti
percorsi triennali sperimentali tra la scuola e la formazione
professionale. In base a questi accordi si dovrebbero
realizzare percorsi integrati tra il sistema di istruzione
ed i sistemi regionali di formazione professionale, in
esito ai quali i ragazzi ottengono una qualifica professionale
valida su tutto il territorio nazionale.
Le soluzioni adottate, però, nelle singole regioni,
sono così diversificate che è impossibile
tracciare un quadro unitario nazionale di queste sperimentazioni
e nei fatti è diminuito il numero dei ragazzi iscritti
alla prima classe della scuola secondaria superiore. In
molte regioni i ragazzi frequentano corsi di formazione
professionale regionale di primo livello, finalizzati
a qualifiche di basso profilo professionale, poveri di
sapere, senza avere alcun rapporto con il sistema di istruzione.
Insomma un anticipo preoccupante della canalizzazione
precoce, così come delineata dalla legge 53.
Il decreto sull’alternanza scuola lavoro
Il
Ministro Moratti vanta tra i meriti della sua legge quello
di aver introdotto nel sistema scolastico italiano l’alternanza
scuola-lavoro. L’art. 4 della legge 53/03 prevede,
infatti, la possibilità per i giovani fra i 15
e i 18 anni di età di realizzare l’intera
formazione in alternanza, appunto, tra scuola e lavoro.
In questo modo si fa dell’alternanza una sorta di
percorso differenziato, cui destinare presumibilmente
gli alunni più deboli, che è bene imparino
presto un mestiere. Insomma un’ulteriore differenziazione
tra i giovani, contraria nello spirito e nella lettera
al ruolo di promozione sociale delle persone che la Costituzione
ha affidato alla scuola pubblica.
La “novità” propagandata dal Ministro
Moratti, risale in realtà ai primi anni Ottanta,
realizzata dalle scuole che con l’alternanza intendevano
superare la dicotomia, la separatezza tra il momento della
formazione e quello del lavoro. Quella sperimentazione
si basava sulla considerazione che anche il lavoro ha
valore formativo e che non era più tollerabile
che i giovani nel loro percorso formativo fossero tenuti
distanti dal lavoro, esperienza fondamentale nella vita
delle persone. L’alternanza scuola-lavoro, quindi,
come arricchimento della formazione culturale di base
dei giovani, senza alcuna finalità addestrativa;
una modalità didattica che, alla stessa stregua
di altre, è disponibile per tutte le classi e per
tutti gli indirizzi della scuola superiore, che le singole
scuole programmano all’interno del proprio progetto
formativo, nell’esercizio dell’autonomia didattica.
Nello schema di decreto approvato dal Consiglio dei Ministri
persiste, al contrario, la possibilità che l’alternanza
costituisca un ulteriore percorso differenziato. In più
parti si evince che essa non riguarderebbe tutti gli studenti
ma solo una parte.
Alternanza tra che cosa?
Nessuna
indicazione oraria viene stabilita per la quota da destinare
alle esperienze fuori dall’aula, che potrebbe anche
essere pari o addirittura superiore a quella destinata
alle ore in aula. In questo caso sarebbe impensabile realizzare
un tale percorso ad esempio nei licei e soprattutto nei
licei così come delineati dal documento di Fiuggi
della primavera 2003 e confermati nei diversi documenti
in circolazione. Oltretutto non stabilendo alcun criterio
minimo nazionale, ognuno (le regioni, le singole scuole,
chi?) deciderà per proprio conto. Ciò significa
che saremmo in presenza di tanti percorsi, nominalmente
uguali, ma profondamente diversi fra loro, con orari e
discipline diversificati, persino tra scuola e scuola,
visto che le convenzioni si prevedono a quel livello.
Anche in questo caso salterebbe l’idea di un sistema
scolastico unitario, nazionale, a favore di un sistema
regionale ad arlecchino.
Ma se sarà possibile dedicare un monte ore consistente
alle esperienze in azienda, quelle ore si aggiungono o
si tolgono alle ore del curricolo scolastico ordinario?
si sostituiscono alle discipline? Se sì, chi decide
quali? Ed in questo caso, quale è la ripercussione
sugli organici, cioè sui posti di lavoro dei docenti?
È previsto il tutor per l’alternanza, ma,
pare, al di fuori di qualsiasi deliberazione collegiale
e della contrattazione. Il pensiero va a quanto previsto
in materia nel decreto sul primo ciclo e l’idea
che questo governo pensi di introdurre in modo sistematico
specifiche figure professionali, staccate dall’insegnamento,
non pare infondata. Ma tutto ciò non può
essere condiviso.
Nulla si dice sulle aziende ospitanti, per le quali invece
sarebbe opportuno stabilire alcuni criteri. Uno per tutti?
il rispetto della legalità. Trattandosi infatti
di esperienze inserite in un percorso formativo, non dovrebbe
accadere che i ragazzi vengano inseriti, ad esempio, in
aziende colluse con la mafia, in aziende che inquinano,
che non rispettano le normative fiscali o quelle sulla
sicurezza sul lavoro, o che siano arretrate dal punto
di vista del processo produttivo e tecnologico.
Non si prevede alcun coinvolgimento del sindacato aziendale,
che invece in molte esperienze realizzate dalle scuole
svolge anche una funzione di controllo sociale, ne “garantisce”
l’uso corretto e non quello distorto di sostituzione
gratuita di manodopera.
Manca qualunque indicazione sul governo di tale sistema.
Uno dei problemi che si incontrano nella realizzazione
dell’alternanza è trovare aziende disponibili
ad accogliere ragazzi in formazione. Troppo spesso praticare
tale modalità didattica dipende dal sistema di
“conoscenze” della singola scuola, mentre
ad essa dovrebbe poter accedere ogni scuola che decide
di usufruirne, sulla base del proprio progetto formativo.
La regionalizzazione degli Istituti tecnici e professionali
pare essere considerata cosa già fatta. Essa verrebbe
confermata anche dal punto di vista del finanziamento.
Le fonti di finanziamento dell’alternanza sono esattamente
quelle che finanziano i sistemi regionali di Formazione
Professionale. Anche da questo punto di vista, quindi,
l’alternanza appare come operazione che riguarda
i soli sistemi di formazione professionale e non l’intero
sistema di istruzione.
Insomma mettendo in relazione i testi dei due decreti,
in assenza del quadro di riferimento sull’assetto
del secondo ciclo, siamo in presenza di provvedimenti
che, se adottati in via definitiva, contribuirebbero pesantemente
all’ulteriore divisione tra giovani adolescenti
che necessitano, al contrario, di stare a scuola insieme
almeno fino a 16 anni di età, per acquisire quelle
conoscenze di base utili a fare scelte successive consapevoli.
Di certo in una scuola superiore riformata, ma dentro
un sistema di istruzione che garantisca l’inclusione
di tutti gli studenti, che li sostenga a raggiungere gli
obiettivi formativi.
Ma tutto questo richiede un progetto di scuola opposto
a quello dell’attuale governo ed un impegno serio
ad investire in risorse professionali, strutturali e finanziarie
opposto ai tagli pesanti e continui che si stanno abbattendo
ormai da qualche anno sulla scuola pubblica.