Televisione, potere, informazione
La nuova frontiera dell'intelligenza collettiva
Paolo Raponi

Un unico evento, per quanto traumatico e straordinario,  non ha mai avuto la forza di segnare e modificare da solo il corso della storia. Così come la riforma protestante non avrebbe potuto dispiegare i suoi vasti effetti sociali e politici senza l'invenzione della stampa, la rivoluzione francese e l'illuminismo non potrebbero essere concepiti separati dalla meccanizzazione industriale, e il fallimento dell'esperienza comunista ed il crollo delle ideologie non sarebbero stati così repentini senza l'accelerazione impressa all'economia dall'automazione e dall'informatica. Una combinazione di eventi - in genere un fatto più un'idea più una tecnologia - è il vero motore del cambiamento e dunque della storia. Sembra una verità banale; ma è dalle cose banali che bisogna partire se si vuole giungere non solo a concetti più complessi, ma addirittura ad una rigenerazione del pensiero, ad un modo diverso di concepire il mondo in cui viviamo. Che di questo ci sia oggi bisogno mi pare implicito nella inusitata e per certi versi devastante crisi di identità che ha colto quasi di sorpresa tutti noi membri più o meno consapevoli della nuova società mediatica e globalizzata, di cui fatichiamo ad individuare paradigmi e linee guida di ancoraggio culturale, per non parlare delle mète, dei confini e dei progetti. Neanche la celebre profezia orwelliana del Big Brother is watching you sembra adeguata, nella sua minacciosa semplificazione, a rappresentare una prospettiva via via più sfuggente, incerta, perennemente incalzata da innovazioni tecnologiche che annunciano scenari sempre nuovi e spesso conturbanti. Essa anzi, senza togliere nulla al merito di aver incisivamente còlto la forte interazione tra le tecniche di comunicazione e le strutture di governo, sembra essere addirittura sovvertita e capovolta dalla realtà effettiva della politica mediatica fondata sul trittico infernale televisione/sondaggi/elezioni.

Tale politica semplicemente rovescia la formula orwelliana del totalitarismo: invece di organizzare la sorveglianza costante degli individui da parte del partito-stato del dittatore, fa sì che gli occhi di tutti si fissino sulle celebrità politiche. Sempre le stesse: il presidente, i ministri, i giornalisti, i personaggi "mediatici". Si vedono solo loro, si parla solo di loro. Persino Romano Prodi ci avverte del pericolo: "Le nostre democrazie vivono in una situazione di affaticamento sempre più palese. Esse sono in difficoltà nel resistere alle pressioni che derivano dagli interessi organizzati, in difficoltà nell'impedire che i mezzi di informazione da strumenti per il controllo sull'esercizio del potere si trasformino in strumenti per condizionare e dominare la politica e l'intera società, in difficoltà nel rispondere alla domanda di partecipazione di uomini e donne che non trovano i mezzi per far sentire la loro voce e ai quali i soli appuntamenti elettorali non bastano più".

Il disagio della semplificazione

Come è stato possibile che la mia identità culturale e politica, maturata nel corso di una vita nutrita di impegno, di appassionate battaglie politiche ed ideali, ma anche di ripensamenti, di travagliate riconversioni, di fughe e rientri, e quindi logicamente intrisa di complessità e di contraddizioni, sia oggi ridotta all'essere a favore di o contro Berlusconi, a favore di o contro Bush? E' mia la colpa di questo impoverimento? E' questo il misero risultato della mia razionalità? Sembra piuttosto un frutto dell'istinto, o forse solo una pre-condizione affannosamente ricercata, un macigno da rimuovere in vista di una nuova ascesa, un alibi per l'attesa, una giustificazione alla temporanea assenza di iniziativa.

Lo stand by  intellettuale, tuttavia, non ha mai pagato; questo lo so per certo. E allora, qual è la via d'uscita?

Intanto si può dire che in un mondo diviso tra favorevoli e contrari, la vera crisi, almeno da un punto di vista soggettivo, coinvolge soprattutto i secondi: essere a favore o contro, infatti, non è la stessa cosa. C'è chi accetta una logica plebiscitaria e condivide una visione manichea (tutto il male da una parte e tutto il bene dall'altra, con l'ovvio corollario che chi non è con me è contro di me), con ciò vivendo in serenità di spirito ed in comunione di intenti con chi detiene il potere, e chi subisce dibattendosi nel dilemma tra il rimanere imprigionati in uno schema che di dialettico e democratico non ha più nulla, ed in più favorisce il gioco dell'avversario, e l'affrontarlo con armi nuove in una situazione in cui il nemico ha requisito tutti gli arsenali e non si trova un fabbro disposto a forgiarle, ammesso che qualcuno abbia un'idea di come queste nuove armi debbano essere fatte.

In attesa di chiarirci intorno alla natura degli strumenti di lotta, abbiamo tuttavia una certezza: il campo di battaglia non potrà che essere l'universo mediatico, che ha assorbito, monopolizzato e trasformato quasi tutte le funzioni di comunicazione, informazione, formazione, organizzazione e gestione di dati. Per poterlo esplorare in vista di una possibile utilizzazione attiva e democratica, occorre convincersi che il problema della concentrazione e del controllo del potere mediatico sussisterà anche dopo che Berlusconi e Bush saranno usciti di scena, e questa forma di neo-totalitarismo si riproporrà a protezione degli stessi o di altri interessi organizzati, cambiando l'aspetto ma non la sostanza.

I nuovi scenari mediatici

Qualcuno dice che la televisione, così come l'abbiamo conosciuta e usata nell'ultimo mezzo secolo,  cioè nella sua versione analogica, è già quasi un ferrovecchio, il residuo di una tecnologia che ha i giorni contati, e che il cablaggio del pianeta con il digitale terrestre ci restituirà un mezzo di ricezione dei messaggi audiovisivi altamente versatile e interattivo. Lasciando da parte i particolari tecnici in cui non sono particolarmente versato, l'impressione è che si sia avviato un  processo di convergenza di tutti i media classici, telefono, stampa, radio, televisione, computer con i suoi sottoprodotti cosiddetti "intelligenti", ipertesti, sistemi esperti, mondi virtuali,  verso un unico grande mezzo di ricezione/trasmissione a diffusione di massa. Altri, più prudenti nel valutare le resistenze che gli interessi costituiti nei diversi settori opporranno a tale processo, prospettano invece una costante proliferazione di molte tecnologie nuove e specializzate (videogiochi palmari, teledrin, personal computer, computer in rete, telefoni cellulari, vecchie tv analogiche e nuove tv digitali, ecc.), una vera e propria esplosione multimediale i cui vertici tecnologici potrebbero essere: quello che George Gilder ha chiamato il "teleputer", ossia un computer capace di rimpiazzare e svolgere le funzioni di telefono, radio, televisione e pc, ed il "computer in rete", con ciò intendendo apparecchiature più semplici e amichevoli inserite in reti supportate da potenti "server" multimediali, che trasferirebbero gran parte del software e delle altre risorse (linguaggi di programmazione, archivi, motori di ricerca, sistemi esperti) in precedenza contenute sia nei personal computer che in workstation autonomi. Comunque le cose stiano per andare, siamo alla vigilia di una nuova ondata di tecnologia digitale, e di una moltiplicazione di accessi e di "canali", che ci investirà stimolando ulteriormente consumi individuali e collettivi, ad esempio con l'offerta dei servizi più disparati basata sulla convergenza digitale dell'Isdn (già oggetto di battute umoristiche quali "Incredible Services we Don't Need", gli incredibili servizi di cui non abbiamo bisogno). Ma rimetterà soprattutto in discussione concetti che sembravano ormai stabili ed acquisiti, come "società dell'informazione" e "società della conoscenza", cioè la possibilità e la necessità di sapere le cose, il sapere individuale diffuso per tutti, per il quale in molti, in Europa e nel mondo, ci stiamo nobilmente battendo fin dall'introduzione delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione, in quanto fondamento dello sviluppo umano,  sociale ed economico. Su ciò torneremo.

Ora è opportuno riflettere sul rischio di un nuovo feticismo, secondo il quale l'ampliamento delle possibilità tecnologiche avrà come conseguenza "naturale" l'allargamento delle possibilità di scelta, e quindi maggiori spazi di libertà e di democrazia. Il problema di capire chi comanda le risorse culturali e materiali della comunicazione è un problema antico. Non è vecchio quanto il mondo, ma risale almeno al tempo in cui la comunicazione, con l'invenzione della scrittura, è andata oltre l'interazione a tu per tu ed ha superato le doti naturali della parola e della mimica, diventando fondamentale per la definizione dell'ordine sociale. La distinzione tra scribi e operai, come tutti sanno, segna la nascita delle burocrazie e delle oligarchie del sapere.

L'iniqua distribuzione del potere comunicativo è la questione essenziale, e non dobbiamo lasciarci distrarre, cioè cadere nella trappola di pensare che un aumento del numero di canali televisivi risolverà il problema del rapporto tra produttori e consumatori di cultura, o tra culture diverse, quanto meno nelle società caratterizzate dalla divisione del lavoro e da disparità consolidate in termini di ricchezza e di status. Altrettanto irrealistico è ritenere che Internet possa aiutare a risolvere la crisi della democrazia e i profondi problemi, pratici ma anche filosofici, connessi alla definizione ed alla creazione di un ordine politico-democratico attuabile. E' pur vero che, nelle recenti e tragiche vicende spagnole, il governo Aznar è stato messo nell'angolo e sbugiardato proprio da Internet, ed infine costretto ad ammettere quel che voleva tenere in ombra fino a dopo le elezioni, cioè la responsabilità del terrorismo islamico negli attentati di Madrid, e la sua propria nella partecipazione alla guerra in Iraq. Contemporaneamente alle dichiarazioni ufficiali di ministri in carica, che attribuivano gli attentati all'Eta, viaggiavano infatti in Rete notizie ed indizi filtrati dai servizi segreti e da fonti del ministero degli interni che andavano in tutt'altra direzione. Internet è un mezzo strutturalmente anti-autoritario, perché realizza una comunicazione orizzontale, il contrario di quella verticale e gerarchica necessaria ai regimi per orchestrare il consenso. Ma qui dobbiamo arrestarci, quanto al riconoscimento delle sue autonome potenzialità, e concentrarci piuttosto su come possiamo garantire una più ampia diffusione delle competenze e delle opportunità culturali e politiche necessarie per una partecipazione piena ed equa alla vita sociale. Senza uno sforzo di questo tipo, anche la società dell'informazione sarà segnata dagli stessi problemi di ineguaglianza, ingiustizia, inefficienza che caratterizzano la società industriale che essa è chiamata a rimpiazzare.

L'economia dell'umano

La "società dell'informazione" può rivelarsi un inganno anche dal punto di vista dell'attività economica. Non certo per quanto riguarda la crescita della produzione e della ricchezza, pilotata e stimolata come non mai dal trattamento automatico dell'informazione, ma in relazione al ruolo che potrà giocarvi il fattore umano. Come hanno scoperto ben presto a loro spese operai e quadri, le macchine a controllo digitale sottraggono lavoro, e fin qui ci siamo, ma altresì ambiente e contesto relazionale, quindi motivazioni ed interesse, elementi ai quali la psicotecnica, cioè la psicologia applicata alle trasformazioni delle organizzazioni industriali, attribuisce la funzione massima di stimolo alla produttività. Non c'è niente che si possa automatizzare meglio e più velocemente della trasmissione e del trattamento dell'informazione, ma quando tutta l'agricoltura, tutta l'industria e tutte le operazioni sui messaggi saranno meccanizzate, resterà l'irriducibile, cioè il fattore umano, o meglio la sua capacità di creare l'ambito relazionale, quel che gli antropologi chiamano la "produzione del legame sociale". Non è forse vero che gli industriali, a cominciare dal loro nuovo presidente Luca di Montezemolo, parlano sempre più spesso della necessità di "fare squadra", puntando sull'elemento della cooperazione forse addirittura più che sull'innovazione tecnologica? L'economia verterà, e verte già ora, su ciò che non si potrà mai automatizzare completamente, e non mi riferisco ad un'economia delle conoscenze, ma ad un'economia dell'umano in generale che includa l'economia della conoscenza come uno dei suoi sottoinsiemi.

La trasformazione continua delle tecniche, dei mercati ed in genere dell'ambiente economico, costringe i collettivi, i gruppi organizzati nel lavoro, ad abbandonare modalità organizzative rigide e gerarchiche, li spinge a sviluppare le capacità di iniziativa e di cooperazione attiva nei propri membri. Gli industriali producono oggetti materiali, ma passano gran parte del loro tempo ad ascoltare i propri clienti, a negoziare con loro, a informarli con la pubblicità, a rinnovare le loro competenze. Poliziotti e carabinieri devono prevenire e reprimere i crimini, ma anche spesso improvvisarsi assistenti sociali, animatori socioculturali, psicologi. E non è forse vero che negli ospedali l'elemento relazionale ha un'importanza sempre crescente? Si guarisce meglio in ospedali umanizzati, in cui i malati vengono considerati come persone. Si curano più efficacemente i pazienti introducendoli alla dietetica, all'igiene, al riconoscimento dei sintomi, all'autonomia sanitaria in generale.

Ma se oggi, come tutti concordano nell'affermare, la ricchezza delle nazioni è garantita dalla capacità di ricerca, di innovazione, di apprendimento continuo e di cooperazione pratica ed etica degli individui e dei gruppi, meglio se di interi popoli, è logico e necessario concludere che coloro che coltivano l'intelligenza degli uomini sono all'origine di ogni prosperità. Chi forgia le armi, a volte maldestramente e alla cieca, sono gli oscuri personaggi che producono le condizioni della ricchezza, lontano dalle luci della ribalta, fuori dallo spettacolo mediatico, personaggi il cui lavoro è al contempo il più duro, il più necessario e il peggio retribuito. Sono il proletariato dei tempi moderni: la schiera degli insegnanti, istitutori, professori, maestri di ogni tipo, animatori, assistenti sociali. E accanto a loro la massa degli ausiliari e dei volontari: le associazioni umanitarie, gli organismi non governativi, i soccorritori di miseria.

Lo spazio del sapere collettivo

Nessuno sa tutto, ognuno sa qualcosa, la totalità del sapere risiede nell'umanità. Non esiste una riserva di sapere trascendente, e il sapere non è niente di diverso da quello che la gente sa. Se si parte da questo assioma, da un'intelligenza e una conoscenza distribuite ovunque, è decisamente più facile concentrarsi sull'insegnamento dei saperi durevoli, e pensare alla società della conoscenza non come somma di saperi individuali, ma come cooperazione e interazione di saperi collettivi. Quasi  senza che ce ne accorgessimo si è creato, e reso agibile per tutti, un nuovo spazio antropologico, oserei dire un nuovo orizzonte di civiltà, lo spazio del sapere; che non è un luogo fisico, come il territorio, o come il più vasto circuito in cui avviene lo scambio delle merci, ma che potrebbe occupare l'intera dimensione dell'universo mediatico, ciò che chiamiamo il cyberspazio. Ormai è diventato impossibile riservare la conoscenza a caste di specialisti; è l'insieme della collettività umana che deve imparare e inventare per vivere meglio. Ma se la quantità dei messaggi in circolazione non è mai stata così imponente, difettiamo degli strumenti istituzionali, tecnici e concettuali, per filtrare le informazioni, per orientarci, per fare raffronti. E' qui che lo spazio del sapere cessa di essere un'idea, o una pura constatazione, per diventare un progetto.

A questo punto del ragionamento ci accorgiamo di avere un'idea (l'intelligenza collettiva), una tecnologia (l'universo mediatico o più precisamente il cyberspazio), mentre manca ancora il fatto. Proletari di tutto il mondo unitevi. L'antico appello del 1848 può andare ancora bene. Il fatto potrà essere l'unione dei nuovi proletari, gli oscuri personaggi che creano le condizioni della ricchezza, in vista della costituzione di collettivi intelligenti, capaci di reinventare il legame sociale in funzione non della prossimità fisica o politica, della religione o della professione, ma dell'insegnamento reciproco.

Il lavoro dell'associazione Proteo Fare Sapere, la rete delle sue relazioni, i forum, le opportunità di partecipazione che offre a chiunque desideri essere incluso nello scambio delle idee,  delle esperienze e delle conoscenze vanno proprio in questa direzione.

Forse percorrendo questa strada sarà possibile lasciarsi alle spalle la società dello spettacolo per  inaugurare un'era post-mediatica, nella quale le tecniche di comunicazione serviranno a filtrare i flussi di conoscenze, a navigare nel sapere e a pensare insieme piuttosto che limitarsi a trasportare masse di informazioni.

Una celebre battuta di Groucho Marx recitava così: "Chi dice che la televisione fa male alla cultura? Ogni volta che qualcuno l'accende io vado in un'altra stanza a leggere un libro". Se alla lettura oggi accompagniamo la nostra presenza nel cyberspazio, nello spazio del sapere collettivo e condiviso, questo è quel che potrebbe e dovrebbe accadere a tutti noi quando qualcuno accende un televisore. Utopia? Forse, ma molte utopie hanno determinato sommovimenti di tale portata da cambiare il mondo.

 

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