| La voce dei giovani
Io, orfana della "dea" tv
Elisabetta
Pizzochero
Ebbene sì,
lo ammetto. Quel cubo sgraziato che troneggia in tutti i
nostri salotti, in tutte le nostre cucine e in ogni angolo
concepibile di tante case italiane, era per me - bimbetta
di poco più di sei anni- una scatola magica.
Erano gli
anni Ottanta e a furoreggiare tra i più piccoli erano i
protagonisti di cartoni animati ormai entrati nel mito -
porto ad esempio l'affascinante Lupin III e la lacrimevole
Candy Candy - e di altri allora appena arrivati alla ribalta,
come L'incantevole Creamy e la simpaticissima quasi dea
Pollon. Anche i telefilm e le sit-com esercitavano
su di noi il loro fascino irresistibile con le avventure
dell'esilarante Arnold, con le vicende di Alex, figlio adolescente
in Casa Keaton o con il mai tramontato Fonzie di Happy Days.
Fra i banchi
di scuola, poi, aveva luogo un frenetico traffico di figurine,
pupazzetti, borsettine, fino ad arrivare ad improbabili
spazzolini da denti tutti rigorosamente marchiati con le
immagini dei beniamini della tv (pratica non lontana da
quella che si attua fra i bimbi di oggi).
La
tv negata
Eppure nella
mia famiglia il fatato elettrodomestico animato non riempiva
gli ambienti del consueto allegro vociare, di musiche e
di colori: mia madre aveva scelto di fare a meno della televisione.
Non la voleva. Forse la temeva. Cresciuta in un'epoca di
consumi televisivi razionati, era adesso disorientata dal
flusso imponente, incessante, inesorabile della televisione
delle emittenti private.
E fu così
che nacque in me una speciale attrazione nei confronti di
un mezzo che, al contrario, nel mio ambiente familiare non
godeva di una particolare ammirazione. Ricordo ancora distintamente
l'eccitazione che provai una sera (e la mia è una memoria
nota per essere evanescente come poche) in cui chissà da
dove e chissà perché era arrivato in casa nostra un piccolo
televisore in bianco e nero, un vecchio Brionvega senza
telecomando. Disgraziatamente l'affaticato apparecchio televisivo
era in grado di restituirci solo l'immagine di un'elegante
Rai Uno. Quella sera era di scena l'Odissea: Ulisse mi incantò
con la sua guerra di astuzie contro un terrificante Polifemo.
Montava in
me una passione quasi insana, proprio come succede tutte
le volte che qualcosa viene negato senza appello, proibito
senza negoziazione. Prendeva piede un desiderio strisciante,
intimo e inconfessabile perché disapprovato dai grandi che
mi volevano bene. E mi scoprii a fantasticare di ritrovarmi,
come solo una diva poteva fare, in una lussuosa vasca idromassaggio
a guardare la televisione. Il bagno, quello sì, mi sembrava
il luogo adatto ad ospitare la scatola magica, un luogo
sufficientemente sacro e appartato. (Confesso che in più
di un'occasione, quando in casa l'utilizzo del discusso
elettrodomestico era ormai stato sdoganato e si moltiplicavano
gli esemplari in nostro possesso, ne trascinai uno, faticosamente
e non senza incorrere in una certa dose di rischio, ai piedi
della mia ben più modesta vasca da bagno). In realtà non
avevo neanche maturato del sano e sfacciato rancore nei
confronti di chi mi negava l'accesso a quell'universo parallelo
di storie, magie e fantasticherie in quanto avevo trovato
un mio canale di consumo, un varco spazio-temporale: la
casa dei nonni.
Una
vera e propria teledipendenza
Durante le
scuole elementari frequentavo il tempo pieno e il sabato
era il mio giorno libero. I miei genitori lavoravano ed
io venivo affidata ai nonni in casa dei quali davo libero
sfogo alla mia pulsione repressa: mi rifacevo della settimana
appena trascorsa e guardavo la televisione da mattina a
sera, senza sosta. La signora che aveva cura di me - anche
i miei nonni lavoravano - mi prendeva in giro paragonando
il mio passatempo ad un lavoro vero e proprio visto l'impegno
e la determinazione che dimostravo nel non allontanarmi
dalla sedia per tutto il corso della giornata. Vorace di
televisione, maniaca per quella finestra temporale che mi
era concessa, passavo da un canale all'altro in uno zapping
finalizzato alla ricerca di qualsiasi immagine contenesse
almeno venti colori e tutti in disaccordo tra loro: un sospirato
e meritato cartone animato. Quando alla fine ne trovavo
uno ero compiaciuta, eccitata, direi, contenta. Quando lo
zapping non dava gli sperati frutti subentrava la noia e
il dispiacere e mi dovevo accontentare di qualche telefilm
meno colorato e magico (fatta eccezione per Vita da Strega,
memorabile telefilm, peraltro in bianco e nero, degli anni
Sessanta, incentrato sul matrimonio tra un comune mortale
e una strega, appunto). Gli anni passarono e io riuscii
a mettere le mani sul mio primo televisore personale (mio
fratello sostiene ancora oggi che il televisore fosse l'unico
motivo della mia Comunione.).
Insomma questa
condizione di privazione, che voleva essere educativa, aveva
provocato in me una reazione opposta e altrettanto assoluta:
in qualche misura si poteva parlare per me di una forma
di dipendenza dalla televisione.
Non so se
alla fine ha prevalso la "saggezza" o la qualità sempre
più vergognosamente scadente e deprimente della nostra televisione,
ma io oggi sono fuori dal tunnel di quella droga chiamata
tv!
La guardo,
sì, a volte molto distrattamente quasi come sottofondo.
Altre volte la ascolto come fosse una radio. Posso stare
dei giorni senza accenderla e guardarla per ore consecutive
una volta attivata.
Segno che
nell'"orfanotrofio" in cui mi hanno accolta devono avermi
trattata proprio bene.. |