La comunicazione globale
Addio. piccolo schermo
Gianna Marrone

Cinquant'anni, mezzo secolo, dieci lustri: è l'età della nostra tv, quella italiana per intenderci. Per pochi all'inizio, perché il "mezzo", cioè quel mobile un po' ingombrante, con un piccolo schermo, che iniziò in poco tempo a porsi in concorrenza con il grande schermo, quello del cinema, aveva dei costi non accessibili a tutti. Il periodo è però favorevole, il nostro paese cammina velocemente verso un boom economico che preluderà ad un consumismo industriale in cui l'elettrodomestico comincerà ad occupare spazi sempre più ridondanti, comincerà a sostituirsi ai compiti della casalinga fino ad imbottigliarla, un bel giorno, intorno agli anni Ottanta, davanti all'elettrodomestico imbonitore che, propinando telenovelas, riempirà i tempi lasciati vuoti dalla lavatrice, dalla lavastoviglie, dal folletto, dal vaporetto.

Finiti i tempi di Carosello, di Rintintin, di Furia Cavallo del West, del lunedì dedicato ad un film di alcuni anni prima ma scelto con cura, dello sceneggiato domenicale di qualità, del giovedì del quiz, del telegiornale che informava sugli avvenimenti del giorno prima, come il quotidiano, anzi meno veloce, poiché a quei tempi il quotidiano usciva anche il pomeriggio e, se necessario, anche in edizione straordinaria.

Una finestra sul mondo

Quel televisore pieno di manopole per sistemare l'immagine, il colore, il volume, con uno schermo abbombato, simile alle vecchie radio che dominavano un angolo del salotto buono, che trasmetteva trasmissioni che riunivano famiglie e amici per seguire "Lascia o Raddoppia?", "Cime tempestose" e "La Cittadella", Angelo Lombardi l'amico degli animali o, non plus ultra di quella vecchia tv del passato, "Non è mai troppo tardi", che divenne un grande programma di alfabetizzazione, quel televisore, dicevo, non è null'altro che un nostalgico ricordo di quando la televisione sapeva svolgere un grande ruolo culturale, insegnava l'italiano agli italiani, senza intaccare i loro dialetti ma abituandoli a comunicare, a capirsi, a sentirsi un unico popolo con una lingua comune. Oggi anche questo aspetto va scomparendo, il piccolo schermo (tra l'altro neanche più tanto piccolo) ci propina personaggi che parlano in dialetti non sempre comprensibili, presentatrici straniere che non si capisce bene se non conoscono la nostra lingua o la stravolgono per sembrare spiritose, e gli spazi della cultura si sono proporzionalmente ridotti in un palinsesto ormai a tempo pieno (24 ore su 24) contro le cinque/sei ore giornaliere del canale unico degli anni Cinquanta.

I festeggiamenti che all'inizio di questo 2004 hanno allietato il compleanno della tv hanno ben evidenziato questo passato glorioso, trascurando però di esaminare le ombre che hanno comunque accompagnato l'evoluzione non sempre brillante di questi cinquant'anni di storia.

La guerra dell'etere

Una evoluzione che si può commentare in due capitoli di 25 pagine ciascuno. Il primo, simile a quei racconti che preparano i loro intrecci senza fretta, abituando il lettore a districarsi tra personaggi, avvenimenti e nuove avventure, ha aperto una nuova finestra sul mondo, presentando realtà anche molto lontane e molto diverse da quelle di un qualsiasi piccolo quartiere di periferia.

Ha fatto incontrare culture diverse, ha fatto un nuovo passo oltre il telegrafo, il telefono, la radio: ha mostrato le immagini di quelle voci sconosciute, inviando alle masse nuovi messaggi più vivi di quelli della fotografia e più reali di quelli del cinema. Lo spettacolo che entrava in casa, cambiando le abitudini delle famiglie, offrendo informazioni, diffondendo cultura. Poi arriva il secondo capitolo, dagli intrecci si passa agli intrighi, concorrenza ed audience avviano una corsa senza tempo, senza spazio e, spesso, anche senza regole per conquistare l'attenzione e la preferenza del telespettatore, ma un telespettatore entrato nell'anonimato, non più attore interessato come era ai tempi di "Non è mai troppo tardi".

Non si lavora più per lui, ma per conquistare uno spazio dominante nell'etere, per sgominare facilmente piccole nascenti reti non ancora consapevoli del fatto che "la cultura non paga". Siamo verso la fine degli anni Settanta, anni di contestazioni, di cambiamenti, di tecnologie che avanzano, di trasformismi accelerati, che scatenano polemiche, timori talvolta completamente infondati, come quello che il libro potesse essere soppiantato dalla televisione e dalle altre diavolerie informatiche che cominciavano ad affacciarsi nei luoghi di lavoro ancora piene di complicati marchingegni, come il Commodore degli anni Ottanta.

Il fascino del frutto proibito

La televisione si trova completamente coinvolta all'interno di critiche e statistiche allarmistiche, che snocciolavano cifre da lasciare allibiti: bambini che passavano 10, 12 ore al giorno abbandonati davanti al teleschermo, ridefinito per l'occasione baby sitter televisiva, che scatenavano all'esterno manifestazioni di violenza provocate dai cartoni animati e costringevano i genitori ad acquistare giocattoli presentati a ritmo pressante nei bombardamenti pubblicitari. Critiche e statistiche che continuavano però a dimenticare un aspetto fondamentale del rapporto tra bambini e tv, cioè la capacità di educare all'uso della televisione, che è parte integrante dell'educazione nel suo complesso e che ciascuna famiglia ha il dovere di offrire ai propri figli per avviarli a vivere le successive stagioni della loro vita. Proprio in quegli anni Ottanta François Mariet scriveva che "opporre televisione e scuola significa equivocare su un problema culturale"(1), e si potrebbe aggiungere che la scuola, in particolare, temendo la concorrenza della tv, ha contribuito per lungo tempo a metterla su un piedistallo, poiché anche se non lo avrebbe mai ammesso si rendeva conto della grande quantità di informazioni e di possibilità di svago che era in grado di offrire sia ai bambini che alle loro famiglie, ma attaccandola e dicendone tutto il male possibile non faceva altro che incuriosire gli alunni e creare inutili sensi di colpa nei genitori, contribuendo alla fin fine solo a spingere entrambi a guardarla di più per cercare di scoprire dove fosse il "male".

Il solito annoso problema del frutto proibito che accende curiosità ed interesse svolgendo il miglior ruolo pubblicitario che possa esistere.

Ma ogni fenomeno, dopo aver toccato le alte vette del successo, comincia a non suscitare più scalpore, curiosità, posizioni contrastanti; si potrebbe affermare, con molta semplicità, o paradossalmente, che nel momento in cui conquista un posto nella quotidianità comincia anche a perdere la spettacolarità e si avvia ad entrare nella norma.

Lo sviluppo dei media

La televisione, come ogni medium della comunicazione, ha attraversato tutte queste fasi ed ora si trova nel momento dell'interesse smorzato, appiattito e, almeno momentaneamente, messo da parte, per lasciar spazi ad altri media più attraenti e dinamici, come ad esempio la "rete".

Si tratta di un processo naturale che ogni medium, ogni linguaggio ha dovuto attraversare per entrare a far parte dei canali e dei mezzi attraverso cui l'uomo attiva le sue potenzialità comunicative, mezzi che hanno risposto ai bisogni che si andavano raffinando, richiedendo prestazioni sempre più complesse ma anche più immediate. L'esempio più concreto di questo processo è offerto dalla evoluzione attraversata dalla scrittura che, da ideografica, si è trasformata in sillabica e, successivamente, in alfabetica, rendendo la trasmissione del pensiero più semplice da codificare e decodificare.

Ciascun medium continua comunque a conservare una sua nicchia, al cui interno prosegue l'elaborazione di quel processo evolutivo che gli permetterà di non uscire mai completamente di scena. Se il telefono decine di anni fa si presentava come un congegno ingombrante, attaccato ad una parete, provvisto di una specie di cornetta per ascoltare e di una manovella che permetteva di attivare un contatto con una centralina, oggi va assumendo proporzioni sempre più ridotte, è diventato portatile e permette anche una comunicazione visiva. Ma non è che uno dei molteplici esempi della trasformazione subita dai nostri mezzi di globalizzazione, una trasformazione tecnologica che tende a perfezionare il "mezzo" per renderlo più commerciabile e utilizzabile da masse sempre più estese, ma si tratta appunto di un "mezzo", che trasmette, che fa da intermediario, che è e rimane comunque "non colpevole" se la qualità dei contenuti, cioè del "messaggio", non mantiene alti livelli.

La vendetta del cinema

Il periodo di appiattimento e di stasi che sta attraversando la televisione, soprattutto nel nostro paese e in questo momento storico, non è da imputare interamente all'attrazione che sta esercitando la "rete" sui giovani e sui meno giovani. Infatti quella televisione presentata in apertura non esiste più, gli attuali palinsesti si muovono più su una consistenza commercial-pubblicitaria che su l'esponenziale offerta di programmi di qualità. L'audience e l'ideologia di partito, sempre più massicciamente presenti, anzi incombenti, nelle immagini e nei messaggi che ci impone il piccolo schermo, fanno ormai la pariglia con le vicissitudini attraversate dalla carta stampata nel ventennio. Non ci possiamo quindi meravigliare se diventano sempre più numerosi i commenti che definiscono la Tv dei nostri giorni noiosa, ripetitiva, poco interessante, in poche parole "tutta uguale". Un solo messaggio per tante reti, per tanti palinsesti, per tante ore, per tanti giorni, per tanti mesi. E speriamo vivamente che l'ultima frase di questo commento non diventi "per tanti anni". La Tv di oggi ha veramente bisogno di un grande e intenso rinnovamento se vuole riconquistare le masse, poiché le alternative comunque non mancano. Ci sono il cinema ed il teatro, che hanno riconquistato grandi spazi nell'interesse del pubblico, ci sono i libri, le riviste i quotidiani che affollano librerie ed edicole attirando sguardi curiosi e sempre più interessati, e poi c'è la rete, ancora giovane, ma ricca di potenzialità. "Navigare" è diventata anche una moda, è il fenomeno di oggi, sul quale è molto interessante indagare, ricercare, scoprire cosa offre e quali insidie può nascondere, a chi vuole soprattutto rivolgersi e chi veramente ha imparato a decodificare questo nuovo linguaggio, non poi così semplice e lineare come potrebbe sembrare a prima vista.

Indagare è quindi d'obbligo ed una recente indagine, intrapresa in un Laboratorio sui linguaggi multimediali nel Corso di Laurea in Scienze dell'educazione, ha fatto emergere una debolezza sia qualitativa che quantitativa sulla presenza nella rete di siti dedicati ai bambini. L'indagine è ancora in corso, ma assegnare un bollino, blu o verde che sia, ai siti che si stanno esaminando, comincia ad apparire sempre più arduo. Questa indagine non ha però lo scopo di condannare, anzi si prefigge proprio di sollecitare una maggiore attenzione ad un aspetto trascurato e di farlo con l'intento di offrire qualità attraverso un impegno culturale ed educativo che si dimostri molto accurato.

Note
(1) François Mariet, Lasciateli guardare la tv, Anicia, Roma 1992, pag. 8. L'edizione originale francese Laissez-les regarder la Télé è stata pubblicata nel 1989.

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