Le voci di dentro
Benigni, tra politica e teologia 

David Baldini

Come prima "voce di dentro" dell'anno nuovo ne proponiamo una dell'anno vecchio, e ciò non per un gusto un po' rétro da passatisti inguaribili, ma per coerenza con noi stessi, in quanto convinti che il tempo cronologico raramente coincide con quello interiore. Se così è, allora tanto vale evitare di porre ostacoli a "voci di dentro" anche pregresse, lasciandole liberamente fluire, tanto più se si tratta di doversi misurare con problema nuovo ed antico al tempo stesso: quello di "dire la verità". Fatta questa doverosa premessa, entriamo ora nel merito del recente spettacolo andato in onda sulla prima rete televisiva il giorno 23 dicembre 2002, con il titolo L'ultimo del paradiso. Esso ha avuto come assoluto protagonista, nonché mattatore d'eccezione, Roberto Benigni. La performance, da tempo programmata a ridosso del Natale, ha riscosso - come è noto - consensi quasi unanimi, fatta eccezione per qualche rara voce fuori del coro, alla quale (sebbene a malincuore) ci associamo. Anche a noi, infatti, il comico toscano è apparso, in questa occasione, poco convincente tanto che - lo confessiamo - la tradizionale simpatia si è sostituita al dubbio, l'ammirazione alla delusione, il sostegno convinto al disincanto. Con ciò non intendiamo certo criticare il Benigni interprete di Dante (straordinario e sublime), quanto piuttosto l'indefinito baricentro ideologico all'interno del quale egli ha finito per far ruotare tutto lo spettacolo. Messe da parte le questioni di dettaglio relative ai rapporti con l'attuale dirigenza televisiva (quella che, da una parte, liquida Biagi, Santoro e Luttazzi, e, dall'altra, si degna di offrire a Benigni concessioni davvero mirabolanti: di non venire interrotto dal feticcio della pubblicità e di poter svolgere la sua rappresentazione a Terni, negli studi cinematografici della Melampo, di cui è proprietario), è senz'altro più saggio prendere di petto la questione di fondo: quella del contenuto, nel nostro caso singolarmente coincidente con la forma. Ebbene, la rappresentazione de L'ultimo del Paradiso ci è apparsa scientemente divisa in due parti: la prima, profana, improntata alla satira politica; la seconda, sacra, incentrata sulla esegesi e sulla recita del grandioso canto dantesco. Tale giustapposizione, con il senno di poi, è risultata del tutto artefatta e posticcia. Essa infatti, se da una parte dava luogo ad una sorta di fricandò, che in romanesco vale guazzabuglio, dall'altra era in realtà funzionale ad una ben precisa scelta di fondo: quella per la quale alla prima parte (satirica e leggiadramente trasgressiva) veniva assegnato il ruolo decisamente subalterno di intrattenimento, mentre alla seconda (ideologicamente e teologicamente impegnata) veniva riservato un ruolo nobile ed alto. In tale contesto, il carattere stesso della satira benignesca non poteva che stemperarsi e diluirsi in un tutto indistinto: le battute, meno puntute del solito, apparivano insolitamente ripetitive, in quanto esemplate su quelle dello spettacolo Tutto Benigni risalente al lontano 1996. Sarebbe tuttavia ingeneroso non riconoscere alla performance almeno una novità: anch'essa è pero, purtroppo, negativa. Benigni ha infatti aggiunto al suo tradizionale brio una par condicio natalizia dagli esiti scontatamente qualunquistici. E con ciò siamo giunti al vero e proprio tallone d'Achille dello spettacolo: quello di aver ridotto la politica allo stato ancillare, di averla declassata (letteralmente) al rango di farsa, di averla piegata a dimensione di puro intrattenimento, sguaiato e di basso profilo, per cedere il passo a verità incommensurabilmente più ineffabili ed "alte". Ne è riprova l'insistito appello finale all'"amore", vera melassa spirituale ammantata di ecumenici afflati, inutili e vani se poi ci si dimentica di precisare nomi, fatti e contenuti precisi. Alla fine ci rimane l'impressione di una lectura Dantis sicuramente coinvolgente, ma anche un permanente senso di fastidio per un fricandò i cui ingredienti sono ancora tutti da chiarire. 
Nella famosa trasmissione di Biagi Il fatto, quella sulla quale si abbatté l'ira funesta di Berlusconi, Benigni ci commosse invocando il celebre detto kantiano: "Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me". Ebbene, se sul " cielo stellato sopra di noi" egli ci ha generosamente ammannito un profluvio commovente di sensazioni e di stimoli, sulla "legge morale dentro di noi" poco o nulla ci ha detto. Eppure proprio Dante, politico ed esule per eccellenza (il foscoliano "ghibellin fuggiasco"), ha mostrato in tutta la sua opera, oltre che nella vita, che quel cielo stellato è in realtà inscindibile dall'esercizio nobile e alto della politica. 
A cosa è da ascrivere, dunque, tanta benignesca dimenticanza?

 

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