Pedagogia e Tv
Il terzo tra tanti incomodi
Paolo
Cardoni
Ha
mai avuto la tv un senso per la scuola? Mentre è piuttosto
facile dire quale ruolo ha avuto per l'educazione, non lo
è altrettanto per la scuola. Del resto, scuola e educazione,
si sa, non coincidono affatto, anzi spesso si trovano in
contrasto e comunque rimandano a due ambiti ben diversi:
quello dell'istruzione formalizzata, la prima; quello dell'intero
universo in cui si dipana il percorso formativo degli individui,
la seconda. Su questa influiscono direttamente le forme
della società, della cultura diffusa, delle cose; su quella
questi influssi si verificano - oh, se si verificano! -
ma solo in modo indiretto, mediato, differito. E' inutile
argomentare qui questa differenza. Ma per la questione specifica
che ci siamo posti si può dire che mai la scuola è stata
tanto in contrasto con l'educazione diffusa come da quando
la tv ha fatto il suo trionfale ingresso nel mondo della
comunicazione. La crisi della "forma scuola" ha
assunto le caratteristiche che oggi sono conclamate, proprio
a partire da quel momento. Che in Italia ha una data precisa,
essendo iniziate le trasmissioni nel non lontanissimo 1954.
TV
e alfabetizzazione
Quando
iniziarono le trasmissioni della tv l'Italia era un paese
diverso da oggi: il 12,9% della popolazione con più di sei
anni era analfabeta, il 46,3% era senza titolo di studio,
il 30,6% aveva solo la licenza elementare. Soltanto il 5,9
aveva una licenza media, il 3,3 aveva un diploma di scuola
superiore e l'1% la laurea (Istat 1951). La capacità di
leggere un quotidiano era limitata a una percentuale irrisoria
della popolazione. E la scuola era, per bambini e ragazzi,
il primo e più importante luogo di socializzazione, formazione
e istruzione. Famiglia, parrocchia e strada erano gli altri.
Quarant'anni
dopo (IIstat 1991) gli analfabeti dichiarati sono il 2,4%,
gli italiani privi di titolo il 7,7%, quelli con solo la
licenza elementare il 32, 2%; e mentre la licenza media
è il titolo massimo per il 32, 6%, il 20,8 % ha un diploma
di scuola superiore e il 4,3% una laurea. Le percentuali
ci parlano di una situazione ancora grave dal punto di vista
culturale e sociolinguistico. Né la diffusione di periodici
e quotidiani è al livello degli altri paesi europei. Ma
un cambiamento profondo si è verificato e la linea di tendenza
è decisamente positiva. In mezzo, appunto, quattro decenni
di trasmissioni tv ininterrotte. Si può dire che è cresciuta,
accanto a scuola, famiglia e parrocchia, un'altra entità
(o agenzia) formativa, altrettanto presente, ma più accattivante,
più facile.
Sarebbe
privo di senso pensare che il cambiamento sia merito della
tv. Altri sono i passaggi decisivi di questo percorso; dalla
crescita economica e del benessere diffuso al lento processo
di riforma della scuola: nel '62 la scuola media unica,
nel '68 la scuola materna, nel '74 i decreti delegati, nel
'79 la riforma dei programmi della media, nell'85 quella
dei programmi dell'elementare e l'ampliamento del tempo
scuola.
Ma
la tv accompagna questo percorso della società italiana
con la sua presenza costante, ne diventa uno specchio che
ne rimanda e ne amplifica la portata. E sul piano del costume
e degli usi linguistici è senz'altro uno specchio potente,
in grado di esercitare un ruolo attivo nella trasformazione,
accelerandola molto più di quanto non possa fare il cambiamento
dell'istituzione parallela, la scuola. Che infatti comincia
a subirla, alzando via via delle barricate per contenerne
l'invadenza. Il ruolo che l'insegnante aveva come educatore,
un ruolo incontrastato in una società a cultura scarsamente
diffusa com'era l'Italia degli anni 50 e 60, viene messo
in discussione anche a causa del confronto continuo con
altre figure che assumono il ruolo di educatori, sia pure
a distanza: gli annunciatori e le annunciatrici della tv,
gli attori, i personaggi della pubblicità, gli eroi della
fiction, i presentatori, i divulgatori e gli affabulatori
che lo schermo propina a piene mani, soprattutto a partire
dalla metà degli anni Settanta in avanti. La tv del consumo,
dei privati modifica anche i comportamenti dei bambini e
dei ragazzi: altro che Carosello e Topo Gigio; con Drive
in e la tv spazzatura la pubblicità si fa spettacolo e lo
spettacolo si fa pubblicità. Si pongono problemi che la
scuola non può ignorare, a meno di restare fuori dalla
realtà.
I
nuovi linguaggi
Alla
fine degli anni '70 la Tv entra nei programmi scolastici,
sia pure in modo limitato. In quelli del '79 per la scuola
media si invitavano gli insegnanti di italiano ad avvalersi
di "messaggi di diverso tipo inerenti alla reale esperienza
dell'alunno, da quelli della vita quotidiana a quelli dei
mezzi di comunicazione sociale", come venivano chiamati
con qualche pudore; nonché, in modo più esplicito, "a
far esporre quanto ascoltato o letto o visto in trasmissioni
televisive" (Italiano, III - Indicazioni programmatiche);
e gli insegnanti di educazione artistica venivano sollecitati
ad assumere come "oggetto di studio.gli aspetti visivi
dei "mass media" - qui tra virgolette - : pubblicità, fumetti,
rotocalchi, cinema, televisione". Nei programmi dell'85
per la scuola elementare la presenza dei "mass media
viene assunta direttamente come una delle basi su cui si
sviluppa l'esperienza linguistica iniziale del "fanciullo":
di essa - si legge - "l'insegnante dovrà attentamente
rendersi conto" e su di essa "dovrà impostare
l'azione didattica" (Lingua italiana). In modo più
esplicito ancora, nella parte dedicata all' educazione all'immagine,
si individua un obiettivo specifico, cui collegare attività
opportune, nel "conoscere la produzione televisiva
per avviare una lettura selettiva dei programmi e una prima
conoscenza delle peculiarità tecniche e comunicative del
mezzo televisivo".
Si
tratta di inviti pedagogicamente importanti, di cui però
non tutti tengono conto allo stesso modo. Diffidenze non
mancano. Non è mai stato chiaro se e quanto, ad esempio,
la Tv abbia limitato la diffusione della lettura: ma in
quei programmi si legge: "tenendo conto della diffusa
disaffezione dei fanciulli di oggi per il leggere - assorbiti
come sono dalle immagini televisive e filmiche - l'insegnante
avrà cura di accendere interessi idonei.a far emergere il
bisogno e il piacere della lettura" (Lingua it. - Indicazioni
metodologiche. La lettura). Quasi che il "bisogno"
di leggere possa nascere altrimenti che dalla "realtà"
nella quale si è immersi.
Il
bambino multimediale
Un
po' alla volta, soprattutto nel corso degli anni 90, si
ha l'impressione che si vada consumando una vera e propria
frattura tra scuola e tv. E in effetti i modelli culturali
proposti da scuola e tv si divaricano e le possibilità di
rinforzo reciproco si riducono. La tv diventa una specie
di nemico, o una testa di turco. Darà fiato a questo risentimento
di una parte della società il famoso libretto di K. Popper,
Cattiva maestra televisione, Donzelli, Milano 1994.
Per
la verità, però, esiste anche un altro filone di pensiero,
che parte dalla constatazione che i dati non sono poi così
cattivi: in genere i ragazzi che vanno meglio a scuola non
sono quelli che non vedono la tv, anzi: una congrua "esposizione"
al mezzo, che sa essere pieno di sollecitazioni, è positivamente
collegata al raggiungimento di risultati scolasticamente
buoni. Per gli altri - quelli che guardano troppa tv - si
pone il problema di affidare alla scuola - come in genere
accade. - un compito di educazione in più. Come abituare
i ragazzi a usare in modo consapevole la tv, selezionando
i programmi ecc.? Rende molto bene il senso di questa direzione
di ricerca il libretto di un sociologo studioso di media,
che proponeva una vera e propria "dieta equilibrata".
Secondo
Enrico Menduni (Educare alla multimedialità. La scuola
di fronte alla televisione e ai media, Giunti, Firenze
2000) bisogna partire dal riconoscimento della specificità
della tv rispetto agli altri media "pieni" (giornali,
cinema, radio): essa è infatti un medium conversazionale,
amichevole, che si rivolge direttamente a chi lo guarda.
Non solo. Il televisore è ormai entrato sempre più "profondamente"
nelle case, mutando abitudini e rapporti familiari: "Non
c'è più il potere del capofamiglia e ognuno vede quel che
vuole in salotto, in cucina o in camera sua" (p. 16). Questa
presenza - migliaia di ore di tv assorbite in età prescolare
- influisce sull'educazione dei bambini e sui loro rapporti
con gli adulti. Un bambino su due, senza differenze sostanziali
tra nord e sud, ottiene la tv in camera sua, come "concessione"
che si "si colloca alla fine delle scuole elementari", e
che apre la strada ad altri media; poi vengono, infatti,
hi-fi, radio e videoregistratore, e più recentemente, pc
e PlayStation. Questa "dotazione mediale" personale e domestica
- dice l'A. - fa del bambino il titolare di un vero e proprio
laboratorio multimediale autonomo, in cui pochi riescono
a mettere le mani. Ma è la Tv che fornisce una vera forma
di "socializzazione non alfabetica", che precede quella
alfabetica della scuola: "la potenza delle immagini in movimento
non ha bisogno né di padri né di maestri", nega la trasmissione
verbale del sapere, prescinde dal libro, svaluta la figura
stessa dell'insegnante come "educatore autorizzato" a trasmettere
i valori. I genitori, del resto, non hanno modelli forti
da proporre. E così, "la comunicazione dei bambini si emancipa
progressivamente e attinge sempre più alla Tv e al gruppo
dei pari".
Insegnare
la TV
Quanto
fosse calzante questa analisi - rinforzata da studi e osservazioni
condotte dagli psicologi (cfr. A. Oliverio Ferraris, Insegnare
la Tv, Valore Scuola, Roma 1994) è ormai sotto gli occhi
di tutti. Che cosa significhi in termini di lingua, di comportamenti,
di cultura, che cosa avvenga nel tempo che i bambini passano
nel loro "laboratorio multimediale" è però ancora poco chiaro.
Da qui, forse, quel senso di "alterità", di estraneità,
che l'adulto percepisce quando entra in una classe, e che
riguarda tutti gli insegnanti, quelli delle superiori, come
quelli della scuola di base.
Gli
insegnanti colgono e misurano più di altri il mutamento
che la cultura televisiva ha già prodotto. Ma spesso rinunciano
ad affrontarlo. Anche perché sono privi degli strumenti
necessari.
E'
possibile "usare" la tv per fare scuola? Menduni suggeriva
di costruire una sorta di "dieta equilibrata" del consumo
televisivo, ma avvertiva che per farlo la si sarebbe dovuta
conoscere meglio. La tv infatti non è un contenitore ma
ha una sua forma culturale, che ha modificato altre forme
culturali, come la scrittura e la narrazione; la tv è svago;
è un oggetto domestico; non uccide la conversazione, anzi,
"è una formidabile fabbrica di discorsi" (op.cit.,
p. 22), che andrebbero semmai ripresi e continuati. E per
la verità non pochi insegnanti hanno utilizzato per la scuola
trasmissioni tv registrate (si pensi alla divulgazione storica
o scientifica) o hanno provato a usarla come "testo"
su cui condurre analisi, esercitazioni, trascrizioni ecc.
Ma è sufficiente?
Oggi
la situazione sembra essere prossima a una nuova svolta.
Cominciano a diminuire le persone che seguono la tv e quelle
che leggono i quotidiani; ed è aumentata la variabilità
dei comportamenti: parliamo pur sempre del medium più diffuso
(93% nel 2000, erano 96% nel 95), ma aumentano i fruitori
di radio e settimanali, in genere associati a una necessità
di approfondimento; aumentano le famiglie che dispongono
di antenna satellitare (dal 2,3% al 12, 2%); e mentre cala
la qualità dei programmi, diminuiscono quelli che vedono
la Tv di sera e aumentano quelli che la vedono di mattina
o a pranzo; e l'uso delle nuove tecnologie aumenta soprattutto
fra i più giovani ed è in genere correlato ai titoli di
studio più elevati e alla lettura di libri oltre che all'ascolto
della radio; anche se chi usa il Pc non è detto che fruisca
meno della Tv; la cosa influisce solo sul tempo: non si
ha, cioè, un effetto sostitutivo ma solo integrativo (Istat,
Rapporto annuale la situazione nel paese, 2001).
Irrompe
la rete
Che
ci dicono questi dati? Poco o niente: le statistiche sono
utilizzabili solo per certi ragionamenti di tendenza. Tuttavia
si può concordare con chi sostiene che "La forza propulsiva
della tv sembra esaurita e con essa la funzione di unificazione
linguistica e nazionale" (Menduni, op.cit., p. 43).
Non c'è più un centro che propone modelli, ma una rete,
sia di televisioni che di siti più o meno interrelati. E
le prospettive di integrazione ancora più stretta fra pc,
telefono e Tv cambierà ancora i tempi di vita, il vocabolario,
i comportamenti delle generazioni più giovani.
La
domanda che ci siamo posti all'inizio, a ben vedere, è
dunque inadeguata: chiedersi come usare la tv oggi a scuola
o quale rapporto debba esserci oggi tra tv e scuola non
basta.
Urge,
piuttosto, un nuovo adeguamento della scuola, che stava
appena "abituandosi" a confrontarsi con la tv
e ad usarla e già si trova di fronte a una soglia più avanzata.
Il problema di prospettiva ora è quale cultura produrrà
"la rete"? Qui si apre il nuovo fronte di conoscenza.
La cultura di almeno un ragazzo su tre è già fatta dai videogiochi,
formidabile palestra di virtualità, e dalla indeterminatezza
dell'immensa quantità di informazioni rese accessibili dalla
navigazione. Possibile continuare a ignorare questa realtà? |