minori al lavoro nella letteratura per l’infanzia
Dalle fiabe al mondo e ritorno
Patrizia Fulciniti, docente


Esistono gli orchi oggi?
Sono quelli che vendono e comprano bambini.
Il bambino che suona sulla metropolitana assomiglia al Cecino della fiaba.
Il compagno di scuola che lavora in campagna con la famiglia e poi si addormenta sul banco sembra Cenerentola....
Un’esperienza didattica insolita


I bambini e le bambine di oggi, proprio come quelli di ieri, sono affascinati dalla narrazione. Soprattutto se la voce narrante ha con loro un rapporto affettivo e se riesce ad usare il tono della voce, le espressioni del volto e l’intero corpo come modo per favorire la “visione” di ciò che viene narrato.
Questa è la ragione per cui le fiabe, nonostante la presenza sempre più ingombrante della TV, godono ancora di buona salute, e vengono utilizzate da genitori “quasi perfetti” per far scivolare i figli nel sonno, e da insegnanti “quasi perfetti”, nelle scuole di ogni ordine e grado, come primo approccio alla lettura e come base per l’analisi dei diversi ruoli all’interno della vicenda. I piccoli ascoltatori vengono guidati alla scoperta del protagonista e dell’antagonista, dei loro aiutanti, all’individuazione degli oggetti magici; passano attraverso le diverse prove fino alla vittoria del protagonista e alla punizione del cattivo di turno.
Un’altra non trascurabile ragione sta nel fatto che, tutto sommato, il mondo continua a darsi come una fiaba. Un luogo dove, semplificando, buoni e cattivi continuano ad affrontarsi, anche se stiamo cominciando ad imparare - e ad insegnare - che i buoni non sono poi così completamente buoni e che anche i cattivi hanno le loro ragioni.
Così mi è capitato, attuando un progetto sulle fiabe in una seconda elementare, di riflettere sul fatto che le fiabe sono state per secoli, e lo sono in parte anche oggi, il veicolo dell’educazione familiare, il modello al quale si faceva riferimento per presentare personaggi che potessero essere d’esempio, capaci di additare valori, di garantire il mantenimento dell’ordine sociale, di infondere alcune convinzioni e stabilire delle ragioni di vita, per le quali valesse la pena combattere e anche morire: l’amore, la lealtà, l’amicizia, la difesa dei più deboli, la lotta contro il male.
Il risultato era sempre un lieto fine che permetteva a chi ascoltava, ma anche a chi narrava, di ricomporre ogni contrasto e di addormentarsi felice, la sera, anche dopo aver assistito, con gli occhi della mente, ad un incontro con un orco affamato o ad una battaglia epocale tra l’esercito di Sauron e le forze alleate di Elfi e uomini nella Terra di Mezzo nel Signore degli Anelli.
Certo, nessuno, uomo o donna impegnati nel narrare, bambino o bambina rapiti dall’ascolto, ha mai soffermato la propria attenzione sul fatto che Cenerentola fosse una piccola sfruttata, quotidianamente impegnata in attività domestiche che si configurano a pieno titolo come un lavoro di costrizione. Pochi forse sono arrivati al termine della Piccola fiammiferaia pensando che, se sfrondiamo la vicenda e il linguaggio dalla retorica ottocentesca, la piccola orfana maltrattata che vende fiammiferi non è molto distante dalla bambina marocchina che oggi ci porge i suoi accendini.
E’ con questo spirito che ho cominciato a rileggere alcune fiabe tradizionali per me e per la classe, coinvolgendo, strada facendo, anche altre classi, che hanno disegnato, scritto, ricercato.
Ho rintracciato al loro interno numerosi esempi di sfruttamento minorile, finora scarsamente considerati. Lavoro domestico e forzato, ragazzi di strada e bambini soldato, domestiche, pastori e fornai popolano l’universo letterario. Dalla casa alla strada, passando per il fronte e le montagne innevate delle Alpi, i bambini e le bambine lavorano, sono sottoposti a fatiche e prepotenze, ma nessuno se ne meraviglia.
Ne è risultato uno studio - che si è arricchito delle produzioni grafiche di bambini e bambine dai sette ai quattordici anni, dei loro contributi scritti e delle loro testimonianze - che propone una nuova ipotesi di lettura per salvare dall’invisibilità orfane e monelli di ieri e di oggi. Il primo oggetto della riflessione è stato Cenerentola e, assieme a lei, tutte le figure femminili, sfruttate e schiavizzate oppure avviate all’esercizio dei lavori domestici come requisito che accompagna la femminilità.
Non sappiamo quale fosse il nome della fanciulla che, rimasta orfana, si vide assegnare dalle sorellastre il soprannome di Cenerentola. Sappiamo solo che un gentiluomo, rimasto vedovo, sposò in seconde nozze una donna altezzosa e arrogante, che cominciò ad addossare alla figliastra “le più umili faccende di casa: era lei a lavare i piatti, a pulire le scale, a spazzare la camera della signora e quelle delle signorine sue figlie; ella dormiva in una soffitta, proprio sotto i tetti, su un vecchio pagliericcio…”. “Toccava a lei stirare la biancheria delle sorelle e inamidare i loro polsini ricamati”.
Il tema del lavoro domestico ritorna frequentemente nelle fiabe e talvolta diviene persino una sorta di aiuto magico che permette alla protagonista di salvare il proprio principe, di sciogliere gli incantesimi.
Tanto nella fiaba quanto nella realtà, il lavoro domestico oscilla tra un fare generico, di sostegno alle persone care che lavorano per noi; un apprendistato del saper fare, che educa all’autonomia, e il lavoro forzato, talvolta anche accompagnato da percosse.
Per quanto riguarda la differenza di genere c’è da dire che, se persino le principesse erano costrette ad imparare fin da bimbe ogni lavoro domestico e sapevano cucire e ricamare alla perfezione, perché mai dovremmo rifiutarci di farlo noi, che principesse non siamo?
Questo per dire che l’acquiescenza di genere ha radici profonde.
La protagonista di Le stelle d’oro dei fratelli Grimm è una bambina che chiede l’elemosina, una piccola orfana che era stata “messa sopra una strada (…) E girava il mondo così, stendendo la manina alla pietà di quelli che erano meno infelici di lei. L’aiutavano tutti, è vero, ma era una povera vita, la sua: una vita randagia, senza affetti e senza conforti”.
Per le strade e nelle piazze di tutte le grandi città europee sono numerosi i minori provenienti dai paesi dell’Est che praticano l’accattonaggio, considerata come un’attività indispensabile alla sopravvivenza della famiglia. Sono ottomila solo in Italia, per lo più nomadi, ma anche albanesi e marocchini, che vivono nei sobborghi cittadini e, invece di frequentare la scuola, fanno i mendicanti ma spesso rubano e, a volte, spacciano droga.
Piccoli borseggiatori crescono sulle linee metropolitane di Parigi, ma anche di Roma, dove si incontrano baby-gang o solitari del furto con destrezza, ma fortunatamente è molto più probabile l’incontro con la musica e con i minori che utilizzano la musica come mezzo per aprire il cuore della gente, commuovere e ottenere in cambio una moneta.


Le piccole fiammiferaie di oggi

I più grandi hanno sette, massimo dodici anni. Alcuni sono dei veri piccoli musicisti. Le loro dita sanno scivolare sui tasti di una fisarmonica, riescono ad addomesticare le corde di un mandolino e ad accompagnare l’archetto sulle corde di un violino con abilità sorprendente. Certamente la scuola non lo sa e alcuni di questi piccoli talenti dimenticheranno in breve tempo quel poco che sanno. Dopo i dodici anni, infatti, l’abilità musicale si riconverte in destrezza e gli adulti del gruppo decidono che sarà più fruttuoso impiegarla in attività diverse e più redditizie quali, ad esempio, borseggi e scippi.
E’ interessante notare come, nella reinterpretazione del reale fornita dai disegni infantili, alcuni hanno sottolineato, con fumetti o con un’accentuazione della povertà degli abiti, la dimensione misera del lavoro svolto, altri hanno lavorato sulla figura fino a conferirle una dimensione mitica.
Nelle grandi città italiane ed europee numerosi bambini, come la protagonista di Le stelle d’oro, si affidano alla bontà di chi passa, ma diventa sempre più difficile commuoversi perché la disperazione dell’altro fa ormai parte di un commercio, perché ogni angolo di strada ha il suo povero, perché non possiamo evitare di pensare che si tratta di un bambino in affitto il quale, nonostante il nostro dono, non mangerà a tavola con la sua famiglia.
Nella Piccola fiammiferaia lo scenario è quello della povertà, dello sfruttamento, della paura e della violenza estrema, fino al tragico epilogo che è quello della morte per assideramento.
Ma consideriamo anche una celebre fiaba, universalmente nota, che è Lo scherzo del pastore di Esopo. Questa ci racconta di un pastorello che gridava “Al lupo! Al lupo!” facendo accorrere tutto il paese senza che ci fosse alcun pericolo. Ne risultava l’immagine di uno stupidotto che faceva scherzi sciocchi allarmando inutilmente la gente. La morale è che se menti sempre, quando ne avrai bisogno non sarai creduto.
La lettura che ho proposto nel saggio è profondamente diversa e assume il punto di vista del pastorello. Si tratta di un ragazzino che è stato lasciato solo a badare alla mandria. Si sente triste, si annoia e forse ha veramente paura. Ha paura del vento che fa degli strani rumori passando tra le canne, tra i rami degli alberi, tra le rocce. Ha paura di quelle ombre strane che si vedono in lontananza nel bosco, ha paura delle nubi che oscurano d’improvviso il cielo e proiettano sul prato figure nere che sembrano lupi giganteschi.
Pensando a questo è scattata immediata l’associazione con le testimonianze raccolte nel corso di numerose indagini sul lavoro minorile, dalle quali emerge costantemente la denuncia, da parte del minore, di una condizione di solitudine. La stessa, probabilmente, vissuta dal nostro pastorello, che è poco più di un bambino e prova paura nel sentirsi solo.
Ma cosa potrebbe dire? Aiuto! Ho voglia di compagnia, di giocare, di avere vicino i miei amici.


L’infanzia rubata

Niente di tutto questo. Può solamente gridare: Al lupo! Al lupo! Per attirare qualcuno. Per dimostrare a se stesso che non corre alcun pericolo perché, se dovesse avere bisogno lo aiuterebbero in molti; per rinfrancarsi, per sentirsi più sicuro. Non certo per infastidire gli altri e distoglierli dalle loro occupazioni.
Dal pastorello di Esopo a Gavino Ledda, fino ai milioni di bambini oggi impegnati nell’agricoltura e nell’allevamento il quadro è simile.
L’indagine condotta in alcune scuole calabresi fa emergere che la maggior parte dei minori aiuta i familiari in campagna nelle occasioni speciali e un po’ festose, che non configurano alcuno sfruttamento: ad esempio la vendemmia.
Ma ve ne sono altri che vengono utilizzati per battere gli ulivi, raccogliere le olive, zappare, coltivare i terreni, concimarli, spaccare la legna, guidare il trattore. Veniamo a sapere che alcuni vengono impegnati in attività rischiose che richiedono l’uso dell’accetta, della motosega o del decespugliatore; guidano il motocoltivatore e spesso vengono a contatto con diserbanti, medicinali e antiparassitari.
E’ opportuno comunque precisare che, a volte, può essere dannoso anche svolgere attività apparentemente innocue se queste impegnano per un numero di ore così alto che il percorso formativo, e lo stesso sviluppo psicofisico, ne risultano irrimediabilmente compromessi.
Il bambino si allontana dai coetanei verso i quali cambia il proprio atteggiamento, diventando protettivo o prepotente, ma non ponendosi più alla pari. Il minore si allontana inoltre da se stesso, perché non vuole riconoscere i propri sentimenti da bambino, non vuole dare ascolto ai bisogni che rimangono inespressi perché rimarrebbero comunque insoddisfatti.
Così egli non riesce ad accettare i propri desideri, a tenere insieme impazienze e fantasie proprie dell’infanzia con incombenze e occupazioni che non gli sono proprie. Comincia a controllare le proprie emozioni infantili e a distruggere, poco alla volta, quel mondo interiore dal quale dovrebbero avere origine i suoi percorsi di crescita. Anche farlo sentire un “ometto” è un modo per rubargli l’infanzia.
Spesso il lavoro dei minori è la conseguenza, e non la causa, del fallimento scolastico, come testimonierebbero alcune dichiarazioni di questo tenore: “Mio fratello non fa niente ed io devo fare tutto con la scusa che mi hanno bocciato”.


Come nell’Ottocento

Nelle fiabe popolari è presente anche il tema del minore venduto o ceduto a terzi, per punizione, perché lavori o per fronteggiare, come in questo caso, una situazione di emergenza. “Una volta un uomo aveva un pero, che gli faceva quattro corbe di pere all’anno. Accadde che un anno gliene fece solo tre corbe e mezzo e al Re bisognava portarne quattro. Non sapendo come riempire la quarta corba, ci mise dentro la più piccina delle sue figliole, e poi la coprì di pere e foglie”. Così inizia la fiaba di Monferrato La bambina venduta con le pere. Ma è soprattutto con la letteratura dell’Ottocento che la vendita di minori diventa un fenomeno che balza in primo piano e sul quale si impostano intere vicende letterarie, a cominciare da Senza famiglia.
Il libro Cuore di Edmondo De Amicis è una miniera di testimonianze sul lavoro minorile e dimostrerebbe che anche l’educazione scolastica, come quella familiare, si regge sulla proposizione di modelli attraverso la narrazione e, volendo, anche quella religiosa e filosofica come dimostrerebbero le parabole evangeliche o le storie sufi.
C’è di tutto: uno spazzacamino molto piccolo, nero in viso, col suo sacco e il suo raschiatoio, che piange disperatamente perché ha perduto ciò che aveva guadagnato.
Un bambino che a nove anni viene venduto dai genitori, contadini dei dintorni di Padova, ad una compagnia di saltimbanchi il cui capo “dopo avergli insegnato a fare i giochi a furia di pugni, di calci e di digiuni, se l’era portato a traverso alla Francia e alla Spagna, picchiandolo sempre e non sfamandolo mai.”
Un piccolo pagliaccio che ha otto anni, il visetto rotondo e fa ogni cosa: la mattina presto porta il latte, poi va a prendere i cavalli, tiene in braccio il bimbo piccolo, trasporta cerchi, cavalletti, sbarre, corde, pulisce i carrozzoni, accende il fuoco.
Se pensiamo che il libro Cuore è stato scritto nel 1886 ci rendiamo conto che il mondo non era cambiato molto da quando, diciassette anni prima, Mazzini aveva denunciato, per la prima volta, la “tratta di minori” e accusato pubblicamente chi arruolava bambini di otto nove anni per farne spazzacamini, lustrascarpe e suonatori ambulanti. Alle bambine, appena più grandi, veniva promessa una vita di successo nel mondo dello spettacolo, o una vita semplice ma sicura da cameriere in una nobile famiglia, e poi finivano per essere vendute sulla strada.
Il dato allarmante è che non è cambiato molto nemmeno oggi. A distanza di centocinquanta anni la situazione non è dissimile nei paesi dell’Est europeo, nei paesi del Sud del mondo. La narrativa contemporanea ci presenta i “bambini della spazzatura” che setacciano le discariche per riciclare i rifiuti e non si tratta di un’invenzione letteraria. Questo accade nella realtà in cui minori vengono arruolati e fatti schiavi, costretti a lavorare, costretti ad uccidere. Costretti a denudarsi e ad offrire il proprio corpo.
C’è una fiaba popolare toscana, raccontata da Calvino, che si intitola Cecino e il bue, nella quale assistiamo ad un rapido apprendistato del protagonista sul terreno della violenza sui minori e del lavoro minorile.
Cecino giunge in questo mondo per via di una maledizione lanciata da una fata per punire una donna poco generosa (tutti i ceci di una minestra vengono trasformati in figli); scampa alla morte per puro caso (la donna, spaventata dal moltiplicarsi della prole la schiaccia col pestello); si palesa quando la donna, che non ha figli, si mostra pentita di non averne lasciato almeno uno. Gli si richiede da subito aiuto domestico “va alla bottega a portare da mangiare al babbo” (che peraltro ancora non sa di essere divenuto padre) e fin qui niente di grave. Accompagna il babbo che è un fabbro “ora verrai con me che devo fare un giro per le case dei contadini per sentire se hanno qualcosa di rotto da accomodare”. Viene lasciato a lavorare dai contadini per fare la guardia al bue e poi ceduto dal contadino che l’aveva appena assunto, ma solo per qualche giorno, a una banda di ladroni con i quali andrà a rubare cavalli alla stalla del Re.
“La stalla era chiusa ma Cecino passò per il buco della serratura, aprì, andò a slegare i cavalli e corse via con loro”.
Come primo giorno di vita non c’è male. Cecino non mostra alcuna difficoltà di adattamento alla nuova famiglia e a nuovi padroni, nessun rimpianto e nessuna emozione. Viene mangiato con la biada da un cavallo e con il cavallo da un lupo ma non se ne preoccupa.
Nel finale la sua carriera di intraprendente figliolino ha esiti molto simili a quelli dei muschilli napoletani.
“Cecino col sacco di denari in testa se ne andò a casa e bussò. Sua madre aprì e vide solo il sacco di denari.
- E’ Cecino! - disse. Alzò il sacco e sotto c’era suo figlio e l’abbracciò.”
Questa madre non si preoccupa di sapere dove sia stato il suo figliolo, quali avventure abbia vissuto, quali pericoli abbia corso. Non si preoccupa di sapere da dove provenga il sacco con il denaro. Anzi è quasi scontato che il denaro l’abbia rimediato lui. Così scontato che scatta automatica l’associazione: “…vide solo il sacco di denari”. - E’ Cecino. - disse.
La mamma della fiaba fiorentina, come alcune mamme di Napoli, non si pone domande, non fa questioni. Il minore è meno minore se acquisisce un’indipendenza economica, se non dipende dalla famiglia e, al contrario, integra il reddito familiare con cospicui contributi. Il bambino diventa l’uomo di casa e la madre non può che mostrarsi fiera e un tantino commossa, ma non contrariata e, meno che meno, preoccupata.


Dalla pietà alla speranza del riscatto

Nella costruzione della fiaba, l’incipit è sempre dato dalla difficoltà iniziale, da una sfida successiva che produce ulteriori prove da superare. Il cattivo viene sempre punito con la morte o con una trasformazione fisica che rende visibile la sua cattiveria. Vi sono casi in cui viene riscattato e il suo cuore si libera.
Il protagonista riesce a superare le avversità e a realizzare i suoi sogni per vivere felice e contento. Quindi tutte le vicende fiabesche (per definizione) si risolvono in maniera positiva e questo ha come scopo principale quello di procurare il piacere dell’inventore-narratore (più spesso un’inventrice narratrice come testimonierebbero i numerosi nomi di donna citati dal Pitré, da Raffaele Lombardi Satriani e dagli altri compilatori di raccolte fiabesche) e di donare a chi ascolta la fiducia che anche lui/lei, proprio come il protagonista della fiaba, potrà superare le difficoltà e riuscire nella vita.
L’indicazione che fornisce Bettelheim sulla situazione di partenza, che costituisce il prerequisito della vicenda fiabesca, e che ha fatto entrare nella fiaba e nella letteratura dell’Ottocento gli umili, oggi rende protagonisti in grande numero i bambini dei paesi in via di sviluppo: bambini orfani, maltrattati e malnutriti; venduti a mercanti e imprenditori, a narcotrafficanti, a guerriglieri, ai commercianti del sesso o agli impresari dell’accattonaggio.
Quasi mai questi protagonisti trovano degli oggetti magici capaci di facilitare il loro percorso di liberazione, o incontrano degli alleati capaci di accompagnarli verso un finale lieto.
Questo potrebbe dimostrare la vera storia di Iqbal, nella quale quasi tutto avviene come in una fiaba ma non c’è il lieto fine. O quantomeno non è vissuto dal protagonista che non potrà realizzare i suoi sogni, laureandosi in giurisprudenza e diventando un avvocato pronto a lottare contro le ingiustizie e i soprusi.


L’importanza dei sentimenti

Però, soprattutto chi opera nella scuola, deve credere fermamente che la fiaba deve sorgere più forte e potente di prima e, perché questo accada bisogna imparare a respirare l’aria della fiaba attorno a noi, a condividerne i percorsi, a incarnare i suoi personaggi, a vedere oltre il muro del reale. Dobbiamo ricominciare a ridere, a piangere, ad avere paura, a commuoverci.
Ecco che, in questa logica fiabesca, che si presta a divenire concezione del mondo, i minori sfruttati altro non sono che innocenti perseguitati ed il loro riscatto non può non avvenire perché questo è previsto dalla dialettica della fiaba.
Le vite individuali, gli eventi imprevisti, i rovesci della fortuna, gli incontri, i desideri, tutto potrebbe essere compreso in una magia che non è più quella della fiaba, che si presta a divenire mondo, bensì quella della vita reale, pronta - grazie al desiderio condiviso di adulti e bambini - a divenire fiaba.
In questa logica possiamo inserire l’intera vicenda di Iqbal e intendere come in essa si realizzi pienamente “la morale della fiaba… implicita nella vittoria delle semplici virtù dei personaggi buoni e nel castigo delle altrettanto semplici e assolute perversità dei malvagi.”(1)
A Iqbal Masih (2) è stato impedito di diventare l’adulto che avrebbe voluto, ma egli è riuscito ugualmente a divenire grande. Grande come non avrebbe mai potuto diventare solo in virtù di successivi compleanni e del semplice trascorrere del tempo.
Trasportato in cielo da un falco argentato o da un aquilone rosso, rapito da una fata meravigliosa o dissolto come magica polvere, egli oggi ci guarda simile a un semidio o un supereroe, e ci ricorda che il mondo dei piccoli schiavi può solo aprire questo nostro mondo alla fiaba, ma la fiaba aspetta quel “salto nel meraviglioso” che non può corrispondere ad altro che ad un salto verso la libertà.
Potremmo aggiungere che, se ci appare così difficile costruire un mondo migliore di quello in cui viviamo possiamo oggi, attraverso la fantasia dei ragazzi e delle ragazze, intraprendere un viaggio che guidi la realtà verso un futuro più desiderabile nel quale potremo ancora riunirci attorno ad un fuoco, oppure sederci ai piedi di un albero per esordire, come una volta con l’espressione rituale che spalancava i nostri occhi di bambini e bambine su un mondo sconosciuto: “Tanto tempo fa…”.
Il viaggio tra le fiabe può non finire mai soprattutto se al viaggio di andata, che ci conduce attraverso il mondo fiabesco, ci permette di scoprire i suoi pericoli e le sue mille meraviglie, faremo seguire un viaggio di ritorno, in cui, arricchiti dei tesori trovati nelle fiabe, andremo nel mondo con audacia e compassione, con abilità e cautela, con una sensibilità tutta umana ed anche con un pizzico di magia.


Note

(1) Italo Calvino, Fiabe italiane, Mondadori 1973
(2) Un bambino pachistano di 12 anni ucciso perché aveva denunciato i suoi “schiavizzatori”.

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