dal
mondo
Oil: cambiare la globalizzazione
La faccia feroce del Mercato
Gabriella Giorgetti
L’ideologia
liberista ci sta consegnando un mondo pieno di povertà,
guerre, ingiustizie, inquinamento. L’allarme di importanti
organismi internazionali che rilanciano valori sociali e
una globalizzazione dei popoli
l
messaggio lanciato dal Rapporto “A fair globalization.
Creating opportunities for all”, redatto dalla Commissione
mondiale sulla dimensione sociale della globalizzazione
dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil)
e presentato nelle settimane scorse è chiaro: “La
globalizzazione può e deve essere cambiata attraverso
un percorso di equità che non escluda nessuno”.
L’Oil richiama tutti gli attori - governi, mondo politico,
mondo degli affari e del lavoro e società civile
- ad assumersi le proprie responsabilità per il rispetto
dei valori e dei principi universalmente condivisi e l’impegno
a raggiungere l’obbiettivo generale di una globalizzazione
più equa. “La scelta è molto chiara
- sostengono irresponsabili del Rapporto -. È possibile
correggere la mancanza di governo globale nel mondo oggi,
garantire la responsabilità e adottare delle politiche
coerenti atte a spianare la via a una globalizzazione equa
e giusta, sia all’interno di ogni Paese sia tra Paesi
diversi; se invece non agissimo subito, correremo il rischio
di scivolare in una spirale di insicurezza, di turbolenze
politiche, di conflitti e di guerre”.
Secondo l’Oil, la globalizzazione ha un enorme potenziale
per quanto riguarda società ed economie aperte e
uno scambio più libero dei beni, delle idee e delle
conoscenze, ma l’attuale funzionamento dell’economia
globale presenta disparità molto radicate e persistenti,
“inaccettabili da un punto di vista etico e politicamente
insostenibili”.
Disparità inaccettabili e insostenibili
Infatti,
rileva il Rapporto, i vantaggi portati dalla globalizzazione
sono fuori portata per molti, rimane diffusa la corruzione,
cresce la minaccia del terrorismo, il futuro dei mercati
aperti viene sempre più messo a repentaglio. Il governo
globale è dunque in crisi e, sostiene l’Oil,
“siamo giunti ad un punto critico: diventa urgente
ripensare le nostre politiche attuali e le nostre istituzioni”.
Il Rapporto, dichiarano i responsabili dell'Oil, non offre
soluzioni miracolose o semplicistiche, anche perché
non esistono. È invece un tentativo per cercare di
interrompere l’attuale situazione di stallo e far
luce sui bisogni e sulle aspirazioni delle persone, nonché
tracciare i percorsi da seguire per canalizzare meglio i
potenziali della globalizzazione stessa.
Regole più eque e maggiore occupazione
Viene
dunque indicata una serie di misure coordinate per migliorare
governo e responsabilità ai livelli nazionale e internazionale.
Tali misure includono regole più eque in materia
di commercio, investimenti, finanze, migrazione internazionale,
che prendano in considerazione gli interessi, i diritti
e le responsabilità di tutti; misure mirate alla
promozione delle norme fondamentali del lavoro e al mantenimento
di un livello minimo di protezione sociale nell’economia
globale; nuovi sforzi per una mobilitazione delle risorse
internazionali al fine di aumentare le capacità e
raggiungere gli obiettivi per lo sviluppo del millennio.
Secondo l’Oil, una globalizzazione equa dipende anche
da un migliore governo in ogni Paese, così il Rapporto
indica quali siano le priorità delle politiche nazionali,
locali e regionali che potrebbero favorire la partecipazione
attiva delle persone nelle opportunità offerte dalla
globalizzazione. “Un lavoro dignitoso per tutti dovrebbe
rappresentare un obiettivo globale ed essere raggiunto attraverso
politiche nazionali ed internazionali complementari”,
dichiara l’Organizzazione internazionale secondo cui
orientare il bisogno verso un’accelerazione della
creazione di occupazione in tutti i Paesi aiuterebbe a ridurre
ovunque le tensioni sociali e i conflitti economici.
Politiche coerenti e più integrate
L’Oil
raccomanda che vengano promosse dalle organizzazioni internazionali
competenti “iniziative per la coerenza delle politiche”
al fine di sviluppare politiche più equilibrate in
sinergia tra di loro. L’obiettivo dovrebbe essere
quello di sviluppare, progressivamente, proposte di politica
integrata su argomenti specifici che equilibrino interessi
economici, sociali e ambientali. Una delle prime iniziative
dovrebbe riguardare la questione della crescita globale,
dell’investimento e della creazione di occupazione
e dovrebbe coinvolgere organismi competenti delle Nazioni
Unite, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale,
l’Organizzazione Mondiale del Commercio e l’Organizzazione
Internazionale del Lavoro. Altre priorità sono la
parità tra uomini e donne e la responsabilizzazione
delle donne, l’educazione, la sanità, la sicurezza
alimentare, l’habitat. “Le risorse e i mezzi
per raggiungere lo scopo sono a portata di mano - dichiarano
gli autori del Rapporto -. Per quanto ambiziose, le nostre
proposte sono realizzabili. Siamo certi che un mondo migliore
è possibile”.
Un nuovo "contratto sociale" a livello
locale e globale
Per
mirare a una globalizzazione più equa, secondo l’Oil,
è necessario che i Paesi di maggiore importanza decisionale,
all’interno degli organismi internazionali, si assumano
le proprie responsabilità al fine di prendere in
considerazione tutti gli interessi, rispettino i propri
impegni internazionali e la libertà degli altri Paesi
di formulare le politiche interne. Infatti, “solo
se i principi di base della democrazia, dell’equità
sociale, dei diritti dell’uomo e delle norme di legge
sono rispettati all’interno dei Paesi, saranno ripartiti
ampiamente i benefici del globalizzazione e controllati
gli effetti contrari. In pari modo, le istituzioni sane
sono tenute a promuovere opportunità e azione in
un’economia di mercato efficiente”.
Il Rapporto sollecita l’assorbimento della vasta economia
informale in quella formale, attraverso un processo che
stabilisca e rispetti i diritti di proprietà e i
diritti dei lavoratori. Inoltre, devono essere realizzate
politiche locali fondate sulla difesa dei diritti di espressione,
cultura e identità, e sviluppate le capacità
produttive.
Le analisi dell’Oil
Record di disoccupati nel mondo
Il
numero dei disoccupati nel mondo ha raggiunto nel 2003 quasi
186 milioni, nonostante una ripresa della crescita economica
dopo due anni di calo. La stima è contenuta nel “Global
Employment Trends 2004 Report”, Rapporto sulle tendenze
dell’occupazione nel mondo pubblicato ogni anno dall’Oil
e presentato il 22 gennaio scorso a Ginevra.
La ripresa economica iniziata nella seconda metà
del 2003 sembra mitigare il deterioramento della situazione
occupazionale mondiale, sostiene l’Oil secondo cui
gli effetti positivi sul mercato del lavoro potrebbero protrarsi
nel 2004. Ma, ha dichiarato il direttore generale dell’Oraganizzazione,
Juan Somavia, “è ancora troppo presto per dire
che il peggio è alle nostre spalle” perché
“se la ripresa dovesse rallentare e di conseguenza
la speranza di veder crescere il numero di posti di lavoro
qualitativamente migliori dovesse venir meno, molti Paesi
non riuscirebbero a dimezzare la povertà entro il
2015”, obiettivo fissato dall’Onu per il millennio.
La tendenza può però essere invertita se i
responsabili della politica e dell’economia “cominciano
a considerare politiche per il rilancio dell’occupazione
allo stesso livello delle politiche macroeconomiche”,
sostiene Somavia.
I
dati principali
-
Il numero delle persone senza lavoro e in cerca di un
lavoro ha raggiunto i 185,9 milioni nel 2003, ovvero il
6,2% della forza lavoro mondiale, segnando un picco mai
registrato in precedenza. L’aumento rispetto al
2002 (185,4 milioni) è tuttavia marginale.
- Fra
i disoccupati nel mondo, si contano 108,1 milioni di uomini,
con un aumento di 600.000 unità rispetto al 2002.
Il numero delle donne segna invece un lieve calo, da 77,9
milioni nel 2002 a 77,8 milioni nel 2003.
- Più
duramente colpiti sono gli 88,2 milioni di giovani di
età compresa tra i 15 e i 24 anni, con uno schiacciante
tasso di disoccupazione pari al 14,4%.
- In
aumento, nei Paesi con bassa crescita del Pil, il fenomeno
della cosiddetta “economia informale” nella
quale sono coinvolte le persone senza posto di lavoro
fisso. Fermo nel 2003 anche il numero dei “lavoratori
poveri” - ovvero le persone che vivono con l’equivalente
di un dollaro al giorno o meno - stimati in 550milioni.
Le
sfide da affrontare
“La sfida principale è di assorbire i 514 milioni
di nuovi arrivi sul mercato del lavoro mondiale e ridurre
il numero dei lavoratori poveri entro il 2015” sostiene
l’Oil che individua le priorità da fronteggiare:
-
Adozione di politiche a favore dei poveri. Di pari passo
con l’aumento della disoccupazione e della sottoccupazione,
la povertà impedisce la crescita dell’occupazione.
Occorre attuare politiche che generino opportunità
di lavoro dignitoso, produttivo e remunerativo in condizioni
di libertà, di sicurezza e di dignità umana.
- Una
crescita economica senza creazione di posti di lavoro
costituisce una minaccia per l’avvenire dell’economia
stessa. Il protrarsi di alti tassi di disoccupazione provoca
uno spreco di capitale umano, mentre la creazione di lavoro
dignitoso implica la diminuzione della povertà
e costituisce il presupposto essenziale alla crescita
futura.
- Ridurre
la disoccupazione giovanile, che potrebbe avere un impatto
devastante sulle prospettive occupazionali a lungo termine.
- Incrementare
l’aiuto internazionale mirato a migliorare l’accesso
ai mercati dei Paesi sviluppati e a ridurre il debito
estero nonché il servizio del debito pubblico,
e al contempo rendere disponibili risorse per finanziare
programmi di riforma mirati al miglioramento dell’amministrazione,
alla creazione di posti di lavoro e alla riduzione della
povertà.
Il
testo integrale del Rapporto è disponibile all’indirizzo
web: www.ilo.org/public/english/employment/strat/global.htm
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