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Gaetano
Domenici, docente Università Roma Tre
l
titolo di questo convegno nazionale della Cgil Scuola e
di Proteo Fare Sapere («Valutando si impara») rappresenta
in modo straordinariamente emblematico uno di quei tratti
distintivi del processo di valutazione nel e del sistema
dell'istruzione che nel contempo possiede una valenza sia
tecnica, sia politica. Nella sua estrema semplicità esso
evoca, infatti, tanto le ragioni tecnico-procedurali che
sono a fondamento della valutazione degli apprendimenti
e della didattica che i docenti compiono pressoché quotidianamente,
quanto quelle che presuppongono e giustificano l'autovalutazione
d'istituto, nonché la valutazione di sistema: apprendere
e conoscere, e per l'appunto imparare, attraverso l'azione
valutativa al fine di poter decidere al meglio. Ovvero,
poter assumere dati e elementi informativi che, tra gli
infiniti possibili, siano davvero capaci di accrescere quella
conoscenza da cui dipendono in gran parte il grado di pertinenza,
di efficacia e persino di efficienza delle opzioni che sono
(sarebbero) chiamati a compiere tanto i decisori tecnici
quanto quelli più squisitamente politici, non foss'altro
che per rendere le loro scelte il più adeguate possibile
ai contesti operativi e agli obiettivi culturalmente e socialmente
definiti e perciò intenzionalmente perseguiti.
Simbolicamente e per altri versi, quel titolo rimanda nello
stesso tempo a quell'umiltà e a quell'ambizione che paradossalmente
devono essere presenti assieme nell'agire valutativo nella
scuola dell'autonomia, poiché è soprattutto in presenza
di ampi margini di scelta autonoma che s'impone un lavoro
da veri e propri ricercatori rigorosi e consapevoli: pazienti
nella ricerca senza sosta delle migliori soluzioni a questioni
di rilievo, ma anche fieri difensori, ma solo fino a prova
contraria, della bontà delle vie risolutive ipotizzate.
Un lavoro (valutativo) che possegga quindi entrambe quelle
qualità, senza le quali, appunto, non si possono cercare,
individuare, affrontare né tanto meno tentare di risolvere
i tanti problemi tattici e strategici dell'istruzione e
della formazione in una società complessa come la nostra.
La valutazione di sistema
Per cercare di mostrare con il mio intervento le ragioni
che sono a fondamento della "valutazione di sistema"
e le ricadute che tale operazione potrebbe (dovrebbe) avere
sulla scuola, ritengo utile partire da una breve riflessione
su quei particolari significati dei due termini che contribuiscono
a farle assumere il senso che le è proprio, o che, quanto
meno a noi, appartenenti alla Cgil, dovrebbe stare a cuore.
Cosa significa valutare
Ebbene, col termine valutazione possiamo per molti versi
intendere l'atto (ma anche il risultato) dell'attribuzione
di valore (alto o basso che sia) a qualcosa o qualcuno,
a fatti, eventi o ad una loro qualità, in rapporto sia al
contesto, sia, soprattutto, agli scopi che desidera perseguire
colui che valuta. Un atto, dunque, che quanto meno presuppone
la disponibilità di un opportuno sistema di discriminazione
degli eventi e/o della loro qualità.
In assenza di tali condizioni minime, risulterebbero assai
basse la capacità di adattamento e soprattutto quella di
modificazione intenzionale dell'ambiente, della realtà,
poiché sarebbe difficile per l'attore valutativo o per quanti
abbiano interesse o necessità di disporre di dati valutativi,
promuovere il verificarsi degli eventi ritenuti positivi
e cercare di inibire quelli invece reputati dannosi.
E questo perché, come vedremo più avanti, ciò che ha valore
o pregio in rapporto a un certo contesto e in relazione
a certi scopi può non solo non averne, ma addirittura rappresentare
una sorta di disvalore in altri contesti e/o quando si perseguano
altri scopi.
La scuola come sistema
Il secondo dei termini che stiamo considerando, la parola
sistema, fa comprendere, tra l'altro, come quello scolastico
preso nel suo insieme (ma la cosa vale per ciascuna delle
sue unità operative, soprattutto in regime di autonomia)
può considerarsi, con buona approssimazione, un vero e proprio
sistema. Un sistema, come ben sappiamo, complesso, perché
costituito da un elevato numero di elementi organizzati
e interdipendenti la cui interazione contribuisce a determinare
caratteristiche e processi del sistema stesso; aperto, in
quanto distinto dall'ambiente esterno da confini che costituiscono
una vera e propria sede elettiva di un continuo scambio
di "energia" nelle sue più svariate forme, e di
informazioni con l'esterno; finalizzato, perché ideato e
allestito per il perseguimento di ben precisi, seppur generali,
obiettivi programmatici: la formazione critica e consapevole
delle nuove generazioni.
Per una corretta valutazione di sistema
Dai punti di vista appena considerati, si comprende come
l'apprezzamento e il giudizio su qualunque cosa potranno
dirsi fondati e pertinenti quando derivino da una serie
di operazioni il cui fondamento sta dunque nell'estrinsecazione
del valore che gli attribuiamo. Lasciamo volutamente da
parte, in questa sede, alcune delle questioni tecniche relative
alla determinazione di scale, procedure, strumenti, e con
essi dell'oggetto e degli obiettivi specifici della valutazione,
ovvero i termini di quell'accordo convenzionale sulla cui
base solamente sarà possibile pervenire al possesso di quei
dati metrici, ovvero le misure della qualità, che proprio
perché parlano tendenzialmente a tutti lo stesso linguaggio
veicolando più o meno lo stesso messaggio informativo, permettono
una più sensata interpretazione dei fattori che hanno co-determinato
l'evento e/o la qualità dell'evento indagato.
È dunque in forza di quel sistema di differenziazione della
qualità degli eventi che i dati, le informazioni e le conoscenze
che si ricavano da un accettabile processo valutativo possono
risultare assai preziosi nella promozione - a tutti i livelli
di responsabilità - di comportamenti finalizzati, cui si
è già fatto cenno sopra, ovvero di azioni pertinenti, efficaci
ed efficienti, capaci cioè di mostrarsi alla prova dei fatti,
come più volte si è detto, adeguati al contesto, coerenti
con gli obiettivi definiti e in grado, infine, di perseguirli
con il minor spreco di risorse, soprattutto umane, nelle
condizioni migliori possibili.
In tale ottica sistemica, peraltro assai utile come si è
detto sia per la messa a punto di accorte politiche educative
sia per dare razionalità agli interventi più squisitamente
didattico-organizzativi, la questione dei flussi informativi
interni ed esterni al sistema, diventa davvero cruciale
per assicurarne l'efficacia di funzionamento, il miglioramento
continuo ma anche il suo ammodernamento, cioè la rispondenza
delle risorse impiegate, dei processi attivati e dei prodotti
perseguiti agli obiettivi storicamente determinati e alle
necessità emergenti. Come dire che l'informazione assume
la qualità e la forza di un vero attivatore energetico del
sistema oltre che di regolatore dei processi che in esso
hanno luogo (un'alta qualità si raggiunge con l'orientamento
allo scopo delle molteplici attività che hanno luogo nella
e per la scuola). Infatti, seppure a diversi livelli di
intervento e responsabilità, tanto i decisori politici (e
con essi quel che rimane dell'opinione pubblica!) quanto
gli operatori del sistema, soprattutto i docenti e i capi
di istituto, per poter risolvere i più importanti problemi
e poter decidere al meglio devono disporre tempestivamente
delle informazioni offerte dal e al sistema. Ma ciò non
basta. Tutti, comprese anche le famiglie, gli studenti e
l'opinione pubblica devono poter esprimere quella nuova
domanda di informazioni che può progressivamente generare
la produzione di informazioni coincidenti o più prossime
a quelle di cui si ha veramente bisogno (delle quali non
sempre e non tutti hanno piena consapevolezza) per risolvere
i problemi educativi reali. Solo così diventa possibile
allargare quell'area in cui si incontrano offerta, domanda
ed esigenze di informazioni, la cui estensione (ora più
ridotta che mai) può per molti versi considerarsi direttamente
proporzionale alla probabilità di successo delle decisioni
e, non certo seconda per importanza, alla pratica della
cittadinanza da parte di tutti.
Ma quali sono, in campo educativo gli eventi da ritenersi
desiderabili e perciò tali da prefigurare un sistema di
discriminazione valutativa accettabile e condiviso? Quali
sono dunque le informazioni utili? Come procedere? Chi deve
valutare e per chi?
Sudditi e cittadini
Il sistema di classificazione valoriale degli eventi non
può che contemplare ai suoi vertici l'innalzamento della
cultura dell'intera popolazione (anche attraverso l'elevazione
dell'obbligo scolastico) in modo che la valorizzazione della
diversità avvenga su quelle basi conoscitive comuni indispensabili
oggi, in questa fase storica, per l'esercizio pieno della
cittadinanza. L'alta qualità del sistema sta proprio in
questo, ovvero nella sua capacità di far diventare di tutti
(per l'appunto con l'istruzione obbligatoria) i vantaggi
che derivano dalle nuove conoscenze e dalla tecnologia,
cioè garantire la padronanza di quegli strumenti concettuali
che nelle società complesse come la nostra sono ormai diventati
una vera e propria seconda natura; nel rendere reale l'offerta
di una moderna pratica di uguaglianza delle opportunità
di successo per tutta la durata dell'istruzione obbligatoria
innalzata a diciotto anni. D'altro canto, persino i fautori
della professionalizzazione precoce converranno che nei
confronti internazionali ciò che fa la differenza è la massa
culturale critica di un Paese non già la cultura delle sue
élite o quella delle basse professionalità. È infatti con
quella dimensione quali-quantitativa che si correlano brevetti
e know-how; così come alla significatività delle esperienze
scolastiche si connette la capacità di apprendere per tutta
la vita in forma soprattutto autonoma, oltre che eteronoma.
Un esempio generalissimo ma emblematico del peso che la
qualità assume anche nella determinazione delle dimensioni
quantitative e delle procedure tecniche della valutazione
è dato dai differenti risultati cui si perverrebbe con le
scelte derivanti dal diverso valore attribuito dal Centro-sinistra
e dalla Destra all'innalzamento dell'obbligo scolastico,
e perciò alla canalizzazione precoce o no, dei percorsi
formativi e più in generale alle funzioni sociali e al ruolo
storico dell'istruzione pubblica. Ben differenti saranno
infatti i risultati in termini di competenze utilizzabili
e perciò di partecipazione alla vita sociale, produttiva
e democratica del Paese da parte di quanti avranno percorso
itinerari derivanti dall'una o dall'altra scelta: addestrare
(e precocemente) dei "sudditi" o formare, in tempi
necessariamente distesi, veri e propri cittadini e produttori
consapevoli e critici.
E allora è l'apprendimento (anzi il valore formativo aggiunto)
prodotto dalla struttura scolastica o formativa, la pietra
di paragone della qualità del sistema, e con esso tutti
i fattori che lo condizionano.
Ma come potrebbe questa compagine governativa riuscire a
far condividere la gerarchia dei valori educativi della
sua riforma che prevede una canalizzazione dei percorsi
di formazione degli allievi irreversibile nei fatti, anche
se possibile sulla carta con le passerelle, all'età di dodici
anni e mezzo? l'abolizione dell'obbligo scolastico e la
sua sostituzione con un diritto-dovere che in quanto tale
potrebbe essere esercitato a piacimento, ridursi e così
creare le condizioni per una istruzione neo-classista e
neo-privatistica?
Evidentemente, è anche se non soprattutto per tali ragioni
che la valutazione risulta essere al centro dell'offensiva
ministeriale!
Informazioni scolastiche e indicatori della qualità del
sistema
Da una analisi delle fonti, delle tecniche di rilevazione,
dei modelli di analisi, e delle modalità di impiego delle
informazioni scolastiche - non solo di tipo statistico -
emerge una situazione così scoordinata e discontinua da
far pensare alla scuola non già come ad un sistema simile
a quello prima descritto, bensì ad un coacervo di elementi
giustapposti poco o affatto integrati. Un insieme che per
alcuni versi produce informazioni spesso superflue e ridondanti,
per altri versi risulta incapace di garantire flussi continui
di informazioni affidabili, pertinenti e significative.
Certo, lo spettro dei dati conoscitivi che si dovrebbero
produrre e ricevere all'interno e all'esterno del sistema
- la cosa vale a livello macro, meso (il singolo istituto)
e micro (la classe) - è assai ampio, ma è anche vero che
la produzione e la domanda di informazione realmente offerte
e richieste, genera e influenza - in una sorta di circolarità
virtuosa o viziosa a seconda dei casi - ulteriormente la
nuova produzione e la nuova domanda di informazione. Purtroppo
però, e nonostante un buon avvio delle attività dell'Invalsi,
soprattutto attraverso alcune indagini conoscitive nazionali
e la partecipazione a ricerche internazionali con ricadute
informative su aspetti generalissimi del sistema scolastico
e formativo italiano, non vengono prodotti proprio quei
blocchi e quei flussi informativi che dovrebbero rappresentare
una sorta di sistema nervoso principale del più ampio sistema
scuola. Non sono infatti disponibili, per esempio, flussi
(e indicatori) sulle caratteristiche degli allievi in ingresso
e in uscita da ogni ciclo formativo, sugli aspetti gestionali
e organizzativi della scuola, sulla consistenza e sull'uso
dei laboratori, delle apparecchiature scientifiche e in
generale sulle risorse formative interne ed esterne, oltre
che sulle caratteristiche del processo di istruzione e sul
prodotto qualitativo e quantitativo della formazione (ovvero,
tipologia dei processi, delle abilità e delle competenze
cognitive e affettivo-motivazionali fatte costruire e raggiungere
dagli allievi durante e al termine di un corso di studi
e numero dei soggetti che raggiungono gli standard desiderati)
ai diversi livelli e ordini di scuola. Cioè quei dati e
quegli indicatori la cui disponibilità consentirebbe, finalmente,
di attivare sia processi intelligenti - in senso letterale
- di pianificazione, organizzazione, direzione, coordinamento,
controllo, valutazione e regolazione dei micro e dei mesosistemi
formativi, oltre che del macrosistema; sia, in forma anche
originale e aderente alle peculiarità culturali del nostro
paese, di individuare e scoprire che cosa e dove innovare
il sistema per meglio perseguire obiettivi di istruzione
e di formazione non solo consolidati ma anche emergenti.
La valutazione del macrosistema e alcune delle ricadute
sulla scuola
Molte delle ragioni della valutazione del macrosistema sono
facilmente identificabili nelle finalità dell'INVALSI, così
come si evincono dal Decreto legislativo che lo ha istituito:
valutare sia l'efficienza che l'efficacia del sistema d'istruzione
nel suo complesso e, quando opportuno, delle singole unità
scolastiche; studiare "le cause dell'insuccesso e della
dispersione scolastica con riferimento al contesto sociale
ed alle tipologie dell'offerta formativa"; valutare
la soddisfazione dell'utenza; fornire "supporto e assistenza
tecnica all'amministrazione per la realizzazione di autonome
iniziative di valutazione e supporto alle singole istituzioni
scolastiche anche mediante la predisposizione di archivi
informatici liberamente consultabili"; valutare gli
effetti degli esiti applicativi delle leggi e delle proposte
legislative che concernono la scuola, così come gli esiti
dei progetti e delle innovazioni a livello nazionale; inquadrare
la valutazione nazionale nel più ampio contesto internazionale
e assicurare la partecipazione dell'Italia ai progetti di
ricerca internazionale sulle questioni valutative e didattico-organizzative.
La valutazione del (macro)sistema si pone dunque per un
verso come il mezzo insostituibile per la produzione - attraverso
rilevazioni sistematiche, campionarie o "a tappeto"
- di dati sulla funzionalità del sistema utilizzabili soprattutto
dai responsabili delle politiche educative a livello nazionale,
e dall'opinione pubblica per permettere il controllo a più
livelli dell'efficacia delle decisioni e delle scelte politiche
in modo da indirizzarle nelle direzioni volute. Per altro
verso come strumento utile per la produzione, l'impiego
e lo scambio di dati e informazioni tra i tre sistemi macro,
meso e micro. In altri termini, ogni azione di rettifica
strutturale del macrosistema dovrebbe poggiare anche sulle
necessità riscontrate obiettivamente dai (nei) singoli istituti,
o aggregazioni di essi, come dagli insegnanti, che così
potrebbero meglio tener conto delle finalità socio-culturali
dell'istituzione scolastica complessiva nonché degli esiti
formativi fatti conseguire mediamente a livello nazionale
nella omologa tipologia di scuole. Ne deriva che a livello
politico e culturale le decisioni assumibili potrebbero
risultare più fondate e praticabili, mentre a livello di
scuola militante i docenti potrebbero usufruire di informazioni
affidabili sull'andamento complessivo degli apprendimenti
degli allievi dello stesso anno di corso in tutte le classi
corrispondenti a quelle nelle quali operano (al livello
di aggregazione desiderato, da quello locale a quello nazionale),
informazioni indispensabili per decontestualizzare e ricontestualizzare
con maggiore efficacia il proprio operato, ovvero per uscire
da quella sorta di isolamento imposto dal lavoro svolto
in contesti per molti versi irripetibili, quindi per attivare
un vero e proprio processo di regolazione continua dei propri
interventi formativi. In ciò la principale - anche se non
l'unica - ricaduta della valutazione di sistema sulla scuola
militante.
Tra macro, meso e microsistema si potrebbe passare, in altri
termini, da una ignoranza reciproca che ha generato una
sorta di circolarità viziosa tra i processi che in essi
hanno avuto finora luogo, ad uno scambio, ovvero produzione
e consumo di informazioni in grado di attivare tra quei
tre piani un vero circolo virtuoso, indispensabile se si
vuole evitare che l'autonomia si trasformi in miserrima
autarchia scolastica o, ancor peggio, in una copertura giustificativa
delle differenziazioni socioterritoriali su base casuale.
Dati e informazioni sul prodotto qualitativo (tipologia
delle abilità e delle conoscenze possedute in uscita da
un certo tipo, ordine e livello di scuola) e quantitativo
(quanti allievi hanno raggiunto in tempi regolari standard
conoscitivi ben determinati), elaborati opportunamente e
ridistribuiti alle scuole in forma di corrispondenti indicatori
quali-quantitativi potrebbero utilizzarsi per fini regolativi,
ovvero per rendere più efficaci le tante decisioni di forte
impegno ed impatto che docenti e capi d'istituto sono chiamati
quotidianamente ad assumere (spesso in "forzato"
isolamento!).
Il guaio è che quando finalmente sono state gettate le basi
per lo svolgimento di alcune delle attività indicate, il
cambio di guardia ha portato l'Invalsi e/o la neonata apposita
Commissione presieduta da Elias, ad occuparsi delle stesse
questioni ma in modi diversi e soprattutto ad occuparsi
d'altro.
Il Progetto pilota 1 "Valutazione della scuola italiana"
ha rappresentato, ben diversamente da quanto si pubblicizza,
uno spreco di denaro pubblico (ai milioni di euro del costo
dell'operazione non è corrisposta una equipollente ricaduta
informativa né sulla scuola né su quello che rimane di un'opinione
pubblica più o meno consapevole, per le semplici ragioni
della non rappresentatività statistica del campione; della
scarsa o nulla affidabilità delle rilevazioni dovuta alla
banalità delle conoscenze testate, alla mancata standardizzazione
degli strumenti impiegati e alle disomogenee condizioni
di somministrazione delle prove. Andrà meglio con il Progetto
pilota 2, anche se è bene dire subito che non è ammissibile
la ipotizzata valutazione della professionalità docente
sulla base degli esiti scolastici senza - tra l'altro -
un riferimento al valore formativo aggiunto? Auguriamoci
di sì per l'intero Paese, anche se stiamo già vivendo quel
futuro ansimante che non ci si sarebbe certo aspettato per
l'Italia, di cui hanno già avuto esperienza quei Paesi sottoposti
al triste destino di Sisifo di ricominciare sempre daccapo
nella costruzione dei propri assetti scolastici e istituzionali,
ad ogni cambio di guardia governativa.
Con l'auspicabile ripresa delle azioni sottese dagli obiettivi
istituzionali dell'Invalsi, dopo pochissimi anni si disporrebbe
finalmente, a ogni livello di strutturazione delle decisioni
- da quello politico - sociale a quello tecnico-culturale
dei docenti come dei capi di istituto - dei presupposti
informativi necessari per connotarle come decisioni davvero
intenzionali e ponderate , che abbiano un'alta probabilità
di far raggiungere gli scopi desiderati.
Le condizioni da promuovere e gli errori da evitare
Per garantire la piena funzionalità delle azioni valutative,
compresa l'accettazione responsabile dei loro esiti - soprattutto
a livello di macro e di mesosistema - occorre, tuttavia,
che oltre alla soluzione dei relativi problemi tecnico-scientifici
e organizzativi, tutti coloro che sono in qualche modo coinvolti
dal processo valutativo siano preliminarmente consapevoli
- condividendoli almeno in termini complessivi - degli scopi,
ovvero delle finalità e degli usi che si farà della valutazione,
dei benefici che da essa possono in qualche modo trarsi,
ma anche degli oneri e degli impegni che essa comunque richiede.
Queste sono le condizioni minime per ripartire nello sviluppo
di un'accettabile e necessaria cultura della valutazione.
La questione non è di poco conto se si pensa che l'assenza
di una benché minima attenzione verso questi problemi ha
per esempio fatto fallire la pur encomiabile iniziativa
di verifica delle competenze professionali dei docenti per
differenziarne carriera e stipendi, e ha addirittura indotto
un avvicendamento dei titolari del Ministero per scongiurare
taluni dei previsti effetti sociali del rifiuto del cosiddetto
quizzone da parte degli insegnanti interessati.
Come in qualche modo si era fatto notare, sarebbe stato
più opportuno rilevare gli aspetti più importanti della
professionalità docente - assolutamente non "misurabile"
con l'uso dei test oggettivi di profitto - attraverso prove
semistrutturate di simulazione di contesti didattico-educativi
problematici, professionali appunto, entro i quali chiedere
di assumere, argomentandole opportunamente, ipotesi o decisioni
teorico-operative capaci di risolvere o avviare a soluzione
il problema specifico.
Ma quel che è più grave è che ancora una volta il mancato
coinvolgimento dei docenti ha per così dire irrobustito
le concause che hanno fin qui ritardato, nel nostro paese,
la diffusione di una eccellente cultura valutativa dentro
e fuori la scuola.
I rischi da evitare nell'ideazione e nella messa in atto
delle procedure necessarie per dar corso ad una rigorosa,
ma democraticamente accettabile valutazione di sistema,
sono essenzialmente due: l'autoritarismo e il lassismo teorico-concettuali.
Il primo di essi consiste nella esasperazione di una certa
ortodossia docimologica nell'allestimento delle procedure,
degli strumenti e dei criteri valutativi.
Sta, appunto, nel voler in qualche modo adattare o costringere
la realtà educativa assai composita, agli usuali schemi
interpretativi e ai tradizionali strumenti di misurazione.
Cioè a voler, da un lato, interpretare come unidimensionale
un fenomeno assai complesso e polidimensionale qual è quello
educativo scolastico; dall'altro a farvi corrispondere un'altrettanto
unidimensionale strumentazione di rilevazione della qualità
o della dimensione rappresentata. Il rischio sta appunto
nel favorire, in tal modo, l'esatto opposto della diffusione
(che presuppone l'accettazione tanto degli oneri quanto
dei "vantaggi") di un'autentica cultura della
valutazione: l'interpretazione monodimensionale delle qualità
professionali dei docenti non tanto implicitamente espressa
dal "quizzone" prima citato e ciò che ne è seguito,
è un esempio tipico di tale rischio. Una prova simile è
in netta contraddizione con la definizione operativa di
competenza e per di più di così alto e delicato livello
professionale come quello degli insegnanti.
Se, come è largamente condiviso, le competenze si esprimono
nella "capacità di adottare strutture, piani, schemi
e programmi di azione capaci di integrare a livello interdisciplinare
le conoscenze, formali e informali, teoriche, esperenziali
e procedurali possedute, per risolvere un problema in un
contesto ambientale specifico; di adottare, inoltre, un
sistema di monitoraggio della validità del programma nel
contesto specifico (meta-cognizione), quindi di ri-adattarlo
(meta-valutazione e meta-decisione), costruttivamente, per
porre in atto comportamenti adatti al raggiungimento degli
scopi, ovvero per il raggiungimento di un risultato adeguato
alle intenzioni prestabilite" (1), allora si comprende
come l'ortodossia docimologia andava in quel caso superata,
come analogamente va superata per la rilevazione delle competenze
degli allievi, per esempio attraverso l'impiego di prove
semistrutturate .
L'ossequio ad una ulteriore ortodossia docimologica non
solo ci ha privati di almeno due rilevazioni delle principali
variabili di ingresso, di processo e di prodotto, nonché
dei rispettivi contesti dei differenti cicli in cui si articolava
la nostra scuola, i cui esiti ci avrebbero fatto conoscere
in modo differenziale, diacronico, le caratteristiche peculiari,
ma ha contribuito non poco a produrre il secondo rischio,
diventato ormai drammaticamente "realtà operativa".
L'imperante lassismo teorico concettuale in campo valutativo
è infatti sotto gli occhi di tutti. Basti pensare al Progetto
pilota 1 e a quello 2, già citati.
Note
(1) G. Domenici (a cura di), La valutazione
come risorsa, Napoli, Tecnodid, 2000, p. 24 |
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