La
notizia
Diplomi in vendita
La scuola ad personam
Massimo Mari
Commissioni di esame tutte interne, concessioni generose
della parità scolastica, mancanza di controlli, colpevoli
distrazioni e occhiolini: ecco come si diventa capaci e
meritevoli per reddito
Nella
scorsa estate, in occasione della pubblicazione delle commissioni
dell’esame di stato da parte del Miur, la Cgil Scuola
aveva denunciato la ripresa del fenomeno dei “diplomifici”
messo in atto da diverse scuole paritarie. In particolare
in alcune scuole paritarie di Roma e di altre città
capoluoghi di provincia abbiamo potuto riscontrare, dalla
lettura dei dati pubblicati dal Miur, un numero abnorme
di candidati esterni (superiori a 500 in alcuni istituti)
e di commissioni, apparentemente immotivato, rispetto agli
interni, in barba alle disposizioni ministeriali in materia.
Gran parte dei candidati, con tutta probabilità,
provenivano non solo da fuori provincia ma da altre regioni.
Una ripresa in “grande stile” di quelle pratiche,
tipiche dei degli anni Ottanta e Novanta, denominate “diplomifici”
favorite da un lato all’introduzione di “nuove
regole” sull’esame di stato nelle scuole paritarie
- volute dallo stesso ministro Moratti - dall’altro
da una benevola “disattenzione” dell’Amministrazione
chiamata alla vigilanza e al rispetto delle disposizioni
ministeriali emanate in materia.
Ma allora, nonostante la denuncia della Cgil Scuola e di
alcuni giornali, l’Amministrazione centrale e periferica
non si è affatto preoccupata del fenomeno e si è
ben guardata di intervenire, ad ogni livello, per rimuovere
e contrastare almeno i casi più eclatanti. Cosicché
quegli istituti hanno continuato tranquillamente la loro
attività di scuola paritaria senza problemi.
Come spesso accade la “disattenzione benevola”
e soprattutto l’assenza di interventi tesi a rimuovere
l’abuso genera, quasi inevitabilmente, la tentazione
di ritrasformare l’esame di maturità in un
“business” sulla base della elementare valutazione
che tanto,in un modo o nell’altro, le denunce passano
nel dimenticatoio e con appositi accorgimenti, ai vari livelli,
la tolleranza sarebbe ben presto diventata abitudine. Del
resto tale considerazione non rientra forse nella logica
del condono elevato a sistema da parte di questo governo?
L’attuale situazione
Cosicché
alla vigilia della formazione delle commissioni d’esame
per quest’anno scolastico sono riemersi tutti i problemi
già visti l’anno scorso con alcuni elementi
in più. Agli apripista del passato anno si sono aggiunti
altri gestori di scuole paritarie che avrebbero accettato,
almeno così ci risulta da prime informazioni, al
di fuori delle norme consentite dalla disposizioni contemplate
in particolare nella Cm 16/2004, domande di un numero di
candidati privatisti superiore rispetto a quelli consentiti.
Sono cresciuti in termini assoluti il numero dei candidati
esterni rispetto all’anno precedente.
Lo stupefacente stupore del Ministro
Insomma
il “mercato” dei candidati esterni agli esami
di stato si preannuncia in alcune realtà territoriali
per questo anno scolastico ancora più ricco e scandaloso
del precedente, sia nei numeri sia nella consistenza economica
del fenomeno. Tant’è che alcune direzioni regionali
hanno dovuto emanare specifiche circolari in materia, nonostante
le disposizioni emanate dal Miur con l’apposita circolare.
Della ripresa del fenomeno dei diplomifici, la cosa che
ci rende ancor più perplessi sono le dichiarazioni
del Ministro contenute nella relazione sullo stato di applicazione
della parità scolastica inviata al Parlamento i giorni
scorsi.
Colpisce, infatti, la disinvoltura con cui il Ministro liquida
il fenomeno sostenendo che accanto alle scuole “paritarie
serie” si sono “infilati” anche i cosiddetti
“diplomifici” come che si trattasse di un qualsiasi
evento non soggetto a monitoraggio, controllo e verifica
da parte dell’Amministrazione. Volutamente il Ministro
trascura che proprio alcuni interventi messi in atto durante
la sua gestione hanno di diritto e di fatto alimentato il
riemergere e lo sviluppo del fenomeno.
In primo luogo con la legge finanziaria del 2002 (art. 22
legge 448/2001) la Signora Moratti ha sdoganato le commissioni
di maturità modificando alla radice la riforma Berlinguer
(legge 425/97) rendendole tutte interne, ad esclusione del
presidente di commissione, e allargando tale disposizione
anche alle scuole paritarie, senza attendere quanto disposto
dalla legge 62/2000, ovvero dalla legge di parità,
in relazione alle verifiche che hanno portato le scuole
ad ottenere il riconoscimento.
In secondo luogo con la circolare n. 31/2003 ha consentito
la costituzione delle cosiddette classi collaterali indipendentemente
dai requisiti previsti dalle disposizioni di legge e dalla
stessa legge di parità. In quell’occasione,
guarda caso, una ben identificabile schiera di gestori fece
forti pressioni per il mantenimento del sistema vigente
ante parità scolastica, applaudendo all’iniziativa
ministeriale che finalmente bloccava le pretese del precedente
ministro.
In terzo luogo il Ministro non ha effettuato, né
tanto meno ha sollecitato l’Amministrazione periferica
ad avviare i dovuti controlli preventivi sul possesso da
parte delle scuole non statali dei requisiti per ottenere
lo status di parità, accontentandosi delle semplici
dichiarazioni da parte delle scuole e rinviando ad un successivo
futuro l’indagine ispettiva come chiaramente è
indicato nella citata circolare 31/03.
In quarto luogo pur essendo il Ministero a conoscenza del
fenomeno - la formazione delle commissioni con l’elenco
dei candidati sono di competenza dell’Amministrazione
- non sono stati presi provvedimenti, nemmeno successivi,
nei confronti di quei gestori che l’anno precedente
si erano distinti in questa attività.
Se poi a fianco delle disposizioni volute e imposte dal
Ministro si aggiungono gli aggiramenti, le ambiguità,
le tolleranze, l’assenza di verifiche e di controlli
il gioco è fatto!
Stando così le cose appare evidente che ci sono delle
grandi contraddizioni tra come si è connotata nella
realtà l’applicazione della legge di parità
e la relazione del Ministro al Parlamento.
La questione dei diplomifici rappresenta sicuramente la
contraddizione più evidente e più lampante
del momento soprattutto alla luce delle condizioni giuridiche
e legislative volute dal Ministro che di fatto ne hanno
favorito una rinascita.
La soluzione c’è, basta volerla
Non
può il Ministro sottrarsi, come sembra risultare
dai resoconti della stampa, dall’affrontare seriamente
la questione rimuovendo soprattutto quelle maglie larghe
che ha essa stessa introdotto nella normativa primaria e
secondaria che hanno consentito l’ampliamento dell’abuso
tollerato. E’ compito del Ministro e di tutta l’Amministrazione
provvedere a bloccare l’evoluzione di questo “mercato”
intervenendo con le dovute sanzione nei confronti di coloro
che ne sono stati e ne sono i protagonisti e gli artefici.
A ben guardare la questione dei diplomifici è la
prova provata che una verifica puntuale dello stato di applicazione
della legge è ben lungi dall’essere stato effettivamente
e con compiutezza portato a termine dall’Amministrazione.
Ma ci sono altre contraddizioni che necessitano di essere
superate perché contraddicono quanto prefigurato
dal legislatore in occasione dell’emanazione della
legge di parità.
E’ riduttivo e soprattutto fuorviante far apparire
a tutti i costi che lo stato di applicazione della legge
di parità è soddisfacente fatta una piccola
eccezione della questione relativa agli esami e circoscritta
ad una non significativa realtà.
Oltre ai problemi di cui si diceva, esami di maturità
e presenza delle classi collaterali, vanno segnalati quelli
relativi all’applicazione dei contratti collettivi,
all’istituzione degli organi collegiali, all’applicazione
delle norme sull’inserimento di studenti portatori
di handicap o in condizioni di svantaggio, alla idoneità
dei locali, alla costituzione dei corsi completi, ossia
quell’insieme di requisiti ritenuti dal legislatore
una conditio sine qua non per accedere allo status di scuola
paritaria.
Ebbene su questi argomenti non ci sembra che di chi aveva
il compito di vigilare e verificare il possesso da parte
delle scuole di quei requisiti richiesti abbia compiuto
i dovuti interventi per far applicare le indicazioni del
legislatore primario.
A noi risulta che in un numero considerevole di scuole paritarie
non vengono applicate le retribuzioni previste dai contratti
collettivi: la vicenda delle condizioni retributive di un
euro l’ora segnalate dalla stampa in una scuola paritaria
di Napoli è emblematica.
E’ noto, inoltre, che in molte di queste scuole non
esistono gli organi collegiali; che portatori di handicap
o alunni in condizioni di svantaggio non sempre vengono
accolti; che i locali non sono sempre idonei e in regola
con le disposizioni legislative in materia di igiene e sicurezza.
E la lista si allunga fino a contemplare l’insieme
dei requisiti d’ingresso previsti dalla legge.
Una parte consistente di scuole paritarie non è in
regola con la legge e addirittura in alcuni casi non è
in regola nemmeno con le più blande misure volute
dal Ministro e inserite nella circolare 31 del 2003.
In gran parte dei casi le concessioni di parità sono
state date sulla carta ovvero sulle semplici dichiarazioni
dei gestori senza che vi sia stata dall’Amministrazione
un’attenta verifica delle condizioni imposte dalla
legge. Il quadro dipinto nella relazione al Parlamento non
corrisponde in molti casi alla realtà e ciò
vale per tutti gli ordini di scuola.
Questa parità con queste contraddizioni non ci piace
perché danneggia, impoverisce e dequalifica l’intero
sistema di istruzione italiano.
Il Parlamento dovrebbe davvero essere messo in condizione
di valutare lo stato reale di applicazione della legge di
parità non solo sulla base di dati quantitativi ma,
soprattutto, sulla base di quegli aspetti qualitativi che
devono connotare l’attività delle scuole paritarie
a cominciare dalla piena applicazione delle regole volute
dal legislatore, nel rispetto del dettato costituzionale. |