L'insostenibile peso della competizione
 Armando Catalano, Coordinamento dirigenti scolastici Cgil Scuola

 

Analizzare e valutare, analizzarsi e valutarsi, dovrebbero avere come scopo finale quello di aumentare le capacità di competizione dei soggetti e degli organismi, in questo caso degli alunni, del personale, delle singole istituzioni scolastiche. Quante volte ci siamo ripetuti che le scuole, diventate autonome, debbono sapersi muovere da sole, senza la protezione amministrativa delle procedure, orientando le proprie azioni al risultato.


Competizione: né fine né strumento delle scuole autonome

Le scuole, dunque, dovrebbero entrare in competizione fra loro per superarsi in termini di qualità della formazione che offrono.
In verità, dovremmo scavare nelle parole e nei concetti e interrogarci con serenità sul fatto che la competizione possa essere, se certamente non il fine, almeno uno strumento per il raggiungimento di risultati ottimali, anche nelle scuole. Magari adottando quel concetto un po' attenuato, un po' di sinistra, un po' "liberal", diremmo oggi, che è quello della "sana competizione".
Mi sono ispirato, per le riflessioni che verrò a svolgere, alle elaborazioni di uno studioso americano, Alfie Kohn, che ha molto ricercato e riflettuto sull'argomento. Ed egli, al di là di ogni attenuazione o infingimento, sostiene che la competizione, per come viene vissuta e praticata nelle società occidentali, ma in modo assai accentuato nella cittadella dell'Occidente quale è la società americana, non è una pratica utile a raggiungere risultati e non può essere accettata, per i suoi effetti nefasti, neppure sotto la specie della "sana" competizione.
E, dunque, meno che mai sul terreno scolastico può trovare cittadinanza la competizione come valore, la competizione nell'insegnamento, nell'apprendimento, nell'offerta del servizio formativo da parte delle scuole, e in modo particolare delle scuole pubbliche che offrono un servizio istituzionale. A ben guardare, ma ci tornerò più avanti, tale problematica ha, alla fine, anche a che fare con la questione, che viene costantemente evocata di questi tempi, della istruzione come merce.


La competizione non è un fatto naturale, ma culturale

La cultura dominante tende a presentare le relazioni umane basate sulla competizione come un fatto naturale. è naturale che si competa, è naturale preparare le giovani generazioni alle dure repliche della vita - cosa, sia detto per inciso, che è alla base di tutte le impostazioni "precociste" in educazione, è naturale fissare il premio per il vincitore.
Il fatto è che lo schema vincente/perdente, che prevede che il successo di uno debba corrispondere all'insuccesso di tutti gli altri, non è affatto uno schema "naturale", non è necessariamente proprio della natura umana. Essa, anzi, è più portata alla cooperazione, cosa anch'essa non naturale, ma forse più vicina alla cosiddetta natura umana che non la stessa competizione.
Eppure, nelle società occidentali e in particolare nella società modello, quella americana, attualmente vincente sul piano planetario, non si può concepire la struttura delle relazione fra le persone che sfugga allo schema vittoria/sconfitta. Anzi, si allega, a conforto della naturalità della lotta competitiva, addirittura la teoria di C. Darwin.
In realtà la insuperata teoria darwiniana, che qualche cervello un po' balzano - ma la cosa è seria - vuole cancellare dai libri, è desunta dallo studio della natura organica. E, come ebbe a spiegarci F. Engels nell'800, qualcuno si è preso la briga di trasferire la teoria di T. Hobbes, quella della guerra di tutti contro tutti, che riguarda le relazioni umane, alla teoria di Darwin, della lotta della natura organica per l'esistenza. Dopo di che, ritrasferendo, con trucco illusionistico, la teoria di Darwin della natura organica sul terreno della storia, ecco là, che la lotta per la vita e per la morte, diventa un fatto assolutamente naturale nella relazione fra le persone.
Ma, come ha avuto modo di ricordare un maestro del sarcasmo, quale era B. Russel, la lotta per l'esistenza non è la lotta per il successo, che con tutta evidenza è tutt'altra cosa.
Il fatto è che per questa via si giustifica come naturale una formazione storico-sociale quale il modello del liberismo, con tutte le relazioni sociali che ne conseguono.


La competizione, il liberismo, la guerra

Ma la "presa" di un modello storicamente determinato, quale quello competitivo delle società capitalistiche, è diventata, soprattutto dopo la fine del confronto fra socialismo e capitalismo negli ultimi decenni del secolo appena trascorso, talmente forte che si accetta come ragionevole, scontato, "naturalmente umano" il rapporto competitivo fra le persone. Col risultato di considerare come parte dell'ovvio il risultato di qualsiasi relazione umana in cui non possono che esserci il vincitore e i perdenti.
Anche perché, si dice, tutto ciò fa bene alla verità, alla giustizia, alla produttività, alla creatività, all'emersione dei talenti, ai buoni risultati. E così via.
Ora, messa sul piano del rapporto fra stati, la cosa si presenta, qui ed ora, in questi termini: vi è una potenza che più potente non può essere, vi sono altri Paesi anch'essi molto forti, poi vi sono i deboli, i non provveduti, i manchevoli di risorse. Se si perpetua il meccanismo competitivo, inevitabilmente il Paese con maggiori risorse e i Paesi non messi male in termini di potenza e di risorse sono destinati a vincere la corsa, gli altri sono destinati a perdere.
Non è, crediamo, demagogia o propaganda, ma il cosiddetto movimento dei movimenti, a ben ascoltare, di questo ci parla: come rivedere i meccanismi dell'accumulazione, della creazione di ricchezze, della gara fra stati dal momento che la corsa competitiva ha un risultato scontato.
Gli stessi venti di guerra che spirano sul mondo hanno un'origine in queste strutture mentali, economiche, psicologiche della storicamente determinata relazione umana di questi ultimi secoli e, ancor di più, di questi ultimi decenni.
Perché, poi, è proprio del meccanismo di competizione annullare i problemi e la soggettività dell'altro.
In una gara sportiva, in una lotta per il successo, in una competizione per dimostrare chi è il più bravo e il più forte, il nostro competitore è un numero, un essere senza volto, spogliato della sua umanità. Tutt'al più, una volta che lo avremo sconfitto meriterà non la pietas, che vuol dire comprensione condivisione, ma compatimento e compassione caritatevole.
Diceva uno che ha saputo gettare il suo sguardo allucinato e freddo sulle mostruosità del mondo, che la guerra nasce dal fatto che il genere umano ha "una mostruosa mancanza di immaginazione", cioè è privo della capacità di essere nella soggettività dell'altro: si rende l'altro una cosa o un numero per poterlo distruggere senza avere tante remore morali che l'umano suscita nelle coscienze.
Pensiamoci un attimo: se i dirigenti politici del Paese che ha come religione la competizione avessero la fantasia di immaginare le sofferenze di ogni singola persona, di ogni singolo bambino, di ogni singola donna o vecchio del popolo iracheno sarebbero sempre così protesi alla guerra ? Crediamo di no. Purtroppo, però, ad essi manca la capacità prospettica, direbbe Kafka, di immaginare, e allora ricorrono alla guerra. Lo strumento principale, che, alla fine, riafferma il dominio, rastrella risorse, impone il modello del più forte.


Le nevrosi della cultura della competizione

Ma la questione ci riguarda più da vicino, direi che ci riguarda nella microfisica della trama dei rapporti interpersonali, familiari, lavorativi, educazionali eccetera eccetera.
Voglio dire che la "naturale", con le virgolette, tendenza a competere in realtà si presenta, non solo nelle relazioni fra stati o popoli o etnie, ma si presenta in maniera pervasiva in tutti i rapporti sociali di ogni singola società. Con effetti non precisamente edificanti.
Il nostro autore, di cui abbiamo deciso di seguire il ragionamento, fa alcuni esempi: nella famiglia, almeno nella società americana e nelle società occidentali in genere, spesso i figli vengono messi in competizione per meritare l'affetto del genitore; negli sport a cui i ragazzi vengono inviati fin da piccoli il successo viene presentato come un traguardo che dia soddisfazione a papà o a mamma; nello sport adulto (pensiamo alle squadre di calcio in Occidente o agli sport che sono entrati nella dimensione economica) l'importante è vincere, non importa come: anzi, il gioco corretto è diventato, se non porta alla vittoria, un fatto bizzarro; nella scuola spesso è il premio o la punizione, perché occorre preparare i ragazzi al duro gioco della vita, a presiedere alla relazione educativa. E così via esemplificando.
Tutto ciò avrebbe, almeno a fondamento di giustificazione, il raggiungimento di migliori risultati. Senza competizione niente risultati.
Ora, il fatto è che questa impostazione, in tutti i campi della relazione umana, non solo rende il soggetto ansioso, insicuro, scontento, aggressivo, demotivato, stressato, ma, quel che più importa alla nostra società faustiana, non è detto affatto che produca i risultati migliori.
Il bambino che compete fin dai primi anni per l'affetto del genitore non sedimenta in sé quell'accumulo di sicurezza che solo la piena fiducia e "l'affetto comunque" possono riuscire a far sedimentare irrobustendone le strutture psichiche per la corretta relazione col mondo e con gli altri. Il piccolo che, fin dall'infanzia, è costretto a far bene nello sport a cui tanto tiene il papà, non riuscendovi, si disgusterà dello sport.
La squadra di calcio che non vince diventa la responsabile delle violenze negli stadi. E magari i giornalisti vanno sinceramente alla ricerca dei motivi che hanno determinato le violenze. E lo sportivo che non vince si sente un fallito.
Il bambino bravo che in classe, in una relazione apprenditiva impostata sulla competizione, risulta il vincitore a scapito di altri, creerà isolamento per lui e aggressività e rancore negli altri, tutti perdenti, compagni di classe.
E queste finora descritte sono le conseguenze sul piano, se vogliamo, psicologico e personale/individuale.


La competizione è produttiva?

Sul piano della produttività sociale, poi, è tutto da dimostrare che lo schema vincente/perdente sia più produttivo ed orientato ai risultati.
Vediamo qualche esempio accompagnato da qualche considerazione.
Sul piano dell'informazione, mai come in questi ultimi decenni, la qualità del giornalismo in termini di rappresentazione dei fatti, delle verità, è scesa così in basso. Perché quel che conta è battere la concorrenza, la rappresentazione dei fatti è solo lo strumento per aumentare la quota di mercato. La stessa sorte tocca ai programmi televisivi: omologazione in basso dei prodotti come mai prima; è la sorte di tutti i sistemi televisivi dei Paesi occidentali. Sono gli sponsor a fare i programmi, non i produttori.
Sul piano dello sport abbiamo già detto: si gioca non per un'attività simbolica, magari in funzione catartica come simulazione della guerra, ma si gioca per vincere, anche con l'imbroglio, il trucco, l'aggressione.
E le prestazioni sportive cosiffatte sono di qualità ? Non lo crediamo.
Sul piano della ricerca e della produzione delle idee, è giusta la recente impostazione del Ministro Moratti, secondo la quale il ricercatore deve finalizzare all'applicazione pratica la propria fatica? Per cui la ricerca come gioco di idee è esclusa dall'orizzonte dello studioso. Per questa strada - direbbe sempre B. Russel - si pratica la volontà, ma non si stimolano i sensi e le intelligenze.
La formazione, l'educazione debbono avere sempre delle motivazioni estrinseche, fuori dalla formazione stessa, quali il premio e la ricompensa, per avere dei risultati?


Il lavoro e lo studio cooperativo sono orientati al risultato

Ora, si può sostenere esattamente il contrario: sono altre le modalità di studio e di lavoro che possono ottenere prestazioni e risultati migliori. Sono il lavoro e lo studio cooperativo, sono il lavoro e lo studio individuale, non necessariamente fatto contro qualcuno.
Le ricerche sul campo dimostrano che gli studenti che vengono chiamati a svolgere un compito non per vedere chi lo svolge meglio, ma per provare ed affinare le capacità di ciascuno risultano più produttivi, più fantasiosi, più creativi degli studenti che, orientati al successo a scapito di altri in vista della palma del vincitore, diventano più conformisti, più standardizzati, più banali.
Il lavoro fatto "per" piuttosto che il lavoro fatto "contro" risulta di più elevata qualità.
Naturalmente si potrebbe caldeggiare qui l'apprendimento e l'insegnamento cooperativo, ma è modalità conosciuta da decenni, per cui non mette conto argomentare, anche se, peraltro, risulta essere consigliabile, come conseguenza di tutto questo lungo discorso, forse un po' scontato.

La cultura della cooperazione per gli alunni della scuola dell'autonomia

Finora, nei nostri discorsi, abbiamo sempre parlato di scuole dell'autonomia, di docenti nella scuola dell'autonomia, non abbiamo mai parlato degli alunni nella scuola dell'autonomia.
è bene che lo facciamo, invece, proprio in vista del fatto che la scuola autonoma sarà da valutare nella sua efficacia innanzitutto rispetto alle conoscenze e competenze che riusciranno ad acquisire gli alunni.
Ebbene, dando per scontato che si farà ricorso ai test per misurare tali acquisizioni, vorremmo sommessamente osservare che vi sono competenze, prestazioni degli allievi che difficilmente possono essere ridotte a test: sono i comportamenti, la crescita umana, la socializzazione, l'accettazione dell'altro, il pensiero divergente, la creatività ecc.
Siamo convinti che più alti saranno i risultati su questo versante dell'educazione più alti saranno i risultati sul versante dell'istruzione.
Ebbene, noi pensiamo che , poiché vi è un ovvio rimando fra l'uno aspetto e l'altro, occorre predisporre le scuole alla "misurazione" di questi aspetti di qualità.
Ci sentiamo di raccomandare il recupero di tale versante della prestazione degli alunni, perché, pur essendo persuasi che l'Agenzia scuola pubblica deve fornire istruzione detenendo pressoché l'esclusiva in questo campo, almeno per i giovani del popolo, tuttavia le modificazioni che la scuola produce sul piano dei comportamenti individuali non è terreno che possa essere ignorato.
Tanto più che la preoccupante prospettiva di una riduzione del tempo scuola dovrà necessariamente farci riflettere su come potenziare le capacità socializzanti della scuola da giocare in funzione di maggiore istruzione.
Ecco perché, vista dal lato dell'alunno, una cultura di uno studio cooperativo e non competitivo può essere uno strumento di difesa della riduzione degli spazi temporali dell'istruzione e uno strumento che potenzia la produttività del tempo che potrebbe essere ridotto.


La cultura della cooperazione per i docenti dell'autonomia

La cosa riguarda, naturalmente, i docenti e il personale tutto.
Sono rimasto impressionato dalla considerazione di Norberto Bottani, che nel suo libro sull'autonomia delle scuole nei vari Paesi del mondo, avanza il sospetto che l'autonomia sia stata concessa non per sostenere le scuole, ma per abbandonarle a se stesse, perché sono diventate troppo costose.
Ora, le ultime vicende, che si stanno riversando in termini così negativi sulla scuola pubblica, sono tali e tante da farci angosciosamente avere la quasi certezza che, almeno per il nostro Paese, da due anni a questa parte, quello di Bottani sia qualcosa di più di un sospetto.
La scarsità delle risorse disponibili per le scuole della Repubblica è tale che l'interrogativo di Bottani che fa il titolo del libro di cui parlo, "Gli insegnanti al timone?", sembra avere una risposta scontata. Il personale scolastico non ce la può fare.
E invece no. Noi abbiamo il dovere di farcela. E a chi ci vuole segmentati, divisi in categorie e subcategorie, in basse e alte professionalità, lanciate in competizione tra loro per contendersi il poco che viene lasciato alle scuole dell'autonomia, noi dobbiamo rispondere con la sfida della cooperazione fra i soggetti, fra i docenti, fra i docenti e i dirigenti, fra gli Ata e i docenti.
E allora, pensare la scuola come organizzazione che elabora i suoi progetti e su quelli modella la sua struttura organizzativa con figure di compito, non dovrà essere un affare del dirigente scolastico o del direttore dei servizi, ma deve essere modalità operativa concreta. Nella consapevolezza che la cooperazione è più naturale, gratificante, produttiva, più umana della concorrenza.
Alla fine, anche le modalità di funzionamento e il clima di lavoro proficuo e accettato è giusto che siano sottoposti alla valutazione di sistema. La cooperazione è, allora, anche da questo punto di vista una sfida. Imparare ad essere cooperativi nella scuola dell'autonomia vuol dire sconfiggere la cultura dell'emarginazione.
Ciò non vuol dire negare il conflitto, ma vuol dire incorporare il conflitto in una visione che non esclude, ma che alla fine include, perché non distrugge ma trasforma in avanti la positività del conflitto stesso.
Insomma, ci vogliono gli uni contro gli altri? Poiché tutto ciò non farà bene alla scuola dell'autonomia, allora il personale deve rispondere con la sfida del lavoro differenziato sì, ma cooperativo.


Le reti


In questo quadro, anche le scuole come enti autonomi della Repubblica costituzionalmente riconosciuti, accanto ai Comuni, alle Città metropolitane, alle Province, alle Regioni e allo Stato, nei confronti dei quali hanno supremazia di compito nel fatto scolastico, anche le singole istituzioni scolastiche debbono fra loro cooperare.
Altra strada non vi è: se le scuole vogliono diventare soggetti forti e autorevoli debbono coordinarsi fra loro e, in quanto scuole, cooperare.
I dirigenti scolastici della Cgil Scuola, insieme ai colleghi degli altri Sindacati confederali, hanno ricevuto il compito di proporre la costruzione delle reti di scuole. èun progetto difficile. Ma non è un affare dei dirigenti scolastici, è un affare di tutti, e in primo luogo dei nostri docenti.
Da tre anni a questa parte, è stata lanciata la costituzione dell'associazione fra scuole, con uno statuto standard, con compiti impropri di tutela legale o rappresentanza sindacale prefissati dall'alto, con rappresentante esclusivo il dirigente scolastico: questo progetto si è fondato, a nostro parere sulla cultura dell'isolamento, della separatezza fra professioni. E non ha fatto bene alla scuola dell'autonomia.
Dobbiamo invertire la tendenza: la scuola fa rete con le scuole del proprio territorio e, dopo aver individuato la propria rappresentanza, fa rete con le altre istituzioni che si occupano a vario titolo di scuola. E la singola istituzione scolastica, se veramente aderisce ad un progetto perché sa che per quella via otterrà maggiori strumenti per elevare la qualità dell'offerta formativa e migliorerà il benessere del suo personale, coinvolgerà il Collegio, il genitore, lo studente e delegherà a rappresentarla non necessariamente il dirigente ma qualsiasi altro soggetto che dimostri capacità e competenza. Anche qui: si esca dalla delega al dirigente scolastico, si pratichi la cultura della cooperazione. Si vogliono scuole divise, deboli e alla mercé dei centralismi regionali o statali.
E noi facciamo rete. Anche così potenziamo la scuola dell'autonomia che rischia di essere soffocata sul nascere.


Il valore della cooperazione


Ho voluto soffermarmi sul valore della cooperazione, perché esso mi sembra, in questo preciso momento storico, in questa precisa fase del confronto politico e culturale, non un generico richiamo ad una visione irenica possibile, che è quanto di più lontano si possa concepire per noi, ma uno strumento di lotta politica qui ed ora.
Per prendere le distanze da una cultura della divisione e della concorrenzialità imboccando, invece, la strada opposta, quella dell'azione solidale, e non per un afflato ideologico ma per una scelta politica di campo, che attiene ai valori, ma attiene anche al lavoro quotidiano nelle scuole e nella società.
E' anche questo un modo, non solo e non tanto di resistere, ma di esserci per dire che la scuola pubblica può funzionare con altre impostazioni e altre scelte, alternativi alla marea montante del liberismo.
Dimostrare che la scuola pubblica è un bene prezioso, che i suoi operatori difenderanno facendola funzionare al meglio in queste condizioni difficili, è un modo concreto di dire che essa non si svende, non va sul mercato degli accordi generali dei servizi commerciali, perché, pur sotto attacco, verrà preservata e sviluppata dai suoi operatori per riprendere un cammino protetto quando matureranno, speriamo fra breve, tempi migliori.

 

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