Un
unico evento, per quanto traumatico e straordinario, non
ha mai avuto la forza di segnare e modificare da solo il
corso della storia. Così come la riforma protestante non
avrebbe potuto dispiegare i suoi vasti effetti sociali e
politici senza l'invenzione della stampa, la rivoluzione
francese e l'illuminismo non potrebbero essere concepiti
separati dalla meccanizzazione industriale, e il fallimento
dell'esperienza comunista ed il crollo delle ideologie non
sarebbero stati così repentini senza l'accelerazione impressa
all'economia dall'automazione e dall'informatica. Una combinazione
di eventi - in genere un fatto più un'idea più una tecnologia
- è il vero motore del cambiamento e dunque della storia.
Sembra una verità banale; ma è dalle cose banali che bisogna
partire se si vuole giungere non solo a concetti più complessi,
ma addirittura ad una rigenerazione del pensiero, ad un
modo diverso di concepire il mondo in cui viviamo. Che di
questo ci sia oggi bisogno mi pare implicito nella inusitata
e per certi versi devastante crisi di identità che ha colto
quasi di sorpresa tutti noi membri più o meno consapevoli
della nuova società mediatica e globalizzata, di cui fatichiamo
ad individuare paradigmi e linee guida di ancoraggio culturale,
per non parlare delle mète, dei confini e dei progetti.
Neanche la celebre profezia orwelliana del Big Brother is watching you sembra adeguata, nella sua minacciosa semplificazione,
a rappresentare una prospettiva via via più sfuggente, incerta,
perennemente incalzata da innovazioni tecnologiche che annunciano
scenari sempre nuovi e spesso conturbanti. Essa anzi, senza
togliere nulla al merito di aver incisivamente còlto la
forte interazione tra le tecniche di comunicazione e le
strutture di governo, sembra essere addirittura sovvertita
e capovolta dalla realtà effettiva della politica mediatica
fondata sul trittico infernale televisione/sondaggi/elezioni.
Tale
politica semplicemente rovescia la formula orwelliana del
totalitarismo: invece di organizzare la sorveglianza costante
degli individui da parte del partito-stato del dittatore,
fa sì che gli occhi di tutti si fissino sulle celebrità
politiche. Sempre le stesse: il presidente, i ministri,
i giornalisti, i personaggi "mediatici". Si vedono
solo loro, si parla solo di loro. Persino Romano Prodi ci
avverte del pericolo: "Le nostre democrazie vivono
in una situazione di affaticamento sempre più palese. Esse
sono in difficoltà nel resistere alle pressioni che derivano
dagli interessi organizzati, in difficoltà nell'impedire
che i mezzi di informazione da strumenti per il controllo
sull'esercizio del potere si trasformino in strumenti per
condizionare e dominare la politica e l'intera società,
in difficoltà nel rispondere alla domanda di partecipazione
di uomini e donne che non trovano i mezzi per far sentire
la loro voce e ai quali i soli appuntamenti elettorali non
bastano più".
Il
disagio della semplificazione
Come
è stato possibile che la mia identità culturale e politica,
maturata nel corso di una vita nutrita di impegno, di appassionate
battaglie politiche ed ideali, ma anche di ripensamenti,
di travagliate riconversioni, di fughe e rientri, e quindi
logicamente intrisa di complessità e di contraddizioni,
sia oggi ridotta all'essere a favore di o contro Berlusconi,
a favore di o contro Bush? E' mia la colpa di questo impoverimento?
E' questo il misero risultato della mia razionalità? Sembra
piuttosto un frutto dell'istinto, o forse solo una pre-condizione
affannosamente ricercata, un macigno da rimuovere in vista
di una nuova ascesa, un alibi per l'attesa, una giustificazione
alla temporanea assenza di iniziativa.
Lo
stand
by intellettuale, tuttavia, non ha mai pagato; questo
lo so per certo. E allora, qual è la via d'uscita?
Intanto
si può dire che in un mondo diviso tra favorevoli e contrari,
la vera crisi, almeno da un punto di vista soggettivo, coinvolge
soprattutto i secondi: essere a favore o contro, infatti,
non è la stessa cosa. C'è chi accetta una logica plebiscitaria
e condivide una visione manichea (tutto il male da una parte
e tutto il bene dall'altra, con l'ovvio corollario che chi
non è con me è contro di me), con ciò vivendo in serenità
di spirito ed in comunione di intenti con chi detiene il
potere, e chi subisce dibattendosi nel dilemma tra il rimanere
imprigionati in uno schema che di dialettico e democratico
non ha più nulla, ed in più favorisce il gioco dell'avversario,
e l'affrontarlo con armi nuove in una situazione in cui
il nemico ha requisito tutti gli arsenali e non si trova
un fabbro disposto a forgiarle, ammesso che qualcuno abbia
un'idea di come queste nuove armi debbano essere fatte.
In
attesa di chiarirci intorno alla natura degli strumenti
di lotta, abbiamo tuttavia una certezza: il campo di battaglia
non potrà che essere l'universo mediatico, che ha assorbito,
monopolizzato e trasformato quasi tutte le funzioni di comunicazione,
informazione, formazione, organizzazione e gestione di dati.
Per poterlo esplorare in vista di una possibile utilizzazione
attiva e democratica, occorre convincersi che il problema
della concentrazione e del controllo del potere mediatico
sussisterà anche dopo che Berlusconi e Bush saranno usciti
di scena, e questa forma di neo-totalitarismo si riproporrà
a protezione degli stessi o di altri interessi organizzati,
cambiando l'aspetto ma non la sostanza.
I
nuovi scenari mediatici
Qualcuno
dice che la televisione, così come l'abbiamo conosciuta
e usata nell'ultimo mezzo secolo, cioè nella sua versione
analogica, è già quasi un ferrovecchio, il residuo di una
tecnologia che ha i giorni contati, e che il cablaggio del
pianeta con il digitale terrestre ci restituirà un mezzo
di ricezione dei messaggi audiovisivi altamente versatile
e interattivo. Lasciando da parte i particolari tecnici
in cui non sono particolarmente versato, l'impressione è
che si sia avviato un processo di convergenza di tutti
i media classici, telefono, stampa, radio, televisione,
computer con i suoi sottoprodotti cosiddetti "intelligenti",
ipertesti, sistemi esperti, mondi virtuali, verso un unico
grande mezzo di ricezione/trasmissione a diffusione di massa.
Altri, più prudenti nel valutare le resistenze che gli interessi
costituiti nei diversi settori opporranno a tale processo,
prospettano invece una costante proliferazione di molte
tecnologie nuove e specializzate (videogiochi palmari, teledrin,
personal computer, computer in rete, telefoni cellulari,
vecchie tv analogiche e nuove tv digitali, ecc.), una vera
e propria esplosione multimediale i cui vertici tecnologici
potrebbero essere: quello che George Gilder ha chiamato
il "teleputer", ossia un computer capace di rimpiazzare
e svolgere le funzioni di telefono, radio, televisione e
pc, ed il "computer in rete", con ciò intendendo
apparecchiature più semplici e amichevoli inserite in reti
supportate da potenti "server" multimediali, che
trasferirebbero gran parte del software e delle altre risorse (linguaggi di programmazione,
archivi, motori di ricerca, sistemi esperti) in precedenza
contenute sia nei personal computer che in workstation
autonomi. Comunque le cose stiano per andare, siamo alla
vigilia di una nuova ondata di tecnologia digitale, e di
una moltiplicazione di accessi e di "canali",
che ci investirà stimolando ulteriormente consumi individuali
e collettivi, ad esempio con l'offerta dei servizi più disparati
basata sulla convergenza digitale dell'Isdn (già oggetto
di battute umoristiche quali "Incredible Services we
Don't Need", gli incredibili servizi di cui non abbiamo
bisogno). Ma rimetterà soprattutto in discussione concetti
che sembravano ormai stabili ed acquisiti, come "società
dell'informazione" e "società della conoscenza",
cioè la possibilità e la necessità di sapere le cose, il sapere
individuale
diffuso per tutti, per il quale in molti, in Europa e nel
mondo, ci stiamo nobilmente battendo fin dall'introduzione
delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione,
in quanto fondamento dello sviluppo umano, sociale ed economico.
Su ciò torneremo.
Ora
è opportuno riflettere sul rischio di un nuovo feticismo,
secondo il quale l'ampliamento delle possibilità tecnologiche
avrà come conseguenza "naturale" l'allargamento
delle possibilità di scelta, e quindi maggiori spazi di
libertà e di democrazia. Il problema di capire chi comanda
le risorse culturali e materiali della comunicazione è un
problema antico. Non è vecchio quanto il mondo, ma risale
almeno al tempo in cui la comunicazione, con l'invenzione
della scrittura, è andata oltre l'interazione a tu per tu
ed ha superato le doti naturali della parola e della mimica,
diventando fondamentale per la definizione dell'ordine sociale.
La distinzione tra scribi e operai, come tutti sanno, segna
la nascita delle burocrazie e delle oligarchie del sapere.
L'iniqua
distribuzione del potere comunicativo è la questione essenziale,
e non dobbiamo lasciarci distrarre, cioè cadere nella trappola
di pensare che un aumento del numero di canali televisivi
risolverà il problema del rapporto tra produttori e consumatori
di cultura, o tra culture diverse, quanto meno nelle società
caratterizzate dalla divisione del lavoro e da disparità
consolidate in termini di ricchezza e di status. Altrettanto
irrealistico è ritenere che Internet possa aiutare a risolvere
la crisi della democrazia e i profondi problemi, pratici
ma anche filosofici, connessi alla definizione ed alla creazione
di un ordine politico-democratico attuabile. E' pur vero
che, nelle recenti e tragiche vicende spagnole, il governo
Aznar è stato messo nell'angolo e sbugiardato proprio da
Internet, ed infine costretto ad ammettere quel che voleva
tenere in ombra fino a dopo le elezioni, cioè la responsabilità
del terrorismo islamico negli attentati di Madrid, e la
sua propria nella partecipazione alla guerra in Iraq. Contemporaneamente
alle dichiarazioni ufficiali di ministri in carica, che
attribuivano gli attentati all'Eta, viaggiavano infatti
in Rete notizie ed indizi filtrati dai servizi segreti e
da fonti del ministero degli interni che andavano in tutt'altra
direzione. Internet è un mezzo strutturalmente anti-autoritario,
perché realizza una comunicazione orizzontale, il contrario
di quella verticale e gerarchica necessaria ai regimi per
orchestrare il consenso.
Ma qui dobbiamo arrestarci, quanto al riconoscimento delle
sue autonome potenzialità, e concentrarci piuttosto su come
possiamo garantire una più ampia diffusione delle competenze
e delle opportunità culturali e politiche necessarie per
una partecipazione piena ed equa alla vita sociale. Senza
uno sforzo di questo tipo, anche la società dell'informazione
sarà segnata dagli stessi problemi di ineguaglianza, ingiustizia,
inefficienza che caratterizzano la società industriale che
essa è chiamata a rimpiazzare.
L'economia
dell'umano
La
"società dell'informazione" può rivelarsi un inganno
anche dal punto di vista dell'attività economica. Non certo
per quanto riguarda la crescita della produzione e della
ricchezza, pilotata e stimolata come non mai dal trattamento
automatico dell'informazione, ma in relazione al ruolo che
potrà giocarvi il fattore umano. Come hanno scoperto ben
presto a loro spese operai e quadri, le macchine a controllo
digitale sottraggono lavoro, e fin qui ci siamo, ma altresì
ambiente e contesto relazionale, quindi motivazioni ed interesse,
elementi ai quali la psicotecnica, cioè la psicologia applicata
alle trasformazioni delle organizzazioni industriali, attribuisce
la funzione massima di stimolo alla produttività. Non c'è
niente che si possa automatizzare meglio e più velocemente
della trasmissione e del trattamento dell'informazione,
ma quando tutta l'agricoltura, tutta l'industria e tutte
le operazioni sui messaggi saranno meccanizzate, resterà
l'irriducibile, cioè il fattore umano, o meglio la sua capacità
di creare l'ambito relazionale, quel che gli antropologi
chiamano la "produzione del legame sociale". Non
è forse vero che gli industriali, a cominciare dal loro
nuovo presidente Luca di Montezemolo, parlano sempre più
spesso della necessità di "fare squadra", puntando
sull'elemento della cooperazione forse addirittura più che
sull'innovazione tecnologica? L'economia verterà, e verte
già ora, su ciò che non si potrà mai automatizzare completamente,
e non mi riferisco ad un'economia delle conoscenze, ma ad
un'economia dell'umano in generale che includa l'economia
della conoscenza come uno dei suoi sottoinsiemi.
La
trasformazione continua delle tecniche, dei mercati ed in
genere dell'ambiente economico, costringe i collettivi,
i gruppi organizzati nel lavoro, ad abbandonare modalità
organizzative rigide e gerarchiche, li spinge a sviluppare
le capacità di iniziativa e di cooperazione attiva nei propri
membri. Gli industriali producono oggetti materiali, ma
passano gran parte del loro tempo ad ascoltare i propri
clienti, a negoziare con loro, a informarli con la pubblicità,
a rinnovare le loro competenze. Poliziotti e carabinieri
devono prevenire e reprimere i crimini, ma anche spesso
improvvisarsi assistenti sociali, animatori socioculturali,
psicologi. E non è forse vero che negli ospedali l'elemento
relazionale ha un'importanza sempre crescente? Si guarisce
meglio in ospedali umanizzati, in cui i malati vengono considerati
come persone. Si curano più efficacemente i pazienti introducendoli
alla dietetica, all'igiene, al riconoscimento dei sintomi,
all'autonomia sanitaria in generale.
Ma
se oggi, come tutti concordano nell'affermare, la ricchezza
delle nazioni è garantita dalla capacità di ricerca, di
innovazione, di apprendimento continuo e di cooperazione
pratica ed etica degli individui e dei gruppi, meglio se
di interi popoli, è logico e necessario concludere che coloro che coltivano l'intelligenza degli
uomini sono all'origine di ogni prosperità. Chi forgia le armi, a volte maldestramente e alla cieca, sono gli
oscuri personaggi che producono le condizioni della ricchezza,
lontano dalle luci della ribalta, fuori dallo spettacolo
mediatico, personaggi il cui lavoro è al contempo il più
duro, il più necessario e il peggio retribuito. Sono il
proletariato dei tempi moderni: la schiera degli insegnanti,
istitutori, professori, maestri di ogni tipo, animatori,
assistenti sociali. E accanto a loro la massa degli ausiliari
e dei volontari: le associazioni umanitarie, gli organismi
non governativi, i soccorritori di miseria.
Lo
spazio del sapere collettivo
Nessuno
sa tutto, ognuno sa qualcosa, la totalità del sapere risiede
nell'umanità. Non esiste una riserva di sapere trascendente,
e il sapere non è niente di diverso da quello che la gente
sa. Se si parte da questo assioma, da un'intelligenza e
una conoscenza distribuite ovunque, è decisamente più facile
concentrarsi sull'insegnamento dei saperi durevoli, e pensare
alla società della conoscenza non come somma di saperi individuali,
ma come cooperazione e interazione di saperi collettivi.
Quasi senza che ce ne accorgessimo si è creato, e reso
agibile per tutti, un nuovo spazio antropologico, oserei
dire un nuovo orizzonte di civiltà, lo spazio del sapere;
che non è un luogo fisico, come il territorio, o come il
più vasto circuito in cui avviene lo scambio delle merci,
ma che potrebbe occupare l'intera dimensione dell'universo
mediatico, ciò che chiamiamo il cyberspazio. Ormai è diventato
impossibile riservare la conoscenza a caste di specialisti;
è l'insieme della collettività umana che deve imparare e
inventare per vivere meglio. Ma se la quantità dei messaggi
in circolazione non è mai stata così imponente, difettiamo
degli strumenti istituzionali, tecnici e concettuali, per
filtrare le informazioni, per orientarci, per fare raffronti.
E' qui che lo spazio del sapere cessa di essere un'idea,
o una pura constatazione, per diventare un progetto.
A
questo punto del ragionamento ci accorgiamo di avere un'idea
(l'intelligenza collettiva), una tecnologia (l'universo
mediatico o più precisamente il cyberspazio), mentre manca
ancora il fatto. Proletari di tutto il mondo unitevi. L'antico
appello del 1848 può andare ancora bene. Il fatto potrà
essere l'unione dei nuovi proletari, gli oscuri personaggi
che creano le condizioni della ricchezza, in vista della
costituzione di collettivi intelligenti, capaci di reinventare
il legame sociale in funzione non della prossimità fisica
o politica, della religione o della professione, ma dell'insegnamento
reciproco.
Il
lavoro dell'associazione Proteo Fare Sapere, la rete delle
sue relazioni, i forum, le opportunità di partecipazione
che offre a chiunque desideri essere incluso nello scambio
delle idee, delle esperienze e delle conoscenze vanno proprio
in questa direzione.
Forse
percorrendo questa strada sarà possibile lasciarsi alle
spalle la società dello spettacolo per inaugurare un'era
post-mediatica, nella quale le tecniche di comunicazione
serviranno a filtrare i flussi di conoscenze, a navigare
nel sapere e a pensare insieme piuttosto che limitarsi a
trasportare masse di informazioni.
Una
celebre battuta di Groucho Marx recitava così: "Chi
dice che la televisione fa male alla cultura? Ogni volta
che qualcuno l'accende io vado in un'altra stanza a leggere
un libro". Se alla lettura oggi accompagniamo la nostra
presenza nel cyberspazio, nello spazio del sapere collettivo
e condiviso, questo è quel che potrebbe e dovrebbe accadere
a tutti noi quando qualcuno accende un televisore. Utopia?
Forse, ma molte utopie hanno determinato sommovimenti di
tale portata da cambiare il mondo.