Proposte a confronto
Cosa bolle nella pentola del secondo ciclo
Antonio Valentino

La riforma della secondaria superiore tra Poli tecnologici e Centri politecnici


A più di 15 mesi dall’approvazione della Legge di riforma della scuola, mancano ancora indicazioni ufficiali che definiscano il profilo del secondo ciclo di istruzione e formazione. Né il Ministro ha finora espresso un orientamento, quale che sia, in proposito. Ci sono documenti ufficiosi di gruppi di lavoro ministeriale, articoli di consiglieri del ministro, posizioni di forze sociali e partiti politici, disegni di leggi regionali che affrontano il problema, ma linee ufficiali per lo schema di decreto attuativo sulla secondaria superiore non sono state ancora poste all’attenzione del mondo della scuola.
Un’uscita importante può essere considerato il comunicato dell’otto giugno scorso che riassume i risultati dell’incontro dei sottosegretari Aprea e Siliquini con i rappresentanti del mondo della professioni. In esso si afferma “la necessità di valorizzare l’istruzione tecnica nel nuovo sistema dei licei e la formazione professionale nel nuovo sistema di istruzione e formazione professionale”.
Questa posizione sembra muoversi in sintonia con la proposta presentata da Confindustria a Vicenza il 20 di aprile, nel corso di un convegno, su cui si registra un’esplicita e sostanziale condivisione di Alleanza Nazionale tra le forze della maggioranza governativa.
Qualche elemento di analogia presenta la bozza del disegno di legge della regione Lombardia presentato a Milano nel corso dell’Expo della Fiera di Milano verso la fine di aprile.
Questo articolo mira essenzialmente a presentare gli elementi sia delle proposte prima richiamate sia della bozza di Indicazioni Nazionali per il Sistema dei Licei, fatta circolare recentemente, a individuarne i punti caratterizzanti e le logiche che le informano.


I Poli tecnologici di Confindustria

Lo studio che è alla base della proposta di Confindustria è contenuto nella pubblicazione Rapporto Education 2004, Capitale umano, qualità e competitività: quando la formazione anticipa lo sviluppo, vol. 2 (qui sono riportati passi dal vol. II, pp. 19-23).
Per la prima volta in questa occasione Confindustria si contrappone in modo esplicito alla divisione netta tra sistema dei licei da una parte e sistema di istruzione e formazione professionale dall’altra e all’ipotesi secondo la quale confluiscono nel secondo canale gli istituti tecnici che hanno avuto e continuano ad avere nel nostro sistema una vocazione professionalizzante. L’Associazione degli industriali propone due tipologie di licei: una generalista e l'altra di tipo “vocazionale” (dall'inglese vocational, cioè “professionalizzante”). Nella seconda entrerebbero i tre licei ad indirizzo rispettivamente tecnologico, economico, artistico-musicale.
Confindustria parte da una contestazione delle scelte della Legge 53/03 (che prevede due sottosistemi del secondo ciclo nettamente divisi), con la motivazione che “…i due canali della riforma nei fatti potrebbero portare all'attuazione di un modello formativo funzionale ad una organizzazione della produzione e della divisione sociale del lavoro solo in parte coerente con esigenze e bisogni di una economia e società fondate sul fattore conoscenza”. La confluenza nel secondo canale significherebbe altresì - sempre secondo l’Associazione - il passaggio di questi istituti in un sistema su cui è la Regione ad esercitare potestà esclusiva, in base alla riforma del Titolo V della Costituzione. I rischi conseguenti sarebbero:
a) una filiera professionalizzante (dell'istruzione e formazione professionale) depotenziata rispetto a oggi;
b) licei (il riferimento è a al tecnologico e all'economico) che possono perdere quel carattere professionalizzante che era alla base della istituzione degli istituti tecnici.
La proposta tende pertanto a favorire tra i due soggetti (filiera professionalizzante e licei tecnologici) possibilità di dialogo ed esperienze comuni “per consentire alla prima di riconquistare immagine e funzione e agli altri di ritrovare un'identità professionalizzante altrimenti a rischio”.
Strumento di organizzazione e governo di tale proposta è il “distretto formativo” (a Vicenza si è parlato di Poli tecnologici) in cui confluiscano tanto i due soggetti (ma ove emergessero le condizioni anche i licei umanistici e scientifici), quanto istituzioni pubbliche di governo e servizi, Università, Ifts e imprese.
L’ipotesi confindustriale parla anche di “interazione curricolare tra i due soggetti” che dovrebbe in primo luogo derivare da un impegno di progettazione comune, in cui mettere insieme i loro punti di forza, per parti di tracciato che li coinvolga entrambi. A tre condizioni: standard qualitativi condivisi nei contenuti e nei metodi e nell'organizzazione complessiva; modelli comuni di accreditamento; un anno integrativo - per il sistema di istruzione e formazione professionale - alla cui progettazione concorrano tutti i soggetti del Polo (dai licei tecnologici all’istruzione e formazione professionale, dalle università ai Larsa “che potrebbero essere valorizzati come strumenti di personalizzazione dei percorsi formativi”).
Il tutto dovrebbe ruotare intorno a “laboratori e insegnanti comuni, obbligatoriamente aggiornati e periodicamente valutati dalle scuole”. (v. Scheda 1)
In questa ipotesi (che sembra richiamare “l’area tecnica e tecnologica” prevista nella legge n. 30/2000 della riforma Berlinguer), il liceo tecnologico si articolerebbe nei seguenti indirizzi: elettronica meccanica e automazione, energia e impianti, informatica e comunicazioni, chimica e biologia, delle risorse agro-alimentari e ambientali, tessile della moda e accessori, edilizia e territorio, trasporti intermodalità e logistica.
In pratica, ci sarebbe spazio per quasi tutti gli attuali istituti tecnici industriali e per i geometri. Anche il liceo economico si articolerebbe in (almeno) tre indirizzi: amministrazione e controllo, comunicazione e marketing, gestione e servizi per il turismo.
Gli insegnanti tecnici potrebbero essere presi anche dall’esterno e nei consigli d’istituto potrebbero sedere rappresentanti del polo tecnologico (Regione, imprese). Questo tipo di liceo “vocazionale” dovrebbe infine prevedere una certificazione di qualità e una valutazione affidata a terzi.
Le linee essenziali di questa proposta sembrano raccogliere consensi trasversali da parte di diverse forze politiche e sindacali.
Nella maggioranza, in modo particolare An condivide questa impostazione e il suo responsabile scuola, senatore Valditara, parla di un duplice canale nel sistema dei licei (generalista e “vocazionale”) .Schierata invece a favore di un solo liceo tecnologico e un solo liceo economico senza indirizzi è l'Udc.
Si tratta di vedere cosa ne pensano le Regioni che, dopo una generale indifferenza iniziale, stanno manifestando molto interesse all’assunzione diretta di gestione del nuovo sistema di istruzione e formazione professionale. La Regione che finora ha inteso misurarsi più fattivamente con tale questione, elaborando un suo disegno di Legge, è la Lombardia (un discorso a parte andrebbe fatto per l’Emilia Romagna che nella sua legge dello scorso anno sul “Diritto allo studio e qualificazione del sistema integrato” affronta dentro una cornice più ampia il tema dell’istruzione e formazione nella secondaria superiore).


I Centri Politecnici della Regione Lombardia

La proposta sui Centri Politecnici contenuta nella bozza sull’istruzione superiore della Regione Lombardia è stata presentata nelle sue linee essenziali, come già si è detto, durante l'Expo della Fiera di Milano dell'ultima settimana di aprile dall'Assessore Alberto Guglielmo (Fi). A proposito di tale iniziativa, egli parla di legittimazione derivante dalla potestà di legislazione concorrente tra Stato e Regione prevista dal nuovo Titolo V della Costituzione e di “anticipazione” della riforma Moratti per il secondo ciclo.
Il disegno di legge non si limita pertanto al sistema dell’istruzione e formazione professionale, ma include i percorsi triennali sperimentati in questi due ultimi anni che prevedono, a conclusione, la qualifica professionale. Assume come principio generale che non ci sia una scuola statale da una parte e una scuola regionale dall'altra indipendenti e contrapposti. La divisione riguarda piuttosto i compiti: obiettivi, saperi e competenze, standard nazionali propri dello Stato; programmazione dell'Of, organizzazione e gestione e Fp come prerogative delle Regioni (su quest'ultima la legislazione è esclusiva). Quindi, non più istruzione liceale, tecnica e professionale allo Stato, Fp alle regioni. La legge prevede invece che le risorse degli It e degli Ip confluiscano in un unico sistema che garantisce quattro diversi titoli di diverso livello:

  1. qualifica professionale di secondo livello (3 anni);
  2. diploma professionale (4 anni);
  3. diploma professionale superiore (da 5 a 7 anni);
  4. diploma di alta formazione che dovrà garantire una formazione universitaria professionale (8-9 anni).

Caratterizza il sistema la possibilità di passaggio al sistema statale di istruzione (e viceversa) attraverso i Larsa. Questo spiega la presenza, nella bozza, del capitolo dei Licei.
La legge mira in buona sostanza a costituire dei veri e propri centri politecnici, simili per alcuni versi ai poli tecnologici che propone Confindustria, costituiti da reti di scuole tecniche e professionali per la gestione coordinata sul territorio dei diversi percorsi, compresi quelli degli Ifts.


Le due proposte a confronto

La differenza sembra consistere sostanzialmente nel fatto che mentre Confindustria - forse per diffidenza verso le regioni - punta sul modello liceale (10-12 licei “vocazionali” ai quali si aggregherebbero altri percorsi professionalizzanti che portano direttamente all'Università), la Lombardia mira allo sviluppo di un articolato sistema professionale a base regionale, al quale si collegherebbero anche percorsi quinquennali di tipo liceale (tecnologico ed economico) ma senza articolazioni interne (v. Scheda 2).
In altri termini, mentre per la Regione Lombardia l’istruzione tecnica e professionale si colloca nel sistema regionale di istruzione e formazione, nel modello confindustriale resterebbe nel sistema nazionale di istruzione. La prima proposta, anch’essa certamente interessante se ci fossero condizioni omogenee sul territorio nazionale, sembra però sottovalutare il rischio che i due canali si allontanino sempre di più (anche se la Regione pensa, come si è visto, ai Larsa per raccordi e passaggi).

Il sistema dei Licei nelle Indicazioni Nazionali

Il capitolo "Vincoli e risorse" della Bozza delle “Indicazioni Nazionali per il Sistema dei Licei”, è l'unico che contiene indicazioni utili per capire realmente struttura e natura dei Licei, almeno nella versione proposta dai gruppi ministeriali che ci lavorano in segreto e dal loro ispiratore - che si intuisce chiaramente, non solo dai contenuti, ma anche dalla forma della scrittura - essere il Prof. Bertagna.
In attesa del documento ufficiale si possono già proporre alcune considerazioni.

L’impianto e le scelte pedagogiche

Per quanto riguarda i contenuti, non si può parlare di novità in assoluto, in quanto le indicazioni si muovono sulla falsariga di quelle definite per il primo ciclo e senza alcuna differenza.
Questi i tre punti che il capitolo considera.
Il primo. La questione del tempo scuola e l'articolazione dell'offerta formativa:

a) l'orario obbligatorio delle lezioni è di 891 ore annue (pari a 27 ore settimanali);
b) l'orario aggiuntivo-facoltativo-opzionale è di 198 ore annue (pari a 6 ore settimanali) per azioni di recupero, ma anche di promozione dell'eccellenza.

A queste due quote, vanno aggiunte:

c) una quota oraria decisa dalle singole istituzioni scolastiche "sulla base della normativa vigente" (probabilmente il riferimento è alla quota del 15% del monte ore annuale, di cui al Dpr 275 e al Dm n. 234 del 26 giugno 2000, art. 3); la quantificazione è dell’ordine di 4-6 ore settimanali a seconda dei parametri di riferimento;
d) una quota oraria assegnata alla "responsabile decisione delle Regioni", non quantificata.

V a tenuto in ogni caso presente che la somma dell'orario obbligatorio e di quello facoltativo è già di 33 ore settimanali. C’è poi la questione dei Licei con indirizzi (il Tecnologico, l'Economico, l'Artistico) a proposito dei quali si dicono nel testo due cose:

  • l'articolazione in indirizzi è data come "eventuale"; e questo è almeno stravagante, se si considera che questa scelta, nella legge, non si ascrive all'ordine delle possibilità, ma a quello degli ordinamenti (il legislatore usa l’espressione "si articolano");
  • la stessa articolazione "si realizza in questo contesto", che ipotizzo essere quello delle 4 quote orarie prima elencate - all'interno delle quali va risolto il problema della quota oraria per i tre indirizzi (ma da fonte giornalistica generalmente ben informata - “Il Sole 24 ore” del 1° maggio - si apprende che "sono previste 2-3 opzioni obbligatorie per caratterizzare i singoli indirizzi", che però non si sa dove vadano collocate in termini di spazio orario: forse in quello curricolare obbligatorio?).

Il secondo punto. Si conferma, anche per il secondo ciclo, che le attività facoltative-opzionali "messe a disposizione di studenti e famiglie" vanno attivate "su richiesta".
Il terzo. Nei passaggi sull'Offerta formativa vengono richiamate le attività di educazione alla convivenza civile, accomunate alle attività di informatica, a significare (se si vuole proprio trovare una giustificazione di questa, chiamiamola così, stranezza) che entrambe queste attività non sono riconducibili ad aree disciplinari specifiche, ma sono trasversali a tutte; quindi tutti i docenti sono chiamati a farsene carico (per la serie: tutti responsabili, nessun responsabile?).
Le altre scelte del primo ciclo estese al sistema liceale riguardano il tutor e il portfolio delle competenze.
La funzione di tutor, da individuare "per ogni gruppo di alunni" (ma dal contesto si capisce che si tratta del gruppo classe), si somma in uno stesso insegnante a quelle di "coordinatore dell'équipe pedagogica" (il Consiglio di classe); di "curatore" del rapporto con le famiglie e il territorio; di "consigliere", per allievi e famiglie "in ordine alla scelta delle attività aggiuntive facoltative".
Il "tutor scolastico" assicura inoltre i necessari "collegamenti programmatici, organizzativi, didattici con il tutor aziendale nelle esperienze di scuola lavoro”; la compilazione del portfolio delle competenze.
Il portfolio delle competenze personali comprende una sezione dedicata alla valutazione e un'altra riservata all'orientamento e "si innesta su quello portato dalla scuola di primo grado". Ha quindi funzione documentale, ma anche di "bilancio ragionato e condiviso dei risultati ottenuti".
Si conferma infine anche per il sistema dei licei la scelta pedagogico-didattica - assunta già nella legge 53 come ordinamentale - del Piano Studi Personalizzato, con le stesse caratteristiche indicate per il primo ciclo.

Considerazioni sulla bozza delle Indicazioni

La riproposizione sostanziale dell’impianto del primo ciclo e delle opzioni pedagogico-didattiche di fondo (Piani di studio personalizzati, coordinatore-tutor con tutte le funzioni annesse, portfolio delle competenze, ruolo enfatizzato delle famiglie) conferma e rinnova tutte le preoccupazioni e le ragioni della mobilitazione delle scuole. In primo luogo nei confronti di un’idea di istruzione e formazione che sembra fare marcia indietro rispetto ai riconoscimenti costituzionali dell’autonomia scolastica nelle articolazioni previste dalla normativa del ’97. Ragioni che hanno spinto sindacati e associazioni professionali (e non solo) a parlare di illegittimità del decreto attuativo. In secondo luogo, la proposta presenta rigidità e uniformità di schemi rispetto al primo ciclo che appaiono difficilmente praticabili in un segmento formativo destinato ad adolescenti dai 14 ai 19 anni.
Infine, l’impianto teorico e accademico di tutto il documento rinvia ad un modello di scuola superato anche nelle realtà più tradizionali.
E non sarà il tutor o il portfolio delle competenze o i Piani studio personalizzati o l’informatica o l’educazione alla convivenza a fondare saperi e competenze per un cittadino che voglia (e possa) essere anche produttore consapevole e capace; e a dare loro unitarietà e senso.

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