Viva la creatività, purché non conti
Alberto Alberti

Il significato di costruire una cultura di pace
e la difficoltà di realizzarla.
Il ruolo della scuola e le sue responsabilità
nel formare coscienze critiche

 

Prima e durante la guerra in Iraq la scuola italiana s'è data da fare e in mille modi per affermare i valori della pace. In tutte le città e paesi non sono mancate manifestazioni e proteste, scioperi, sit-in, marce, ecc.
La cosa non meraviglia. All'emozione del momento e ai fattori per così dire contingenti, si salda una tradizione di impegno e di lotta, sul terreno della solidarietà tra i popoli di lunga durata. Penso alla scia dei movimenti della non violenza, l'eredità di Aldo Capitini, molto presente in Umbria e Toscana, e in tutta la Penisola. Penso al lavoro delle associazioni professionali a carattere cooperativo come il Mce forte della sua "pedagogia popolare" e impegnato da sempre nella valorizzazione del povero e del diverso, soprattutto del Terzo Mondo (ora, per esempio, sponsorizzando il progetto "Il Brasile è un Aquilone"), o quelle parareligiose come l'Aimc, caratterizzate da un sentimento di fratellanza e comunione spirituale che va oltre gli associati. C'è l'opera dei preti e insegnanti di religione, l'apostolato, la Teologia della liberazione, il fatto che in ogni parrocchia c'è un gruppo di lavoro che contatta le scuole proprio sui temi del rapporto con le zone povere del mondo, l'accoglienza degli immigrati, l'amicizia tra i popoli. Ci sono i sindacati, in primo luogo la Cgil, e la loro tradizione di apertura e alleanza con i lavoratori di tutto il mondo. Ci sono i progetti ministeriali sulla cultura della democrazia, la legalità, la Storia del Novecento, la Shoah, ecc.
Insomma, ci sono molte ragioni per esprimere un giudizio di tutta soddisfazione: la scuola italiana è attenta e sensibile, si impegna moralmente e si attrezza culturalmente ad affrontare i temi della pace e della guerra, nel più generale clima di civiltà e solidarietà universale.


La pace non è una materia


Riflettiamo su un fatto. L'impegno della scuola per la pace non è nuovo: 30 anni fa, al tempo della guerra del Vietnam, ma anche prima e dopo, le scuole fecero esperienza di studio e di lotta analoghe a quelle di quest'anno 2003 e della guerra in Iraq. Solo che gli studenti di allora, divenuti giornalisti di grande prestigio, leader culturali e politici, grossi operatori economici e magari ministri degli esteri o della difesa, presidenti del consiglio e quant'altro, non hanno saputo tutti mantenere l'antica propensione a costruire la pace. Anzi, molti di loro, in circostanze diverse, sono finiti a sostenere e favorire le guerre, o non hanno fatto nulla per impedirle.
So bene che, la responsabilità di simili cambiamenti non è tutta della scuola. Economia, cultura, ideologie, credi religiosi, collocazione sociale, ecc. contribuiscono più della scuola a farci prendere le nostre decisioni. Tuttavia un pensiero sulla scuola e sul suo fallimento nel formare costruttori di pace, almeno per quanto riguarda il passato, occorre farlo.
E per il futuro? Quale garanzia abbiamo che quelli che oggi manifestano contro la guerra in Iraq, divenuti a loro volta ceti dirigenti, fra dieci o trent'anni non facciano anche loro una "bella" guerra?
Detto con altre parole: la società può continuare a limitarsi a chiedere alla scuola solo la trasmissione e l'elaborazione del patrimonio culturale, lasciando che tutto il resto - pace, solidarietà, democrazia, rispetto delle regole, ecc., insomma "i valori", - resti un di più, separato e a parte, un "optional", un progetto "aggiuntivo", che può esserci o no, o magari affidato all'iniziativa "privata", particolare, spontaneistica e puramente eventuale di un'associazione, una parrocchia, un gruppo? O non deve cambiare fondamentalmente la sua domanda? E, di conseguenza, la scuola non deve cambiare la propria mission?


Non basta parlarne


Per comprendere meglio il senso di questa domanda, mi pare opportuno fare riferimento a due episodi. Il primo è una lettera pubblicata il 21 marzo su "l'Unità". Dice: «Ho 16 anni, sono una studentessa del Liceo Classico di Castrovillari, in provincia di Cosenza». Scoppiata questa guerra, in tutto il mondo ci sono cortei, scioperi, manifestazioni e sit-in, mentre: «qui, in un piccolo paese del sud, è come se nulla fosse successo». La professoressa di matematica, entrata in classe «come sempre, ci ha salutato con un impersonale "buongiorno", ha spiegato e, finita la sua ora, ha preso i libri, la borsa ed è andata via. Lo stesso è stato per il professore di latino e greco».
Lascio da parte l'accenno al «piccolo paese del sud» e le altre cose che la lettera racconta e che pure meriterebbero qualche riflessione (per esempio, gli studenti che manifestano per sottrarsi alle interrogazioni). Piuttosto mi colpisce l'immagine di quei professori che entrano, dicono "buon giorno", spiegano, interrogano e vanno via. C'è la guerra, ma quelli hanno matematica e latino e greco. Solo quello importa. E Concetto Marchese è morto.
Il secondo episodio risale a quasi vent'anni fa, precisamente alla primavera del 1984. Anche allora, uno scenario di grande tensione internazionale. Gli Usa di Reagan incrementavano le spese militari e si accingevano a impiantare i missili Cruise e Pershing in Europa; l'Urss del dopo BreYnev cercava nella contrapposizione dura con l'Occidente non solo la linea principale delle sua politica estera ma anche una ragione per tenere coeso il suo gruppo dirigente e per reprimere il dissenso interno; il cosiddetto terzo mondo, dal Libano all'Iran, dalla Libia al Nicaragua, era tutto interessato da frequenti episodi di guerra e di violenza.
Nella scuola che allora dirigevo, insegnanti e alunni erano preoccupati e ognuno faceva qualcosa per incrementare una cultura di pace. I ragazzi delle classi V chiamarono Cesare Zavattini, un "nonno" della nostra scuola (per via di un nipote che la frequentava).
Zavattini rifiutò di sedersi al tavolo preparato per lui, si accoccolò su una sediolina per bambini, in mezzo ai bambini e ci disse, più o meno: non limitatevi a scrivere «W LA PACE». Imparate a volerla veramente, questa pace... A cominciare dalla scuola. Non solo perché «la scuola spesso contribuisce a far abituare i piccoli alla morte violenta, all'ammazzamento», ma soprattutto perché non si può educare alla pace in una scuola tradizionale dalle aule chiuse, dai banchi in fila, con i bambini seduti, in ordine e in silenzio, a fare le aste. «Mentre fate le aste, c'è chi sta sventrando e chi muore di fame».
Un bambino tenta di dire «Noi le aste non le facciamo più». Ma lui insiste. «Mentre fate le aste, c'è chi sta sventrando e chi muore di fame». E qualche giorno dopo, in un'intervista, ridice esattamente le stesse parole.


La formazione al "pensiero unico"


Cosa voleva dire con la parola "aste"? Io ho pensato sempre che indicasse una parte per il tutto e volesse riferirsi a tutti quegli apprendimenti scolastici puramente ripetitivi, vuoti di significato, capaci solo di portare la mente fuori dalla realtà del mondo, e di impedirle o rendere difficile una personale assunzione di responsabilità e di giudizio critico.
Le "aste", cioè, come emblema di esercizio che tempra ma è vuoto, di impegno fine a se stesso, di fatica senza ragione. E perciò anche l'italiano, la matematica, il latino, il greco, la stessa "storia" della filosofia (che non è "filosofia", problemi e ricerca), ecc. Insomma l'idea stessa di "sapere scolastico", di "discipline" e di "apprendimento", - termini con cui, di solito, si veicola un modello di studio e di crescita culturale per niente collegato al piacere dell'esplorazione, della ricerca, dell'avventura intellettuale (che è poi il piacere con cui procedono le scienze e l'arte, e per cui lavorano gli scienziati e gli artisti veri). Le discipline a scuola, viste e imposte come percorsi e schemi obbligati di pensiero, sistemi stabili e necessitati, a cui l'alunno non può non adeguarsi.
Tanto è vero che, nell'opinione comune di genitori e insegnanti, l'attività mentale del soggetto in apprendimento si considera efficacemente espressa quando, e solo quando, si adegui passivamente al modello dato. Quanto più si adegua, tanto più è premiata. Il ragazzo o il giovane che "risponde bene", "sa le cose", è, di norma, colui che sa ripetere "fedelmente" il libro di testo o le parole del professore, non quello che ci mette qualcosa di suo o che magari contraddice il sapere canonico.
Si capisce bene che è questo apprendimento scolastico - né ricerca, né scoperta - che abitua al pensiero convergente, anticamera del pensiero unico, incapace di sfumature e articolazioni, cioè di confronto, interazione e accettazione dell'altro. Incapace di opporsi alla cultura della guerra voluta dai potenti.
Eppure nella nostra scuola si parla a gran voce e in tutti i momenti di creatività, si fanno "ricerche" e "scoperte" in tutti i campi e su tutte le tematiche del vivere civile, dalla circolazione stradale al riciclaggio dei rifiuti, dallo studio del quartiere alla valorizzazione dei beni culturali. Solo che tutte queste attività seguono il principio dell'addizione, ovvero aggiungono uno spazio "creativo", ma lo tengono deliberatamente e chiaramente a parte, separato in mille modi dal curricolo ufficiale - che resta l'unico che conta. Un alunno può essere bravo quanto si vuole nelle attività "creative": se non conosce le discipline alla maniera imposta dal testo o dal professore, non andrà avanti.
La tecnica è proprio questa. Non negare né censurare la creatività e il pensiero divergente. Anzi lodarli. Ma nello stesso tempo non dar loro alcun peso o valore. Finché tutti capiscono che non serve essere critici o autonomi: è più importante essere ripetitivi ("ripetere") e impegnarsi a dire sempre di sì.
Analogamente per la solidarietà, la pace, i programmi di educazione civica, la legalità, la convivenza democratica. Non meno che le tradizionali attività di sfogo, finiscono per essere percepiti come elementi aggiuntivi, che si accostano ma non intaccano il cuore del curricolo scolastico e il suo valore formativo.
Come se dicessimo agli studenti e agli insegnanti che manifestano: "gridate quanto volete contro la guerra, ma ricordatevi che le cose serie sono altre. Sono la disciplina, l'ubbidienza, la ripetizione delle cose che dicono gli altri. Insomma, imparate a ubbidire, ad allinearvi ai potenti, a sottostare anche ai comandi incomprensibili e ingiusti". Imparate l'acquiescenza alla guerra: la ricreazione è finita!
Nella piazza siamo tutti uguali, ci aiutiamo a vicenda, sentiamo l'importanza di essere insieme, di cantare insieme, di ripetere insieme parole di pace... Ma poi, tornati in classe, ognuno per conto suo, niente solidarietà o pace; anzi, tutti contro tutti: non suggerire, non copiare, non aiutare il compagno in difficoltà, ecc.
La scuola "vera", nella sua "essenza" e nella sua "autenticità" non può che essere fatta di lezioni, interrogazioni, temi, problemi, scrutini, esami. Terreni tutti in cui gli alunni stanno gli uni in concorrenza con gli altri, in competizione e in guerra.
Una didattica di guerra, appunto.
Forse era a questo che pensava Zavattini quando ci diceva: «Non scrivete "W LA PACE"; cambiate la scuola!»

 

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