editoriale
Spegnere la televisione, accendere la scuola
Enrico Panini


Con il numero della rivista che state sfogliando inizia una nuova avventura editoriale, i monografici di “Valore Scuola”.
Ovvero, numeri speciali in tutto: densi di materiale dedicato a tematiche che, per il loro rilievo, meritano un approfondimento particolare; che ospitano contributi di quanti rappresentano un punto di vista originale rispetto ai temi affrontati; che affrontano le questioni da più punti di vista ma con uno sguardo forte all’orizzonte nuovo nel quale esse devono inserirsi.
Il lavoro non terminerà, però, con l’allestimento, stampa e diffusione. Anche in questo vogliamo essere speciali. Infatti, i temi affrontati nei monografici offriranno anche l’occasione per organizzare sedi di discussione e confronto, presentazioni pubbliche in giro per il Paese allo scopo di aprire una discussione che parta dai materiali proposti e dalle piste indicate per andare verso nuove direzioni.
La nostra rivista si è sempre caratterizzata per la grande sete di indagine sui fatti per leggerne i possibili sviluppi nella nuova realtà nella quale siamo immersi, per dare piste di ricerca ad un vasto pubblico di lettori che, per la stragrande maggioranza, lavora nella scuola o intorno alla scuola.
Per alcuni argomenti che giudicheremo come strategici, l’approfondimento e la pubblicazione di saggi e punti di vista di diversa angolazione consentiranno di andare al cuore del problema.
In particolare, gli insegnanti vi troveranno spunti per una seria e audace riflessione sul loro ruolo educativo in un mondo che vede i giovani assorbiti da modelli di vita che spesso tendono a disgregare le radici di una comunicazione plurale.


Ma quanta televisione guardano i bambini?

Gli Stati Uniti guidano la classifica del consumo televisivo quotidiano: l’americano medio passa 4 ore al giorno davanti al televisore. I bambini americani dedicano più tempo alla televisione di quanto non ne dedichino a qualsiasi altra occupazione (escluso il sonno).
Alla fine delle scuole superiori ogni ragazza o ragazzo degli Stati Uniti ha guardato la televisione per almeno 15.000 ore, mentre ha frequentato la scuola per 11.000 ore.
Se evidenziamo i dati riguardanti il consumo televisivo di bambini, ragazzi e adolescenti negli Stati Uniti emerge un quadro molto preoccupante.
Tra i 2 e i 5 anni passano 25 ore alla settimana davanti alla Tv che corrispondono a 54 giorni all’anno.
Tra i 6 e gli 11 anni passano 23 ore alla settimana davanti allo schermo pari a 50 giorni in un anno.
Dopo gli 11 anni le ore scendono (!) a 22 settimanali, pari a 48 giorni in un anno.

I dati riguardanti il nostro paese

Non sono molto diversi da quelli rilevati negli Stati Uniti.
Secondo un’indagine europea condotta da Eurodata Tv, società a cui aderiscono le società di rilevazione dell’ascolto televisivo nazionali (per l’Italia Agb Italia e Auditel), gli italiani sono al terzo posto come "consumatori” di televisione in Europa, preceduti solo da inglesi e spagnoli.
Ogni italiano guarda la televisione per più di 3 ore al giorno.
Per quanto riguarda il comportamento di bambini e ragazzi, sono interessanti i dati di uno studio condotto da psicologi dell’Università La Sapienza di Roma, tra i bambini di 8-11 anni:

  • 1 bambino su 4 va a scuola alla mattina dopo avere già visto un cartone animato;
  • 1 bambino su 4 guarda la televisione al pomeriggio prima delle ore 17;
  • 1 bambino su 2 guarda la televisione al pomeriggio tra le 17 e le 19,30.

Secondo i dati Auditel, in Italia i bambini e i ragazzi (tra i 4 e i 14 anni) trascorrono ogni giorno circa 2 ore e mezza davanti al televisore.
Il 18,7% dei bambini supera però la media nazionale, arrivando a guardare la televisione per circa 5-6 ore al giorno, e il 3,5% arriva addirittura a 7 ore.
È interessante anche sottolineare che il maggior numero di bambini e ragazzi (sempre tra i 4 e i 14 anni) che guarda la televisione lo fa nella fascia oraria compresa tra le 20 e le 22,30.
Ci sono reti televisivi che modificano la loro programmazione il sabato mattina e la domenica mattina per trasmettere molti cartoni animati in modo da intercettare i bambini e i ragazzi.
Siamo di fronte ad un fenomeno, non è una constatazione nuova, che occupa massicciamente il tempo dei ragazzi e in modo crescente. Le nuove politiche di gestione della televisione la stanno orientando sempre più verso prodotti di intrattenimento; la concentrazione delle testate rende possibili forme di omologazione al mercato e a valori predefiniti su scala planetaria.


Crescita contemporanea sotto lo stesso universo simbolico

I mass-media, in particolare la televisione, giocano un ruolo importantissimo nel percorso di definizione dell'identità degli adolescenti che comporta due processi complementari, l'individualizzazione e la socializzazione.
Milioni di giovani fruiscono della televisione, e non solo conoscono gli stessi personaggi che la popolano ma percepiscono il mondo a partire dallo schermo. Almeno un miliardo di bambini è cresciuto dagli anni Ottanta con gli stessi miti, valori, modelli di comportamento.
Indipendentemente dall’impatto che questo fenomeno avrà sulle singole coscienze, impossibile da valutare, il dato politicamente rilevante è che un’intera generazione del mondo, per la prima volta nella storia degli uomini, cresce contemporaneamente conoscendo lo stesso universo simbolico. Ragazzi di tutti i continenti, africani, europei, americani, asiatici e australiani conoscono Mila e Shiro, Beverly Hills, Melrose Place, He-Man… Tuttavia la produzione della fiction televisiva di ciascun Paese rimane legata ai valori, alle attese e alle visioni del mondo di cui è composto l’universo culturale di ogni società.
E’ un aspetto della globalizzazione che ci porta direttamente al cuore dello scontro in atto su questo tema. E’ evidente che questioni quali i contenuti, la gestione, il rispetto delle identità, il controllo democratico diventano ancora più rilevanti in una situazione che ha conosciuto rapide accelerazioni.
Nessun intento luddista, in questa mia convinzione, né alcuna demonizzazione. Semplicemente l’individuazione di una strategia di azione verso un mezzo pervasivo ed invasivo com’è la televisione. Ti segue ovunque, spegne parti del tuo cervello, trasforma il virtuale in reale.
Spegnere la televisione diventa quindi una scelta possibile da percorrere e da proporre. Riprendersi il tempo, il piacere della realtà vera con tutto ciò che essa determina e significa, il gusto della scoperta e della possibilità di “toccare” le cose, di “gustarle”. Il piacere di usare tutti i sensi e non solo alcuni in modo particolare, come davanti ad uno schermo.
Gli effetti della televisione sui bambini e sui ragazzi sono sotto gli occhi di tutti i docenti.
In particolare risulta sconquassata la percezione del tempo, come se tutto fluisse nello stesso modo delle immagini sullo schermo della televisione, in un unico e fluente unicum che rende indistinguibili passato e futuro, assorbiti in un presente costante.
La attuali forme di comunicazioni sono caratterizzate dalla continua presa diretta per cui il silenzio ed il vuoto, pieno di riflessione e di pensiero, non esistono più. I cellulari, le mail, gli sms sono comunicazioni a tutto campo, utilissime sicuramente ma che è necessario governare e non subire. Allo stesso modo si può affermare con uno degli elettrodomestici più diffusi nelle nostre case, la scatola della televisione.
Karl Popper, teorico della società aperta e del liberalismo, in una lunga e provocatoria intervista poco prima della sua morte sul potere assunto nella nostra società dalla televisione, che gli sembrava senza limiti, contraddicendo il suo credo liberale era addirittura arrivato a proporre forme di censura sui programmi che giudicava maggiormente diseducativi.
L’esperienza recentemente condotta nel comune di Caviglia, in provincia di Arezzo, che è consistita nel tenere spente le televisioni per una settimana, ha fatto scoprire relazioni e modi di passare insieme il tempo in relazioni significative completamente dimenticati anche dai meno giovani, che pure le avevano conosciute.
Gli articoli riportati in questo monografico entrano molto bene nei diversi aspetti e pertanto non riprenderò argomenti già trattati ma che supportano abbondantemente le mie affermazioni.
Di fronte a questi fenomeni bisogna accendere la scuola, darle ruolo e rilievo, considerarla come il vero altro modo di comunicare e di stabilire relazioni. La scuola rappresenta, nel suo funzionamento e nelle sue relazioni, esattamente il contrario della modalità di comunicazione che impone la televisione. In particolare la scuola è la sede del dubbio e della ricerca, del confronto come condizione indispensabile per imparare le cose e per crescere.
La scuola è un principalmente un luogo democratico per la funzione che svolge. Anche per questa ragione ricavo l’esigenza che ci sia più scuola pubblica, più investimento nell’istruzione, più cura collettiva per un luogo di relazioni significative, qual è la scuola, che, mentre rischia di essere sempre più marginalizzata da politiche liberiste e dall’individualismo con il quale sono gestite tante forme di informazione e comunicazione, rappresenta l’unica sede in grado di contrapporre un altro punto di vista.
Si pensi solo alla radicale diversità che esiste fra tanta divulgazione che riempie gli schermi, fra il modello nozionistico di tanti quiz a premi e lo studio e la ricerca che la scuola organizza.

Elogio della lentezza

In questi mesi è ripresa una riflessione sul tempo e sul suo rapporto con l’istruzione, con il senso stesso della scuola e di una relazione educativa significativa.
Ciò è accaduto in conseguenza di una reazione alla Legge Moratti, laddove essa prevede la trasformazione del tempo pieno e del tempo prolungato in un doposcuola e per quanto riguarda, contemporaneamente, la riduzione dell’orario di funzionamento settimanale (con la previsione di 27 ore settimanali) e la saturazione del tempo scuola così ridotto con ulteriori insegnamenti.
Mi è capitato spesso di citare al riguardo di questo tema del tempo Platone. Infatti, nel Fedro, nella metafora dei Giardini di Adone, Platone, interrogato sull’essenza dell’insegnare, risponde che questa essenza consiste nella lentezza.
Trovo in questa affermazione una grande modernità che parla anche a noi ed ai nostri giorni. La lentezza, ed il conseguente governo del tempo, è elemento indispensabile per approfondire, riflettere e rielaborare. Rappresenta un forte antidoto allo scorrere continuo e vorticoso delle immagini perché antepone a quel ritmo la lentezza del gesso, della parola, degli occhi che leggono.
Nessun romanticismo, nel tempo lento c’è una istanza democratica irriducibile. La velocità della televisione fornisce informazioni di facile consumo, non aiuta a sedimentare, non si basa sulla ricerca e sul dubbio, la velocità tende a dividere chi ha le informazioni di base per controllarla da chi invece la subisce passivamente; chi ha più fonti di informazione da chi ne ha una sola: la televisione.
Ecco perché la lentezza, il valore pedagogico dell’uso del tempo, rappresentano una risorsa straordinaria per non subire la televisione. Contemporaneamente consente di poter lavorare su un versante che è quello degli strumenti per poter governare una qualità e quantità di informazioni che sempre più arrivano a noi.
L’approdo di queste riflessioni non sono la riproposizione dell’ennesima educazione: ipotesi noiosa e sbagliata. Certo, serve anche insegnare a leggere la comunicazione, a smontare il messaggio, ecc. ma c’è una dimensione complessiva che occorre riprendere in mano.
Ed occorre farlo scegliendo di accendere la scuola pubblica, di investire su di lei.
Nella scuola pubblica si esercitano due importanti diritti

Il primo è il diritto al tempo, ad un tempo significativo per qualità e quantità nella relazione con gli insegnanti, gli adulti e fra ragazzi. Oggi il tempo è scandito dal consumo, fin dalla più tenera età. C’è una espropriazione del tempo e del suo uso che si basa sul fatto che fin da piccoli se ne modificano le basi indirizzandole verso il consumo.
E’ nell’esperienza scolastica di tanti la frenesia con la quale spesso è gestita una giornata di un ragazzo o di una ragazza. Orbene, il diritto ad un tempo significativo è un diritto che la scuola deve garantire.
Il secondo è il diritto a prendere la parola. A ben vedere la televisione si ascolta e basta, in famiglia spesso la televisione scandisce le nostre comunicazioni, ad esempio relegandole all’interno di una pausa pubblicitaria o con il fatidico “Aspetta che voglio sentire…”.
Prendere la parola significa tante cose, ben evidenti a chi legge queste righe. Soprattutto significa riconoscere importanza e valore all’altro, al confronto, alle idee.
Di fronte alla televisione la scuola deve prendere la parola perché è l’unico soggetto collettivo ed autorevole in grado di indicare valori e scelte, spazi e tempi per un mondo non di persone sole e profondamente divise.

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