Le Baccanti in guerra

Teatro di Documenti di Roma
“Baccanti oggi”

Emmanuel Exitu/Luciano Damiani
Marilena Menicucci


Ha cambiato idea il signore, appassionato lettore, che, entrando nel Teatro di Documenti aveva temuto di non apprezzare questo lavoro teatrale su testo di Emmanuel Exitu, tratto da Euripide, regia, scenografia, costumi, luci, maschere e sonorità di Luciano Damiani. Invece ne è uscito pienamente soddisfatto per la fedeltà allo spirito originario, per la ricchezza di suggestioni del luogo e per i continui rimandi alla nostra condizione. Le lodi più importanti, quelle che contano, verranno dai critici e dagli esperti di teatro, qui, invece, si vuol dare voce al punto di vista dello spettatore qualsiasi e ai suoi tentativi di comprensione.
Costui è stato guidato dagli attori ad attraversare le diverse sale del teatro, in corrispondenza del succedersi delle azioni teatrali, recitando, danzando e suonando, fino al momento centrale, quando la rappresentazione si è sdoppiata in due scene, che in contemporanea e in collegamento ospitavano gli stessi personaggi e raccontavano gli identici fatti. Un’invenzione sapiente per aiutare a comprendere l’originario significato della danza, che insieme alla musica e alla parola, è capace di avviarti nei meandri più dimenticati della conoscenza. E così anche lo spettatore più all’oscuro ha potuto visualizzare lo spirito duale dell’opera: sacro-profano, uomo-dio, dio-animale, maschio-femmina, mistico-sessuale, sano-malato, visibile-invisibile e così via.
Dionisio, Penteo, Cadmo, Tiresia, il coro, le baccanti, il servo, il pastore, il messaggero, Agave, tutti erano vestiti allo stesso modo, con alcune caratterizzazioni, utili all’occhio per distinguerli, associate ai discorsi, accompagnati da un’alternanza di musica e di pause, altrettanto utili all’orecchio. Ma la percezione dei sensi, situata e duplicata scenicamente, stimolava nello spettatore qualsiasi le divagazioni e le associazioni con la propria condizione; i due piani a livello spaziale della rappresentazione, portavano lo spettatore a sdoppiarsi, facilitando le più svariate associazioni con la condizione propria, dei contemporanei e dei suoi simili in genere. Non si faceva fatica a capire che si trattava di un gruppo di attrici, capaci d’interpretare tanto i ruoli femminili che quelli maschili, in linea con lo spirito bisessuale del dio Dionisio, rifiutato e perseguitato da Penteo, sedicenne re di Tebe (“scovatelo, questo straniero, che sembra una femmina…prendetelo, portatelo qui in catene”). Sembrava di ascoltare la voce di un adulto contemporaneo contro la femminilizzazione del maschio, oppure la voce di qualche coscienza in crisi e in conflitto con la sua parte diversa e straniera, comunque la voce di chi trova nelle catene, nella violenza, nello scontro e nella guerra la soluzione dei conflitti tanto personali che sociali.
Tutte attrici, tutte donne? L’argomento, pensava lo spettatore qualsiasi è il rapporto tra le donne e la violenza? Eppure sulla scena si parlava, si danzava, si suonava, si raccontavano atti violentissimi, senza assistere ad alcun atto violento, come se fosse stato lasciato dietro le quinte. E così anche dietro e dentro la mente di quello spettatore si rincorrevano le immagini delle guerre attuali e delle tragedie, di cui quotidianamente si ha notizia.
Ricorreva la parola pazzia. Tiresia la usava contro Penteo, che la ripeteva al servo, mentre portava Dionisio prigioniero, raccontando come questo non avesse opposto resistenza e come le baccanti miracolosamente si fossero sciolte le catene da sole. Il profano, allora, si domandava se la pazzia del dio non fosse in linea con lo scandalo evangelico. Perché il dialogo tra il re e Dionisio rimandava a quello tra Pilato e Gesù e sembrava di assistere alla rappresentazione di un’altra passione: Dionisio appariva come l’innocente, condannato ingiustamente; giunto a Tebe per portare la buona novella della gioia e del piacere, contro il dolore e i mali del mondo, veniva perseguitato da Penteo, re della città, preoccupato dalle conseguenze del nuovo messaggio divino, che stava sconvolgendo l’ordine costituito. Un dialogo impossibile tra il re, che basava il suo potere sull’evidenza, sulla ragione pragmatica, sulla forza e sulla minaccia, considerate invece empietà dal dio, il quale dava valore al piacere, al mistero, al nascosto, alle tenebre, all’invisibile, al misticismo, alla fede e a simboli come il tirso e i riccioli d’oro, giudicati sciocchi dal re. Pur se veniva pronunciata un’espressione simile all’ecce homo e il rito comprendeva il calice di vino, come nell’ ultima cena del Cristo, la storia prendeva una piega completamente diversa da quella di Gesù, perché il re aveva creduto di piegare il dio, ma aveva preso solo un toro. La pazzia, quindi, non toccava il dio Dionisio, che poteva determinarla negli umani, mentre il soggetto dello scandalo evangelico è Dio stesso, che non fugge e si incarna, sperimentando tutto dell’umanità tranne il peccato, soffrendo persino la morte più atroce e più abominevole socialmente, la morte in croce: uno scandalo!
Lo spettatore qualsiasi rileggeva i versi biblici, in particolare Isaia 11, 6-9, ascoltando il racconto del pastore al re sui miracoli delle Baccanti, fuggite nel monte Citerone, dove le giovani, le vecchie e le vergini venivano descritte insieme ai serpenti, che leccavano le loro guance, ai cuccioli dei lupi, a cui davano il loro latte bianco, mentre, percuotendo con il tirso le rocce e la terra, facevano sgorgare acqua, vino, latte e miele.
Ma, andando avanti nel racconto, sembrava che il pastore parlasse di femministe invasate dall’ideologia, che le vuole contro: contro i maschi, contro il potere, contro la tradizione e contro chi pretende l’ubbidienza e la passività dalle donne. Invece le baccanti, armate solo di tirsi, con la rabbia e la violenza di chi è disposto a uccidere, si avventavano contro le vacche, le vitelle, i tori, i bambini, gli uomini…tutto hanno sconvolto|tutto hanno devastato, concludeva il pastore. Lo spettatore di fronte a quest’apocalisse inedita, tutta al femminile, avrebbe preferito pensare che si trattasse del racconto di un sogno, ma cominciava a sospettare che Le Baccanti di questa rappresentazione con la danza, il racconto e la musica dovessero invece soddisfare l’ardua responsabilità di portare lo spettatore oltre la storia e oltre il mito, conducendolo dentro le forze opposte della noce della vita, dove tutto ribolle e niente è stato ancora deciso tra l’ordine e il caos. Un luogo che i primi filosofi presocratici pensavano possibile solo per pochissimi eletti, così forti mentalmente da poterlo affrontare, senza uscirne folli. Una dimensione del nostro essere, oggi, data per scontata e dimenticata, in nome di un presunto buonismo della natura umana e della creazione in genere, che fa comodo a chi vuole inebetire gli animi, confondere le menti e illudere gli spiriti, fino a portarli in uno stato di beata prigionia: una totale ignoranza della verità, che rende individui e popoli vulnerabili, malleabili e utilizzabili.
La seconda parte della rappresentazione confermava la supposizione con il capovolgimento della situazione e, attraverso il travestimento, con lo svelarsi delle intenzioni di Dionisio. Penteo, infatti, per affermare al massimo il suo potere, pretendeva di salire al Citerone e di guardare ciò che all’uomo era vietato: le baccanti. E il dio, invece di ricordargli il limite, che appartiene alla stessa natura dell’essere umano, come aveva fatto nel primo dialogo con lui, questa volta assecondava e favoriva la sua sete accecante di onnipotenza, per la quale il re accettava di travestirsi da donna, assumendo le stesse fattezze femminili del dio e diventando come lui. Penteo pagherà cara la sua sete di potere, come raccontava il messaggero: quando, infatti, verrà scoperto dalle Menadi, guidate da Agave, sua madre, verrà ucciso e il suo corpo ridotto a brandelli, essendo le donne così accecate dalla violenza dionisiaca da scambiarlo per un leone. Invece è un figlicidio!
Un racconto così tragico provocava nello spettatore il ripetersi delle domande, suscitate dai numerosi fatti violenti di cronaca nera, che nella nostra società rivelano le forti contraddizioni all’interno della relazione tra genitori e figli e, in particolare tra la madre e i suoi figli. E quello che gli sembrava concentrato in una fatalità, dovuta alle difficoltà di un’epoca di passaggio, come la nostra, e causato dalla mancanza di una società ben organizzata, da Euripide-Exitu-Damiani veniva ricondotto nel buco nero dell’essere. La domanda quindi non era perché quella determinata madre avesse compiuto il figlicidio, ma perché nella costituzione della nostra natura fosse contemplata la violenza in generale e il figlicidio in particolare, che rappresenta la forma violenta più atroce, perché una madre, invece di dare la vita e crescerla nel figlio, la interrompe, mette fine al suo tempo, lo riporta nel nulla, rompe l’armonia del suo corpo, lo dilania, lo fa a pezzi.
Una madre, che rovina l’integrità del corpo di suo figlio fino alla morte e alla dispersione delle sue parti è l’immagine vera del caos e della perdita delle ragioni del cuore e della mente, capaci invece di integrare il corpo con la psiche, tanto da formare un essere umano simile al dio. Una madre così è il simbolo della pazzia e del dolore del mondo. Di fronte a tanto diventano necessarie l’incarnazione, la passione, la morte e la resurrezione del dio, capro espiatorio della tragedia più grande.
Il mito pretende di dare una spiegazione a questa follia e la riconduce alla vendetta di Dionisio, nato da Giove e da Semele, figlia del re di Tebe e sorella di Agave, madre di Penteo. Poiché nessuno credette alla natura divina del figlio di Semele, per vendetta Dionisio fece impazzire le donne di Tebe. Lo sparagmos (fare a pezzi un corpo) e l’omofagia (mangiare carne viva) sono prestate al mito, però, da una ritualità primitiva precedente, come spiegano gli esperti (Kott, Mircea Elide, Dodds, Kirk…), che hanno ritrovato questi due atteggiamenti di massima violenza all’inizio di tutte le civiltà. Per gli antropologi, insomma, il figlio di dio viene ucciso, fatto a pezzi e mangiato per azzerare col passato e per permettere una nuova creazione con la sua resurrezione. E solo le donne hanno questa competenza, quasi che il dio si affidi solo alle donne, capaci di sparagmos e omofagia senza armi. Anche Salomè otterrà la testa di Giovanni Battista solamente danzando. Le donne come le baccanti cancellano il passato senza distruggere la vita, ma facendo rinascere una nuova creatura senza armi, con la danza e con il canto.
La condizione della resurrezione è la passione? Perché avvenga la rinascita, occorre fare esperienza di sparagmos e omofagia? La causa della gioia della buona novella è la trista tragedia del capro espiatorio? E’ accaduto al tempo del dio e di Penteo, perché il nostro tempo potesse essere libero? Lo spettatore oltre a ciò si domandava anche se l’umanità arrivasse allo sparagmos e all’omofagia del capro espiatorio solo in periodi di follia e se si potesse leggere quest’opera come la descrizione di un tempo e di un luogo folle, quando e dove regnava l’incapacità di vedere e di accettare il limite. Cadmo e Tiresia non accettarono la vecchiaia, Penteo pretese potere illimitato anche sul dio straniero, le Baccanti e Agave furono accecate dal vino e dalle danze e non seppero fermarsi, Dionisio stesso si lasciò accecare dalla vendetta, come un dio folle…Era una Tebe perduta dietro alla follia!
E questo secondo ordine di pensieri sulla gestione folle della polis catapultava lo spettatore al suo tempo e alla sua società caotica. Resa tale dai governanti? E’ tornato il tempo delle baccanti? Sarà necessario il sacrificio di un nuovo Penteo? La grande madre terra, come Agave, non riconosce più i suoi figli?
Ma lo spettacolo era finito, nessuno batteva più le mani, le attrici si erano ritirate e lo spettatore veniva spinto ad uscire in compagnia di tutte le domande che lo spettacolo gli aveva provocato.
Grazie, al teatro che con il programma e con la stessa architettura proietta lo spettatore negli ambiti più inconsueti della sua identità, rispettando il diritto alla conoscenza, come avviene nei migliori teatri del mondo. Grazie, al Teatro di Documenti e al suo direttore Damiani, che coerente con questo impegno fa del teatro le stanze dell’anima. Speriamo che non venga lasciato solo e che il suo teatro non conosca nè agonia, né abbandono, perché è un luogo da difendere come il mistero della vita.

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